Fiabe della Toscana: Il mondo di sotto - parte II

(seguito da pagina I)

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Cammina cammina cammina... camminò ancora un paio di mesi, sempre in mezzo a questa prateria che non finiva mai. I primi giorni aveva mangiato le buone cose che gli aveva dato la ragazza del secondo castello: pane, prosciutto, formaggi... Ma poi i viveri finirono e Giovanni fu di nuovo costretto a nutrirsi di radici di paleo e a bere acqua di sorgente, quando ne trovava.

Un giorno, era più di due mesi che camminava, vide in lontananza qualcosa che luccicava. Avrebbe voluto vedere di cosa si trattava, ma mandava bagliori tali che era impossibile: non si poteva fissare. Si diresse comunque da quella parte e poté rendersi conto che si trattava di un castello d'oro soltanto quando il sole tramontò e i bagliori diventarono più sopportabili alla vista umana. Era un castello tutto d'oro! Cominciò a guardare intorno se c'era qualche essere vivente: non vide nessuno. Era stanco e pensò quindi di sdraiarsi nel giardino che circondava il castello. Stava quasi per addormentarsi, quando sentì aprire un finestra; si voltò e vide una donna così bella... ma così bella come non ne aveva mai viste. La sua bellezza superava di mille volte quella della ragazza del castello d'argento. Giovanni se ne innamorò subito. Si alzò in piedi e cercò di farsi vedere. Appena la ragazza lo scorse, lo chiamò: "Giovane! Andate via subito di lì! Fra pochi minuti arriva il padrone di questo castello; è il mago più potente e feroce del mondo di sotto. Se vi trova siete finito voi e me la passerò male anch'io, perché penserà che vi abbia fatto venire io"."Non dubitate che me ne andrò, non voglio procurarvi noie. Vorrei però prima chiedervi un piacere: è tanti giorni che non mangio che radici d'erba. se aveste qualcosa da darmi...". "Venite pure su, ma fate alla svelta." La ragazza gli aprì la porta del castello, lo fece passare in cucina e gli dette da mangiare. Quando il giovane ebbe finito di mangiare, lei gli disse: "Ora andatevene e dimenticate di avermi vista". "No, io non me ne vado. Aspetterò il vostro mago. Nascondetemi in qualche posto dove sapete che il mago non va mai." Lei avrebbe voluto insistere e convincere il giovane ad andarsene, ma proprio in quel momento si sentì il palazzo tremare. "È il mago che sta arrivando. Siamo rovinati! Venite con me; a questo punto non posso che nascondervi." Lo accompagnò nei sotterranei del castello, in un locale senza finestre e ingombro di ogni sorta di attrezzi. "Restate qui fino a quando non tornerò." "Non dubitate" rispose Giovanni, "che di qui non mi muovo."

La ragazza tornò in cucina e si mise a preparare la cena al mago. Si sentì una gran soffiata: era il mago che entrava nel castello. Appena arrivato cominciò a brontolare: "Sento odore di cristianin, o ce n'è o ce ne vuoi venir". "Eh, allora vorranno venire" rispose la ragazza, "perché qui non ho visto nessuno." Ma il mago non le credette e cominciò a girare per il castello e a frugare in ogni angolo. "Tu mi inganni" diceva, "sento il puzzo; da qualche parte ci deve essere un... Cristiano." "Ma no, ma no! Non c'è proprio nessuno. È perché avete tanta fame che sentite tutti gli odori. Su, mettetevi a tavola e mangiate; vedrete che dopo starete meglio." Il mago si mise a mangiare: aveva tanta fame e finì tutto quello che la ragazza aveva preparato. Si scolò anche un par di fiaschi di vino. Così bello satollo, si addormentò con la testa sul tavolino. Allora la ragazza corse subito nei sotterranei e disse a Giovanni: "Il mago si è addormentato, andate via prima che si risvegli". "Non me ne voglio andare; voglio piuttosto che mi diciate se sapete come si può fare per ammazzare il mago." "Eh, povero voi! Il modo c'è, ma chi ci può riuscire? Sappiate che il mago va sempre a letto vestito e porta, attaccata alla cintura, la sua pistola. Non se ne separa mai. Per ammazzarlo bisognerebbe prendere la sua pistola e sparargli in fronte con quella, ma proprio in mezzo alla fronte, altrimenti non muore. E, se per caso si sbaglia il colpo, è la fine: in un boccone divora chi ha provato ad ammazzarlo." "Voi non vi preoccupate; cercate di farlo andare a letto e accarezzatelo un po' finché non si sarà addormentato di nuovo. Poi mi chiamerete e proverò a prendergli la pistola."

La ragazza andò in cucina e cercò di convincere il mago che sarebbe stato più comodo a letto. "Hai ragione" disse lui, "accompagnami perché devo aver bevuto un pò troppo". Lei lo aiutò a entrare nel letto, lo coprì, gli rincalzò le coperte per bene e accostò la finestra. Quando lo sentì di nuovo russare andò da Giovanni: "Se volete venire, ora dorme". Giovanni salì le scale e passò dalla cucina; aveva ancora fame e si mise a mangiare. Poi andò nella camera del mago, che russava beato. Mentre la ragazza faceva finta di aggiustargli le coperte, Giovanni riuscì ad afferrare la pistola. Fece cenno alla ragazza di andarsene; non voleva che assistesse alla morte del mago. Prese la mira con attenzione e sparò. Centrata la fronte! E mago fece un urlo, saltò in aria e poi cadde a terra: stecchito. Subito venne la ragazza che si attaccò al collo di Giovanni baciandolo e dicendogli che era il suo liberatore. Poi presero il mago e lo tirarono giù dalla finestra; Giovanni fece una fossa nella prateria e ce lo seppellì.

I due giovani, che ormai si erano innamorati, si raccontarono le loro storie. Anche la ragazza era una principessa: il mago l'aveva rapita ed era rimasta prigioniera nel mondo di sotto per parecchio tempo. Nel castello d'oro c'erano intere sale piene di ogni ben di Dio: il mago voleva mangiar bene e non si faceva mancare mai nulla. Le cantine anche erano ben fornite. Giovanni e la bella del castello d'oro rimasero insieme parecchio tempo mangiando, bevendo e in grande felicità. Dovevano aspettare che fosse trascorso un anno e tre giorni da quando Giovanni era sceso nella caverna. Intanto facevano progetti per la loro vita futura. Diceva Giovanni: "Ora, appena sarà trascorso il tempo necessario, tu verrai con me nel mondo di sopra e lassù ti sposerò. Però dovrò portare lassù due altre ragazze che ho liberato prima di te; tu non devi essere gelosa, perché io voglio te sola. Io ho due fratelli nel mondo di sopra, se lo vogliono, potranno sposarle loro". I giorni trascorrevano lieti al castello d'oro: presto i due giovani sarebbero tornati di sopra.

Un giorno la ragazza portò Giovanni in quel sotterraneo dove lo aveva fatto nascondere la prima sera; aprì una piccola botola egli disse: "Ora metti la testa lì dentro". Giovanni obbedì e, quando tolse la testa, si accorse che i capelli gli erano diventati d'oro. Allora lei infilò nella botola i piedi e le scarpe le diventarono d'oro; si chinò e ci mise la testa: aveva le trecce d'oro. Giovanni, a questo punto, diventò assai curioso: avrebbe voluto vedere cosa c'era dentro la misteriosa botolina. Chiese alla ragazza se poteva procurargli un lume. Lei salì in cucina e di lì a poco tornò con una lanterna. Il giovanotto scese attraverso la botola e si ritrovò in una grande stanza buia: in un angolo della stanza c'era un enorme mucchio di pomi d'oro. "Ecco" disse, "chi portava via i pomi d'oro dal giardino di mio padre! Era proprio questo mago qui. Ora sono contento. Ora ho veramente compiuto la mia missione." Prese alcuni di quei pomi e risalì attraverso la botolina. I giorni volavano in compagnia della bella, e presto arrivò il momento di far partenza. Presero un cestello di pomi d'oro, chiusero bene il castello e si misero in cammino. Erano diretti verso il castello d'argento, ma la ragazza conosceva la strada e arrivarono in pochi giorni. Arrivati che furono, bussarono alla porta e la bella del castello d'argento si affacciò alla finestra. Quando vide che Giovanni era in compagnia di un'altra donna, assai più bella di lei, fece un urlo e scomparve. Loro aspettarono un pò, poi, vedendo che la ragazza non si rifaceva viva, entrarono nel castello per vedere cosa mai fosse successo. Trovarono la ragazza a terra, svenuta. Le prestarono soccorso e finalmente si riebbe e disse: "Eh Giovanni! Lo sapevo! Te lo dicevo che se andavi via per me era finita ogni speranza! Ora certo sposerai lei e non me". "Non te la prendere" fece Giovanni, "ora ti porto nel mondo di sopra, come ti avevo promesso. Lassù ho due fratelli e uno di loro certamente ti sposerà." A sentire così, la bella del castello d'argento si riconfortò un poco. Li fece accomodare, mentre lei preparava il pranzo. Quando ebbero mangiato, chiusero la porta del castello e, tutti e tre insieme, ripresero il cammino.

Ora Giovanni doveva passare a prendere Bell'Aurora, la ragazza del castello di cristallo. Camminarono un bel pò, ma le due ragazze conoscevano la strada e non ¦ misero due mesi come Giovanni venendo. Arrivarono finalmente al castello di cristallo, ma non potevano bussare alla porta perché quel castello era senza porte. Allora si misero a girare intorno per vedere se c'era qualche finestra aperta. Dopo un pò che erano lì però sentirono aprire una finestra, allora Giovanni chiamò la Bell'Aurora che si affacciò. Quando però vide che Giovanni era in compagnia di altre due donne, tutte e due più belle di lei, si mise a piangere. "Ma cos'hai" chiese Giovanni, "non sei contenta che sono tornato per portarti nel mondo di sopra?" "Eh no, Giovanni! Io volevo che tu mi sposassi; volevo tornare nel mondo di sopra, ma per essere la tua sposa." "Non te la prendere: nel mondo di sopra io ho due fratelli, certamente uno di loro ti sposerà." A quelle parole Bell'Aurora si calmò un poco. Calò le sue bionde trecce e, uno per volta, li fece salire tutti e tre. Poi apparecchiò, preparò un bel pranzetto e tutti insieme mangiarono e bevvero.

Giovanni intanto calcolava il tempo che aveva ancora a disposizione: passato un anno e tre giorni doveva essere all'ingresso della caverna. Vide che avevano fatto abbastanza presto a giungere fino lì e calcolò che potevano trattenersi ancora per qualche giorno. Rimasero tutti e quattro nel castello di cristallo raccontandosi le loro avventure. Quando Giovanni capì che era l'ora, ripresero il cammino. Arrivarono all'ingresso della caverna proprio il giorno stabilito. Infatti vi trovarono il corbello legato alla fune: pronto per portarli al mondo di sopra; fratelli erano stati di parola. Giovanni allora decise che avrebbe mandato su per prima Bell'Aurora. La mise nel corbello e poi dette uno strattone alla fune per far capire ai fratelli che potevano cominciare a tirar su. E lassù, da sopra, tira tira tira... finalmente arrivò il corbello con questa sella ragazza. Appena la videro i due fratelli cominciarono a litigarsela: "Questa è mia!". "No, questa me la sposo io!" Intanto tolsero dal corbello la ragazza che disse loro: "Buttate giù il corbello e non vi litigate che di ragazze ce n'è ancora". Lei non disse altro e si mise lì da una parte, aspettando che anche gli altri tornassero al mondo di sopra. I fratelli calarono il corbello.

Quando il corbello fu di nuovo in fondo, Giovanni fece salire la ragazzi del castello d'argento. Dette uno strattone alla fune e i fratelli tira tira tira, quando videro che anche quella volta c'era una ragazza e che era ancora più bella della prima, cominciarono a litigarsi di nuovo. "Allora" disse il maggiore, "tu sposerai la prima e io mi prendo questa qui". "No no" rispose l'altro, "la prima la volevi tu, prenditela! Io mi sposerò questa". La bella del castello d'argento uscì dal corbello e disse loro di non litigarsi: che buttassero ancora il corbello che ce n'era ancora. E loro lo buttarono giù di nuovo. Cala cala cala... arrivò al fondo. "Ora tocca a te" disse Giovanni, "ma ho paura che i miei fratelli mi tradiranno e quando ti avranno vista così bella, non vorranno tirar su anche me." "Io spero che le tue preoccupazioni siano infondate, ma se veramente i tuoi fratelli si comportassero come tu prevedi, sappi che io ti resterò fedele e che non sposerò nessuno se non chi mi porterà una treccia come questa e una scarpetta d'oro come questa." La bella del castello d'oro si tagliò una treccia e si tolse una delle sue scarpe e le consegnò a Giovanni. Lui prese la treccia e la scarpa, le avvolse in un fazzoletto e se lo mise alla cintura. Poi aiutò la ragazza a entrare nel corbello, dette uno strattone alla fune e il corbello cominciò a salire. I due fratelli, all'ingresso della caverna, tira tira tira... finalmente videro arrivare una donna che era ancora più bella delle altre. Allora sì che litigarono davvero! Entrambi volevano quella, e per poco non vennero alle mani. Ma la bella del castello d'oro disse che dovevano buttare giù di nuovo il corbello che c'era ancora qualcuno che doveva salire.

Il corbello fu calato e arrivò in fondo. Giovanni però, che non si fidava dei fratelli, cominciò a pensare: ' Se io entro nel corbello, i miei fratelli tirano su, ma quando vedono che non è una ragazza, tagliano la fune e mi fanno sfracellare in questa buca '. Così decise che non sarebbe entrato lui, ma avrebbe messo nel corbello alcuni sassi per un peso equivalente al suo. Cercò i sassi, li sistemò nel corbello e, come sempre, dette uno strattone alla fune. Il corbello cominciò a salire: sali sali sali... ma a un certo punto fu tagliata la fune e il corbello precipitò nella caverna.

I due disonesti non avevano nemmeno aspettato di vedere cosa ci fosse dentro il corbello. Giovanni pensò che aveva fatto bene a non cercar di salire. Però ora era laggiù, solo, nel mondo di sotto. Come avrebbe mai fatto a risalire? E che ne sarebbe stato della sua bella? Gli prese la disperazione.

Ma lasciamo un pò Giovanni e vediamo cosa succede alle tre ragazze.

I fratelli di Giovanni, dopo che ebbero tagliata la fune, s'incamminarono verso la reggia con le tre ragazze. Quando arrivarono, subito il padre chiese di Giovanni. Loro risposero che Giovanni era morto nel mondo di sotto, ma che aveva mandato su tre belle ragazze. Il padre però non volle credere a quella storia e disse loro: "Io temo che mi raccontiate delle menzogne; com'è possibile che abbia mandato su le tre ragazze se è morto. Non vi credo e vi dico subito - parola di re - che non permetterò che sposiate quelle ragazze fino a quando Giovanni non sarà tornato". Ma i fratelli dicevano: "Aspettalo che ritorna! Vedrai che prima o poi ce le lascerai sposare". E intanto si litigavano fra di loro, perché entrambi volevano la ragazza più bella: la bella del castello d'oro.

Torniamo intanto da Giovanni che era rimasto in fondo alla caverna a piangere e a disperarsi. Non sapeva cosa fare, non sapeva dove andare. A un certo punto gli tornò ¦ mente la capanna della vecchietta: la prima persona che aveva incontrato nel mondo di sotto. Era il posto più vicino e, affamato com'era, sperava che la vecchia gli offrisse una delle sue focaccine d'erbe. S'incamminò per la prateria e arrivò alla capanna con lo steccato. Scavalcò lo steccato e bussò alla porta. La porta si aprì e la vecchietta, appena lo vide gli disse: "O buon giovane, siete tornato? Cosa vi è successo?" "Sono tornato perché i miei fratelli mi hanno tradito. Hanno tagliato la fune e non mi hanno fatto tornare nel mondo di sopra." "Lo sapevo che avrebbero fatto così. Ma non vi disperate, in qualche modo cercherò di aiutarvi. Intanto vi preparerò una focaccina, perché penso che abbiate parecchia fame." "Eh, ho fame davvero!". La vecchia preparò una focaccia e ne mangiarono metà ciascuno.Poi prese a dire: "Io conosco un modo per farvi tornare nel mondo di sopra. Io comando a un'aquila che potrebbe portarvici, però voi dovete ascoltarmi bene e fare tutto quello che vi dirò". "E perché non lo dovrei fare? Dite pure." "Allora voi dovete andare dall'altra parte di questa capanna, troverete una porticina. Spingetela che è accostata; dentro troverete un bue. Bisogna che lo prendiate, lo portiate fuori e lo ammazziate. Poi bisogna farlo a pezzi."

Giovanni andò dove gli aveva detto la vecchia, trovò il bue, lo portò fuori e, con la sua spada, lo ammazzò e lo tagliò a pezzi. Fece un gran mucchio di carne lì, davanti alla capanna. Era un bue enorme. La vecchia, quando vide che aveva eseguito i suoi ordini, prese un corno e cominciò a suonare. Subito arrivò un'aquila che si posò vicino alla capanna. Era un'aquila grandissima, Giovanni non ne aveva mai viste di simili. "Ora" disse la vecchia, "dovete caricare tutta questa carne sulla schiena dell'aquila, proprio come fosse una bestia da soma. Poi anche voi dovete salire a cavallo dell'aquila. Io le comanderò che vi riporti nel mondo di sopra. Ma attento eh! Man mano che salirà, l'aquila farà un verso, farà: bah! Ogni volta che farà quel verso, voi dovrete dargli un pezzo di carne. Ma attenzione eh! Bisogna essere pronti a dargli un pezzo di carne, altrimenti l'aquila, anziché salire, discende e torna nel mondo di sotto." "Non pensate, che farò come mi avete detto." Giovanni caricò sull'aquila tutta la carne del bue e poi salì anche lui sulla groppa dell'uccello. Salutò e ringraziò tanto la vecchia che disse: "Aquila, ora vai! Porta questo giovane su per la caverna, fino al mondo di sopra". L'aquila partì. Non era ancora arrivata alla caverna che cominciò a fare: bah! E Giovanni subito le porse un pezzo di carne. Arrivata che fu alla caverna, l'aquila cominciò a salire, ma ogni giro che faceva, diceva bahl E Giovanni le dava la carne. Volò per un pezzo: sempre più in alto, sempre più in alto... la caverna era ben profonda! Ce ne voleva prima di arrivare al mondo di sopra. E l'aquila cominciò a fare il suo verso sempre più spesso: ogni mezzo giro. La carne calava rapidamente. Giovanni cominciava a essere preoccupato che non ce ne fosse abbastanza. Per risparmiare, cominciò a tagliare con la spada i pezzi della carne e a dargliene di più piccoli, ma era del tutto inutile quell'espediente, perché l'aquila faceva il suo verso più spesso. Più piccolo era il pezzo di carne, più presto l'aquila diceva bah!

Vola vola vola, su su su... arrivarono a un punto che si cominciava a vedere un pò di luce. Giovanni se ne sarebbe rallegrato, se non avesse visto che la carne stava per finire. C'era il rischio che l'aquila tornasse in fondo alla caverna proprio mentre stavano per arrivare al mondo di sopra. C'erano ormai più due giri, quando la carne finì. Giovanni non stette a pensarci troppo: prese la spada e si tagliò un polpaccio. Tale era la paura di precipitare di nuovo in fondo alla caverna che nemmeno sentì il dolore. Mancava soltanto un giro... L'aquila fece di nuovo: bah! E Giovanni si tagliò l'altro polpaccio e lo porse all'aquila. Finalmente furono in cima: al mondo di sopra.

L'aquila posò a terra il giovane. Ma il poveretto non poteva reggersi in piedi e cadde stramazzato al suolo. Si era rovinato tagliandosi i polpacci. Cominciò a piangere. "Cosa m'importa" diceva, "di essere tornato nel mondo di sopra? Non potrò più camminare. Sono un uomo rovinato per sempre." L'aquila, che stava riposandosi lì vicino, lo sentì lamentarsi e intervenne: "Ora capisco... È per quello che l'ultima carne che mi davi aveva un sapore così strano! Era la tua carne. Ma non te la devi prendere; vedrò di renderti i tuoi polpacci". Detto questo, l'aquila si appartò e rigettò i polpacci di Giovanni. Poi li prese delicatamente col becco e li rimise alloro posto. Giovanni riebbe le sue gambe, belle e sane come prima. Non si riconosceva nemmeno dove erano stati riattaccati i polpacci. Il giovane si sentì rinascere e non smetteva più di ringraziare l'aquila che, salutato Giovanni, scomparve nella caverna.

Ora Giovanni doveva pensare il da farsi. Immaginava che i fratelli avessero sparso la voce che era morto, e non voleva tornare subito a casa. Pensò di andare in città senza farsi riconoscere da nessuno, neanche dalla bella del castello d'oro; ma i suoi capelli d'oro l'avrebbero potuto tradire: certamente la sua promessa sposa l'avrebbe riconosciuto dai capelli. Allora prese un fazzoletto, se lo legò alla testa e sopra ci mise il cappello. A chi gli avesse chiesto il perché di quella strana acconciatura, avrebbe risposto che aveva la tigna. Arrivato in città, invece di andare alla reggia, si cercò una casetta in affitto e mise su una piccola bottega di orefice. La bottega era proprio in un angolino della piazza centrale della città. In una posizione così centrale, presto cominciò a ricevere la visita di clienti che avrebbero voluto spille, collane, braccialetti... ma lui non aveva il mestiere e non sapeva far niente, così rimandava indietro tutti i clienti, ora con una scusa e ora con l'altra.

Intanto i suoi fratelli non facevano che litigarsi a causa delle tre ragazze. Il fratello maggiore, proprio perché era il maggiore, ebbe la meglio: avrebbe sposato lui la più bella delle tre, la ragazza del castello d'oro. A lei quell'uomo non piaceva per niente e aspettava in cuor suo il ritorno di Giovanni. Ma non poteva farsi vedere così ostinata. Disse allora: "Io ti sposerò soltanto quando tu mi avrai portato una scarpa d'oro come questa e una treccia d'oro uguale alla mia. Io ho una sola scarpa e una sola treccia: colui che mi porterà le compagne sarà il mio sposo". Il vecchio re, che ancora sperava nel ritorno del figlio, fu contento che la ragazza avesse richiesto una cosa così difficile; lui, povero vecchio, non avrebbe voluto che i figli maggiori si sposassero prima del ritorno di Giovanni, ma loro avevano tanto insistito e minacciato che aveva dovuto accondiscendere. Così dovette andare nel tesoro e dare al figlio maggiore un bel pò di oro; il giovanotto era deciso a girare anche tutto il regno, finché non avesse trovato un orefice capace di confezionare una treccia e una scarpa come quelle della ragazza. Si era fatto dare da lei scarpa e treccia che dovevano servire da modello. E cominciò a girare alla ricerca di un orefice che gli garantisse due manufatti del tutto uguali ai modelli. Di artigiani disposti a provare ne trovò parecchi, ma nessuno fu capace di uguagliare i modelli. Andò da tutti gli orefici della città: niente. Andò anche nelle città vicine, ma tutto fu inutile. Cominciava a disperare, quando gli venne in mente che non aveva provato ad andare nella botteguccia della piazza principale, quella nell'angolo. Veramente ci aveva pensato, ma vedendola così piccola e così mal messa aveva pensato di non provare nemmeno, per non perdere tempo. Ora però era deciso a tentare anche quella carta. Entrò nella botteguccia, e quando la vide così squallida, pensò che il tentativo sarebbe stato vano. Comunque volle provare. Mostrò all'orefice scarpa e treccia egli chiese se fosse stato capace di fabbricarne di uguali, perfettamente uguali. "Certo che sono capace" disse l'orefice, "si fidi di me." Il principe allora gli lasciò i modelli e un sacchetto di monete d'oro per la fusione. Poi chiese all'artigiano quando sarebbe potuto passare per ritirare il lavoro. "Venga pure domani mattina. È un lavoro che m'interessa e comincerò subito; se riuscirò a star sveglio stanotte, domattina sarà tutto pronto." Il principe se ne andò, ma non aveva molte speranze. Giovanni mise via il sacchetto di monete e prese treccia e scarpa che aveva ancora legate alla cintura. Le lucidò per bene e le mise in vetrina insieme ai modelli.

La mattina seguente il principe prese una delle carrozze più belle e andò nella piazza. Quando fu davanti alla botteguccia, vide in vetrina le due trecce d'oro e le scarpe. Che meraviglia! Le due trecce erano identiche fra loro e così le scarpette. Meravigliato e felice entrò nella bottega: "Ho visto la vetrina" disse, "siete stato proprio bravo! Avete fatto proprio quello che desideravo. Meritate una buona ricompensa". "Non m'importa della ricompensa, io voglio un'altra cosa..." "E cosa vorreste?" "Voglio venire io a provare le scarpe alla donna che le dovrà portare." "Ma certo! Se è soltanto questo che volete, non ci sono problemi. Anzi, venite subito!".

Giovanni chiuse la sua botteguccia e salì in carrozza col principe. Arrivati che furono al palazzo reale, salirono in una sala dove erano tutte e tre le ragazze del mondo di sotto. Appena lo videro con quel fazzoletto sotto il cappello, Bell'Aurora e la ragazza del palazzo d'argento cominciarono a ridere, tanto gli parve ridicolo. L'altra giovane invece lo riconobbe subito e stette zitta. "Cosa c'è da ridere?", chiese Giovanni. "Perché mai portate quel buffo fazzoletto sotto il cappello?" "Perché ho la tigna." Ma ecco che si fece avanti la bella del castello d'oro. Afferrò il fazzoletto di Giovanni e glielo strappò di testa. "Sì" disse, "guardate com'è la sua tigna!" Aveva i capelli d'oro. In quel momento tutti riconobbero Giovanni. La bella del castello d'oro gli saltò al collo e cominciò a baciarselo. Poi lo trascinò nella sala del trono, davanti al re.

"Ecco" disse, "questo è il mio sposo: è lui che ci ha liberate".

Il re, quando vide che era Giovanni, non stava più in sé dalla contentezza. Volle sapere da lui tutta la storia e quando l'ebbe sentita disse: "Tu sposerai la ragazza più bella e, se vuoi, puoi ordinare una pena ben severa per i tuoi fratelli traditori". "No" disse Giovanni, "non voglio che abbiano alcuna pena; mi basta di avere la mia sposa e la vostra benedizione. I miei fratelli, se vorranno, potranno sposare le altre due ragazze. È giusto che anche quelle abbiano un marito: glielo avevo promesso".

Fecero le nozze, dettero una gran festa, mangiarono e bevvero tutti e... forse saranno ancora là che si divertono.