Fiabe amatoriali di Natale - Rosalpina: Verena

Gesù Bambino separatore

La finestra disegnava sulla neve un cono di luce dorata. Lievi farfalle d’argento volteggiavano nell’aria bruna tra frange di nebbia. La fronte sul vetro gelido, osservavo il lento fioccare contro le scure sagome dei monti. Ero arrivata da una settimana a Valdaora, allora minuscolo paese perso tra i grandi boschi della Val Pusteria. Avevo sette anni e uno sdentato sorriso che disegnava sulle guance due fossette.  Nell’oscurità vidi uscire una piccola sagoma infagottata in un dirndl lungo quasi fino ai piedi. Solo un golfino di lana verde la proteggeva dal freddo pungente. Riconobbi la misteriosa ragazzina che aiutava a lavare i panni. La si incontrava raramente, sempre a capo chino, sigillata nella sua timidezza montanara. A fatica svuotò due pesanti secchi nella spazzatura, poi, rapida com’era apparsa, rientrò nell’ombra. L’albergo si era vestito a festa per il Natale. Negli angoli del rustico soggiorno in cirmolo pendevano corone di fiori secchi. Paffuti angioletti sostenevano le candele decorate con ingenua fantasia. Un grande abete apriva le sue braccia cariche di sfere delicate, lumini scintillanti, dolcetti avvolti in carta stagnola. Il profumo di resina riempiva l’aria.

Chi era quella ragazzina? Perché la lasciavano uscire nel gelo con un abbigliamento insufficiente? Silenziosa come un gatto sgattaiolai alla sua ricerca. Finalmente la intravidi dalla fessura di una porta. La nuvola di cappelli biondo grano era costretta in due trecce pesanti e arruffate. Con gesti metodici piegava una pila di asciugamani,assorta nei suoi pensieri. Era minuta come una bambina,ma,sul petto, due piccole sfere tendevano il tessuto del vestitino. Meravigliata mi resi conto che non era una ragazzina poco più grande di me, come avevo creduto, ma quasi una signorina. Mi sentii intimidita e m’arrestai. Lei, però, mi vide lo stesso e sobbalzò come un animaletto selvatico. Rimanemmo per lunghi attimi a studiarci. Il silenzio ci avvogeva denso,venato solo dall’ansare affannoso della stufa. "Come ti chiami?" le chiesi finalmente. Le mie parole mi parve echeggiassero nella ovattata atmosfera della stanza. Mi guardò sbigottita. Pensai non conoscesse la mia lingua. "Verena", rispose, arrotando la ' r '. "Abiti qui?". "Dormo in albergo... Per feste, torno lassù" e fece un gesto vago verso la finestra. "Ma stasera è la vigilia di Natale!" esclamai. "Sì...tra poco...finito...Vado...". Il linguaggio gutturale era ingentilito da una liquida dolcezza. Mi sedetti accanto a lei, nel cono intimo di luce. Osservavo i suoi movimenti regolari, metodici. "Quanti anni hai?". "Dodici e mezzo" "Non sei un po’ piccola per lavorare?". Mi guardò stupita: forse era la prima volta che qualcuno s’interessava a lei. "Mia famiglia povera. Siamo sei. Tutti piccoli." "E la tua mamma?". Vidi la luce affievolirsi nell’azzurro dei suoi occhi e tremare sulle ciglia gocce di malinconia. "Mamma morta", fece una lunga pausa, poi riprese "proprio due anni fa. Su prato... ghiaccio...molto ripito.." Sentii il suo dolore vibrare in me. Rimanemmo un po’ zitte. Nella stufa i ciocchi di legno si lamentavano con brevi gemiti. "Vuoi vedere mio hof?". La sua voce mi scosse dalla tristezza. Verena si era avvicinata alla finestra. Passava le dita sul vetro appannato. Mi accostai anch’io. Indicò un puntolino tremulo in alto,oltre il manto scuro del bosco. Presto il sipario di nebbia si abbassò, sottraendolo allo sguardo. "Fino lassù? Come ci arrivi? ", chiesi. Sorrise. "A piedi. Abituata." "Voglio accompagnarti!" esclamai. "Non possibile!Tu non abituata!". "Solo un pochino!". "Beh, fino al Kappenweg,prima di salita".. Avvertii la mamma che sarei rimasta a giocare con un’amichetta, poi furtivamente indossai scarponi, berretto e giacca a vento. Verena aveva solo il golfino verde di lana cotta sul leggero dirndl.

Appena fuori una folata ci afferrò con dita gelate. Nevicava fitto fitto. Alzai gli occhi incantata dallo scintillio turbinoso contro il velluto del cielo. Il terreno era coperto da una coltre candida. Intatta. Avanzavamo a fatica. Verena dolcemente mi circondò le spalle. "Sei triste?Ti...ti manca tanto?" chiesi. Pensai di essere stata inopportuna. Il suo viso era insondabile. Poi vidi le lacrime trattenute brillare tra le ciglia. "Sì...tanto!" sospirò. La tormenta urlava cattiva. Ci schiaffeggiava con mani di ghiaccio. Mi strinsi impaurita a lei. L’albergo con le sue finestre luminose, era già lontano. "Papà sempre beve. Violento. Ich...io... sola." Le parole rimasero sospese colme di dolore. Il vento fischiava con tale forza che quasi mi mancava il respiro. Arrivammo in vista della cappella. Era tutta bianca, in una radura, con l’esile campanile che forava la notte. "Fermiamoci qui. Meglio." suggerì Verena. L’interno era illuminato dalla luce di una lampada votiva. Ci stringemmo freddolose su una panca. Era una chiesa in miniatura con antichi affreschi scrostati e il soffitto a crociera decorato con un ingenuo motivo a fiori. Sull’altare, adagiato sulla paglia, il Bambino Gesù alzava benedicente le dita. La ragazzina lo fissò movendo appena le labbra, in una muta preghiera. "Verena, a cosa pensi?" chiesi. "Mia vita è..." annaspò alla ricerca di parole, "buia come notte...Fredda. Solo arbeit, mai tenerezza. Mamma prendeva...braccia. Baciava." Sembrò riscuotersi,si portò le mani al viso e mi fissò stupita,come se solo allora realizzasse che i suoi pensieri si erano rivestiti di suoni. "Mai, mai parlato di questo a nessuno. Tutto chiuso qui" e si batté il pugno sul petto. Solo Lui conosce e rivolse lo sguardo all’altare. "Ora anche tu! Quale tuo nome?". "Lia". Ci abbracciammo. Faceva un freddo cane. Il respiro si condensava in nuvolette scintillanti. Le campane del villaggio presero a squillare riempiendo il silenzio di note festose. Fissai gli occhi sul Bimbo Santo. Emozionata notai il piccolo Gesù alzare la sua mano verso di noi,mentre un dolce sorriso gli illuminava il viso paffuto. "Lo vedi anche tu?" sussurrai intimorita. "Si" mi rispose in un soffio la ragazzina. Dal suo sguardo era scivolata via ogni ombra di tristezza. Quando raccontai il fatto prodigioso, i miei genitori commentarono: "Ne hai di fantasia!". Ma io ero certa che Gesù, nel giorno della sua nascita, fosse passato in quella cappella, per consolare la piccola Verena.