Fiabe russe di A. Afanas'ev: Lo specchio magico

(Avvertenza: Fiaba a tinte "forti".. Testo tradotto da me e distribuito con licenza CC 3.0 Italia. Per favore, vedasi note a pié di pagina.)

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(«The Magic Mirror» Lacca russa di Alexander Kurkin [villaggio di Palekh] , reperita su Flickr. Passaci sopra il puntatore del mouse per ingrandirla.)

Da: «Narodnye russkie skazki», 1855-'64

libro animato

In un certo reame, in un certo luogo, viveva un mercante vedovo; aveva un figlio, una figlia, e un fratello. Un giorno questo mercante dovette partire per terre straniere a vendere parecchie merci; decise di portare con sé il figlio, ma lasciò a casa la figlia, e, prima di partire, chiamò a sé il fratello e gli disse: «Lascio tutti miei averi nelle tue mani, caro fratello, e ti prego sopratutto di badare a mia figlia. Insegnale a leggere e a scrivere, e fa' in modo che si comporti con giudizio.» Poi il mercante si congedò dal fratello e da sua figlia e si mise in viaggio. Ora, la figlia del mercante non era più una bambina ed era dotata di una bellezza indescrivibile, tanto da non avere eguali sulla terra, e lo zio cominciò a provare per lei dei sentimenti impuri, al punto da non trovare più pace, né giorno, né notte. Cominciò allora a molestare la giovane donna dicendole: «Arrenditi a me, o te ne farò pentire! Ucciderò prima te e poi la farò finita!...» La fanciulla tentò allora di rifugiarsi nel capanno dei bagni mentre aveva lo zio alle calcagna, e appena poté, afferrò un catino d'acqua bollente e lo sommerse dalla testa ai piedi; egli restò gravemente infortunato per tre settimane, e a stento si riprese, ma da quel momento fu assalito da un odio terribile e cominciò a studiare un modo per vendicarsi di lei. Pensa e ripensa, e alla fine scrisse una lettera al fratello in cui gli diceva che la nipote era una buona a nulla che passava le giornate in ozio, che non dormiva mai a casa e che non gli obbediva. Il mercante ricevette la lettera, la lesse, e s'infuriò. Disse a suo figlio: «Tua sorella sta disonorando tutta la famiglia! Non merita perdono, perciò, voglio che tu vada subito a casa a fare a pezzettini quella ragazza incorreggibile, e poi dovrai portarmi il suo cuore su questo coltello. Solo a quel punto il buon nome della nostra famiglia sarà preservato.» Il figlio prese con sé il coltello affilato e partì; arrivò in città in segreto, senza farsi vedere da nessuno, e cominciò a investigare e a far domande in giro per capire come davvero vivesse sua sorella, e tutti quanti gli risposero tessendone le lodi, e dicendo che era una ragazza quieta, modesta, timorata di Dio e ubbidiente. Dopo aver sentito i pareri del vicinato, andò a parlare con sua sorella, ed ella fu radiosa di gioia e lo accolse con baci e abbracci. «Carissimo fratello, è il cielo che ti manda! Come sta il nostro caro papà?» «Sorellina mia, aspetta ad esultare! Non sono qui in visita di piacere: purtroppo, nostro padre mi ha mandato qui con l'ordine di farti a pezzi ed infilzarti il cuore con questo coltello.» La povera sorella cominciò a piangere e disse: «Oh, Gesù, perché tanta crudeltà?» «Te lo spiego subito» rispose il fratello, e le raccontò della lettera spedita dallo zio. «Ma non è vero niente, io sono innocente, fratello mio!» Il figlio del mercante ascoltò allora la sua versione della storia e poi le disse: «Non piangere, sorellina! Io ti credo e so che non hai colpe, e anche se papà non vuole sentire ragioni, io non ti punirò. Però adesso è meglio che tu faccia le valigie e che te ne vada via di qui. Quasiasi luogo sarà migliore di questo. Dio non ti abbandonerà!» La fanciulla non esitò; preparò le sue cose, disse addio a suo fratello e fuggì. Verso dove, non si sa. Nel frattempo, il figlio del mercante uccise un cane randagio, gli strappò via il cuore, lo infilò nel coltello e lo portò a suo padre, e mentre gli consegnava il cuore del cane gli disse: «Tieni, ho ubbidito ai tuoi comandi e ho giustiziato mia sorella.» «Le sta bene» replicò il padre, «una cagna come lei meritava una morte da cani!»

Per quanto tempo, poco o tanto non si sa, la bella giovane vagò da sola nel vasto mondo, finché giunse in una fitta foresta; gli alberi erano così alti che a mala pena si intravedeva il cielo. Camminò nella foresta, e all'improvviso si trovò in una vasta radura, sulla quale sorgeva un palazzo in pietra bianca circondato da mura di ferro. "Farò una capatina qui" pensò la fanciulla, "dopotutto, non tutti sono cattivi e forse mi andrà bene." Entrò nel palazzo, ma non vide anima viva, e stava per tornare sui suoi passi quando improvvisamente vide due possenti bogatyri [1] galoppare nella corte ed entrare a palazzo. Essi videro la fanciulla e le dissero: «Salve, bellezza!» ed ella rispose: «Salve, miei prodi cavalieri!» «Guarda, fratello» disse uno dei due, «ci rammaricavamo di non avere mai nessuno che ci attenda a casa e che badi alle nostre cose, e ora Dio ci manda una sorellina.» E da quel momento i due bogatyri presero la figlia del mercante a vivere con loro, e cominciarono a chiamarla "sorella"; le consegnarono le chiavi del palazzo e ne fecero la governante della casa. Poi, sfoderarono le loro spade affilate, le appoggiarono uno al petto dell'altro, e giurarono solennemente: «Se uno di noi due disonorerà nostra sorella, l'altro sarà autorizzato a tagliargli la testa con un colpo di sciabola.» E così, la bella figlia del mercante rimase a vivere insieme ai due bogatyri.

Nel frattempo suo padre portò a termine i suoi acquisti per mare e fece ritorno a casa, e in breve tempo si risposò con una donna indescrivibilmente bella. Ella possedeva uno specchio magico in cui chi guardava riusciva a vedere cosa stava accadendo altrove. Un giorno i due bogatyri stavano uscendo per andare a caccia, e dissero alla sorella: «Non fare entrare nessuno in casa mentre siamo via.» Le dissero arrivederci e se ne andarono. Proprio in quel momento, la nuova moglie del mercante si stava rimirando allo specchio, tutta orgogliosa della sua bellezza. Diceva a se stessa: «Non c'è nessuno al mondo che sia più bella di me!» Ma lo specchio le rispose: «Tu sei molto bella, e non v'è dubbio. Ma la tua figliastra che vive nel profondo della foresta a casa dei due bogatyri, è molto, ma molto più bella di te!» A queste parole, la matrigna non ci vide più. Mandò a chiamare una vecchia serva e le disse: «Prendi questo anello e portalo nel fitto del bosco; laggiù troverai un grande palazzo di pietra bianca dove vive la mia figliastra: falle la riverenza e dalle l'anello, dicendole che è un regalo da parte di suo fratello.» La vecchia prese l'anello e si diresse nella foresta, e arrivò al palazzo di pietra bianca; la figlia del mercante la riconobbe e le corse incontro festosamente, felice com'era di ricevere notizie da casa. «Ciao, nonnina! Come mai da queste parti? Stanno tutti bene a casa mia?» «Sì, sì, stanno tutti bene e vivono prosperosamente. Tuo fratello mi ha mandato qui per vedere come stai e mi ha dato questo anello, per te. Tieni, mettitelo!» La giovinetta era talmente felice da non potersi descrivere a parole; fece entrare la vecchia, le offrì ogni sorta di cibo e bevanda, e le raccomandò di portare i suoi migliori omaggi a suo fratello. Un'ora dopo la vecchia era già di ritorno a casa e la fanciulla si ritrovò da sola a rimirare l'anello, finché decise di indossarlo, e come lo fece, crollò a terra come morta. Finalmente i due bogatyri ritornarono a casa, ma la loro sorellina non venne a salutarli. Sicché si chiesero cosa mai fosse accaduto.. la cercarono nella sua stanza e la trovarono che giaceva a terra immobile, come morta. Allora i due furono presi dal dolore, poiché sembrava che la morte si fosse portata via la cosa più bella che avevano. Poi dissero: «Dobbiamo vestirla con abiti nuovi e deporla in una bara.» Cominciarono a prepararla, finché uno dei due notò l'anello al dito della ragazza. «Non è il caso che sia sepolta con quest'anello al dito, non credi? Sarà meglio torglierlo e conservarlo per ricordo.» Le sfilarono l'anello e subito la bella ragazza aprì gli occhi, respirò, e rinvenne. «Che cosa ti è successo, sorellina? è forse venuto qualcuno a trovarti?» «Sì, una vecchia che conoscevo, una del mio paese è stata qui e mi ha portato quest'anello.» «Che disobbediente che sei! Non ti avevamo forse raccomandato di non aprire a nessuno mentre eri sola in casa? Non farlo mai più!»

Poco tempo dopo, la moglie del mercante guardò di nuovo nello specchio e scoprì così che la figliastra era ancora viva e sempre bella. Chiamò di nuovo la vecchia e le porse un nastro, dicendo: «Vai al palazzo di pietra bianca e dà alla mia figliastra questo nastro; dille che è un regalo di suo fratello.» La vecchia tornò dunque dalla fanciulla, la persuase con tante belle parole, e le diede il nastro. La fanciulla ne fu felicissima e se lo legò subito al collo, e in quello stesso istante cadde a terra come morta. Più tardi, i due bogatyri tornarono dalla caccia e trovarono la loro sorella che giaceva come morta, e cominciarono a vestirla con abiti nuovi. Le slacciarono il nastro ed ella riaprì gli occhi, riprese a respirare e rinvenne; «Che ti è successo, sorellina? Non dirci che è stata di nuovo qui quella vecchia?» «Sì» rispose, «la stessa vecchia dell'altra volta è tornata qui e mi ha portato un nastro.» «Ma insomma, che cosa dobbiamo fare con te? Ti abbiamo pregato di non far entrare nessuno in nostra assenza!» «Perdonatemi, cari fratelli! Non ne ho potuto fare a meno: desideravo tanto avere notizie da casa.»

Qualche giorno dopo, la moglie del mercante si guardò di nuovo allo specchio, e seppe che la figliastra era ancora viva. Mandò a chiamare la vecchia e le disse: «Tieni, prendi questo capello: portalo alla mia figliastra e uccidila una volta per tutte!» Di nuovo la vecchia si recò al palazzo di pietra bianca mentre i due bogatyri si trovavano fuori a caccia e andò dalla figlia del mercante, la quale la vide dalla finestra e non riuscì a trattenersi per la gioia. Corse incontro alla vecchia e le disse: «Salve, nonnina! Quali buone notizie mi porti oggi?» «Oh, cara, mi sono trascinata faticosamente fin quassù per venire a trovarti.» La ragazza aprì alla vecchia, le offrì cibo e bevande in abbondanza; poi, chiese notizie dei suoi parenti e le raccomandò in particolare di portare i suoi saluti a suo fratello. «Lo farò senz'altro» rispose la vecchia, «ma cara, sicuramente qui non c'è nessuno che ti cerchi i pidocchi tra i capelli, non è così? Vieni qui, lo farò io.» «Fallo pure, nonnina!» La vecchia mise le mani fra i capelli della fanciulla e poi le intrecciò il capello stregato fra la chioma, ed ecco che la poveretta cadde subito a terra come morta. La vecchia ghignò e se la svignò in tutta fretta senza che nessuno la vedesse. Finalmente i due bogatyri rientrarono a casa, e trovarono la fanciulla distesa a terra come morta. Esaminarono insistentemente il suo corpo alla ricerca di qualche cosa di insolito, ma non trovarono nulla. Allora costruirono una bara di cristallo, così magnifica da non potersi immaginare una più bella, una che esiste solo nelle fiabe; vestirono e agghindarono la figlia del mercante con un abito sontuoso, degno di una sposa, e la deposero nel feretro. Poi, lo trasportarono al centro della grande sala principale del palazzo e lo misero sotto un baldacchino di velluto rosso con tasselli di diamanti e frange d'oro, e alla parete appesero dodici lanterne su dodici colonne di cristallo. Dopo di che, piansero amare lacrime poiché erano pervasi da un dolore profondo. Si dissero: «Che cosa ci facciamo adesso al mondo? Meglio farla finita!» Si abbracciarono, si dissero addio, salirono fino al terrazzo più elevato, e là, si presero per mano e saltarono giù. Caddero sopra la nuda roccia e misero fine alle loro vite.

Trascorsero molti anni, finché si trovò a passare di lì per caso un principe mentre era fuori a caccia; si addentrò nella foresta, sguinzagliò i cani, poi si separò dai suoi cacciatori e si avventurò da solo su un sentiero sconosciuto. Continuò a cavalcare, fino a quando finalmente giunse nella vasta radura e vide il palazzo di pietra bianca. Smontò da cavallo, salì per le scale ed esaminò le stanze vuote. Si guardava intorno dappertutto e vide che il palazzo era lussuosamente arredato, eppure, da nessuna parte si vedeva segno di una presenza femminile, e capì che il luogo era abbandonato da molto tempo. Continuò a visitare i locali, finché arrivò nel salone in cui si trovava la bara di cristallo, al cui interno giaceva una fanciulla d'incomparabile bellezza dalle guance rosee, e il bel volto illuminato da un sorriso: sembrava proprio che dormisse. Il principe s'avvicinò, osservò la fanciulla e rimase come pietrificato da una forza sconosciuta. Per tutto il giorno rimase lì, immobile, davanti a lei, incapace com'era di levarle gli occhi di dosso, mentre era pervaso da un animo in tumulto. Rimase incatenato e stregato dalla quella straordinaria e meravigliosa bellezza, perché così belle non ne aveva viste mai su tutta la terra. Nel frattempo, i suoi cacciatori avevano cominciato a cercarlo dappertutto; erano in perlustrazione già un bel pezzo, suonando le trombe e chiamandolo a gran voce, ma il principe era rimasto inchiodato al feretro della bella fanciulla e non s'accorse di nulla. Il sole era ormai tramontato e ovunque era calata una profonda oscurità. Finalmente il principe si decise a lasciare la bara: baciò la defunta e tornò indietro. «Finalmente, Altezza! Dove siete stato?» Chiesero i cacciatori; «Davo la caccia ad un animale e ho perso la strada.» Il giorno dopo, sul far del giorno, il principe uscì di nuovo a caccia; galoppò nella foresta, poi si separò dagli altri cacciatori e attraverso lo stesso sentiero del giorno prima giunse nuovamente al palazzo di pietra bianca. Di nuovo passò l'intera giornata a vegliare la bara di cristallo, senza mai poter distogliere lo sguardo dalla fanciulla morta. Solo a tarda notte si decise a rientrare. La stessa storia si ripeté ancora il terzo giorno, poi il quarto, e così via, per tutto il resto della settimana. «Ma che sta succedendo al nostro principe?» si chiesero i cacciatori, «fratelli, sarà meglio seguirlo per verificare che non si stia mettendo in qualche guaio.» Ancora una volta il principe uscì per andare a caccia, sguinzagliò i suoi cani, si separò dal suo seguito e partì per la volta del palazzo di pietra bianca. Ma stavolta gli altri lo seguirono. Arrivarono alla radura, entrarono nel palazzo, videro il feretro di cristallo nel grande salone, e videro il loro principe che stava incollato davanti ad essa. «Vostra Altezza! Ora è chiaro il perché abbiate passato un'intera settimana nella foresta! Ormai, anche noi resteremo qui fino a stasera.» Accerchiarono la bara e cominciarono a osservare le spoglie della fanciulla, ammirando la sua incredibile bellezza, e anch'essi non fecero un passo per tutto il giorno. Quando fu notte fonda, il principe richiamò i suoi cacciatori e disse loro: «Compagni, fatemi una grande cortesia: portate questa bara con la fanciulla morta al mio palazzo, e mettetela nella mia camera. Ma con discrezione: che nessuno vi veda. Vi ricompenserò adeguatamente, e vi darò tanto oro quanto non avreste mai immaginato di possederne.» «Lasciamo a voi la scelta di ricompensarci o meno, Altezza, poiché noi siamo lieti di servirvi in ogni caso.» Risposero i cacciatori. Sollevarono la bara di cristallo e la portarono fino alla corte, poi la legarono sul dorso dei cavalli e la trasportarono fino al palazzo reale, e dì lì, alla stanza del principe.

Da quel giorno il principe non pensò più alla caccia; non usciva più di casa e se ne stava tutto il giorno seduto in camera sua a rimirare la bella fanciulla, finché la zarina cominciò a pensare: "Che cosa può essere accaduto a nostro figlio? Ormai è da molto tempo che non esce più dalla sua stanza e non lascia entrare nessuno. Sarà malinconia, o avrà qualche malattia? Sarà meglio che vada da lui a controllare." La zarina entrò nella camera del figlio e vide la bara. Chiese al figlio che cosa stesse succedendo e cosa ci facesse lì quel feretro, poi diede immediatamente ordine di seppellire la defunta, secondo le normali consuetudini, nel profondo della madre terra. Il principe pianse, andò in giardino e raccolse dei fiori; li portò sul luogo della sepoltura e cominciò a pettinare i capelli castano chiaro della giovane morta, e le decorò i capelli con quei fiori. E improvvisamente, il capello stregato le cadde dalla treccia, e la bella ragazza aprì gli occhi, ricominciò a respirare, si tirò su e disse: «Oh, quanto ho dormito!» Al che, la gioia del principe fu incommensurabile. La prese per mano e la condusse di fronte a suo padre e a sua madre; «è il Signore che me l'ha mandata» disse, «non posso più vivere nemmeno un istante senza di lei! Vi prego, datemi il permesso di sposarla, cari genitori.» «Sposala pure, figliolo. Noi non andremo di certo contro il volere del Signore, e da nessuna parte troverai una fanciulla tanto bella.» Lo zar e la zarina non persero altro tempo, e quello stesso giorno il matrimonio fu celebrato e ci fu una grande festa.

Dunque, il principe sposò la figlia del mercante e l'amò perdutamente. Trascorse un po' di tempo, finché un giorno ella espresse il desiderio di rivedere suo padre e suo fratello; così, il principe chiese il consenso allo zar. Lo zar rispose: «D'accordo, miei cari figlioli, andate pure. Tu, figlio mio, viaggerai per terra, così, intanto, avrai modo di verificare lo stato degli affari del regno, mentre tua moglie potrà viaggiare per mare, e andare direttamente al suo paese.» Furono preparati i bagagli della principessa, fu equipaggiata la nave, a cui fu assegnato un generale nel ruolo di capitano. La principessa salì a bordo e la nave salpò verso il mare aperto, mentre il principe viaggiava per terra. Quando il generale vide la bella principessa, cominciò a bramarla e a farle delle avances: egli, infatti, era ormai sicuro di averla in pugno e pensava di potersi prendere con lei tutte le libertà che voleva. «Guai a te se mi respingi» disse alla principessa, «se lo farai, ti butterò in mare!» Ma ella non rispose e si girò dall'altra parte, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. Ma un marinaio aveva sentito tutto, e così, andò dalla principessa e le disse: «Altezza, non piangete, e scambiamoci gli abiti: voi indossate la mia uniforme, mentre io mi metterò il vostro abito. Poi, voi andrete sul ponte, mentre io rimarrò nella vostra cabina. Mi farò buttare io in mare al vostro posto, io non ho paura; nuoterò fino alla riva e me la caverò: in fin dei conti, siamo appena salpati e la nave è ancora vicina al porto.» Si scambiarono gli abiti e la principessa salì sul ponte, mentre il marinaio si sdraiò nel letto di lei; durante la notte comparve il generale, afferrò il marinaio, e lo scaraventò in mare. Il marinaio continuò a nuotare finché all'alba raggiunse la riva. Nel frattempo, la nave approdò nel porto e i marinai scesero a terra; sbarcò pure la principessa e corse al mercato, dove comprò per se stessa una divisa da cuoco, l'indossò, e così travestita si recò a chiedere lavoro come sguattera nella cucina del padre.

Quasi subito dopo, arrivò dal mercante anche il principe, il quale disse: «Salve, padre. Vogliate accettarmi come vostro genero, poiché sono il marito di vostra figlia. A proposito, lei dov'è? Non è ancora arrivata?» Ed ecco apparire il generale con una notizia imprevista: «Altezza, è accaduta una disgrazia! La principessa si trovava sul ponte quando improvvisamente è scoppiata una tempesta e la nave ha cominciato a dondolare, allora ella ha perso i sensi ed è caduta in mare ed è annegata!» Immaginatevi la reazione del principe: si disperò e pianse, perché sapeva che dal fondo del mare non si può più fare ritorno: che destino inesorabie le era toccato! Il principe soggiornò in casa del suocero per qualche altro giorno, dopo di che riunì i suoi e si preparò al ritorno. Il mercante diede un grande banchetto d'addio al quale furono invitati tutti i parenti, i boiari [2], e tutti i mercanti. C'erano anche suo fratello, la vecchia perfida, e anche il generale della nave. Mangiarono e bevvero a volontà, finché uno degli ospiti disse: «Cari amici, perché oltre a bere e a mangiare non ci raccontiamo qualche storia per passare il tempo?» «Ma sì, perché no!» esclamarono gli altri; «Chi comincia?» Ci provò uno di loro, ma non sapeva come fare, un altro non ne era capace, e il terzo era pure un po' brillo. Sicché, non sapendo più cosa fare, un quarto disse: «C'è un nuovo cuoco in cucina che ha viaggiato per mari e per terre lontane e sembra che riferisca cose meravigliose. Dicono che sia un maestro nel raccontare storie!» Allora il mercante mandò a chiamare il cuoco e gli disse: «Intrattieni i miei ospiti.» E la principessa mascherata da cuoco rispose: «Cosa volete sentire? una fiaba o una storia vera?» «Una storia vera, una storia vera!» Acclamarono i presenti. «D'accordo, avrete una storia vera, ma ad una condizione: chiunque mi interromperà, si beccherà una mestolata sulla fronte!» Il pubblico acconsentì, ed ella cominciò a raccontare i fatti così come le erano accaduti fin dal principio: «E così, c'era una volta la figlia di un mercante, il quale lasciò questa figlia nelle mani di suo fratello un giorno in cui dovette partire per un lungo viaggio. Ma questo zio cominciò a bramare ardentemente la nipote perché era una gran bella ragazza e non le diede più tregua..» Nell'udire quelle parole lo zio capì che si stava parlando di lui ed esclamò: «Ma non è vero! Sono tutte bugie!» E la principessa: «Ah sì? Sono tutte bugie? Allora, prendi questa!» E così dicendo, gli diede una bella mestolata sulla fronte. Poi la storia proseguì ed ella raccontò della matrigna e di come essa interrogasse lo specchio magico, e di quando mandò la vecchia cattiva fino al palazzo di pietra bianca dove aveva vissuto con i due bogatyri, al che la matrigna e la vecchia gridarono all'unisono: «Ridicolaggini! è tutto falso!» E la principessa diede una bella mestolata a tutte e due e poi proseguì, raccontando di come era giaciuta nella bara di cristallo fino a quando fu ritrovata dal principe, il quale l'aveva riportata in vita e poi sposata, e, infine, del viaggio intrapreso per nave per venire a visitare suo padre. Il generale capì allora che non si metteva bene per lui e disse al principe: «Se non vi dispiace, io andrei a casa. Mi sta venendo un tremendo mal di testa..» Ma il principe rispose: «Ma no, restate un altro po', tra un po' vi passerà.» E per finire, la principessa raccontò quanto era accaduto sulla nave, tra lei e il generale, ma egli non riuscì a trattenersi ed esclamò: «Sono tutte bugie, non è vero niente!» La principessa gli diede una bella mestolata sulla fronte, si tolse poi il travestimento da cuoco e si palesò al principe: «Io non sono un cuoco, sono la tua legittima sposa.» Marito e padre si rallegrarono a non finire e la loro gioia fu incontenibile: corsero subito ad abbracciarla e abbracciarla, e più tardi i cattivi furono portati in giudizio e condannati. La vecchia cattiva e lo zio furono fucilati da un plotone d'esecuzione; la matrigna strega fu appesa alla coda di un cavallo e trascinata al galoppo attraverso i campi, e le sue ossa finirono sparpagliate tra burroni e arbusti. Infine, il generale fu arrestato e imprigionato e il bravo marinaio che aveva salvato la principessa gli succedette di ruolo.

Da quel giorno, il principe, sua moglie, e il mercante, vissero a lungo felici e contenti tutti e tre insieme.

(Traduzione dall'inglese di Valentina Vetere.)

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Note del testo

[1]bogatyri: Eroi della poesia epica russa (v. bylina), raffigurati, nelle creazioni popolari, come i difensori della terra russa che compiono difficili imprese guerresche o ardue fatiche, oppure come personaggi dotati di grande forza, bellezza, intelligenza o ricchezza.

[2]boiaro (o: boiardo): Denominazione con la quale erano indicati fin dal medioevo i nobili russi, che, in origine capi militari, divennero poi proprietarÓ di latifondi e di servi; la loro autorità fu gravemente scossa nella lotta contro lo zar Ivan IV il Terribile, nella prima metŗ del sec. 16°, e cessÚ definitivamente con la rivoluzione russa nel 1917. Con lo stesso nome si designarono anche i nobili che formavano l'aristocrazia romena e bulgara.

(fonte: Treccani.)

Questa fiaba è stata tradotta da me dall'inglese. Chiunque desideri questo testo per le proprie pagine web, può prelevarlo liberamente, seguendo le medesime condizioni regolate dalla licenza Creative Commons 3.0 indicata in questa pagina, in segno di rispetto per il mio lavoro.

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(Documento creato il 05/11/13. Ultimo aggiornamento: 19/12/2016.)