Fiabe Popolari Russe: La rana zarina - "The Frog-Tsarevna"

(versione rivisitata da Post Wheeler, curatore della raccolta
"Russian Wonder Tales".)

(testo tradotto da me; vedi note a piť di pagina) il principe Ivan e la rana

tratta dalla raccolta: "Russian Wonder Tales"

libro animato

In un tempo fa, in un certo regno dell'impero russo, lontano dal cielo blu e dietro i più alti monti, vivevano uno Zar e una Zarina. Lo Zar aveva vissuto a lungo, ed era ormai in età avanzata. Egli aveva tre figli, tre principi, tutti e tre giovani, coraggiosi oltre misura, e ancora nubili. Durante le lunghe giornate di sole essi cavalcavano a lungo i loro fieri e poderosi cavalli, e sembravano dei luminosi falchi in volo nel cielo azzurro. Tutti e tre i fratelli erano belli e intelligenti, ma il più valoroso e il più bello di tutti era il più giovane, il principe Ivan.

Un giorno lo Zar riunì i suoi tre figli alla sua presenza e disse loro: "Miei cari figli, siete ormai diventati uomini, ed è ora che cominciate a pensare di sposarvi. Desidero quindi che voi scegliate una moglie fedele così che anch'io abbia tre valorose nuore. Tendete i vostri archi forgiati sul fuoco, e andate per sentieri impervi a scagliare in tre diverse direzioni le vostre frecce, e là dove queste cadranno, saranno le vostre spose." Così i tre fratelli andarono con i loro archi forgiati nel fuoco in tre diverse direzioni, pronti ad obbedire all'ordine paterno. Il maggiore lanciò la freccia verso est, il secondo verso ovest, mentre il giovane Ivan strinse con molta forza a sé il suo arco, lanciando la freccia davanti a sé. Quando il maggiore andò a cercarla, vide che era finita nella corte di una famiglia nobile, proprio davanti alla torre dove si trovavano gli appartamenti delle giovani figlie. La freccia del secondo fratello era invece caduta nel cortile padronale di un ricco mercante che commerciava con i paesi stranieri, ed era andata a colpire proprio la finestra della camera della figlia del mercante. Invece la freccia scagliata da Ivan non si trovava da nessuna parte, sicché egli dovette vagare a lungo per cercarla, con grande delusione e sofferenza. Cercò per campi e foreste, finché finalmente arrivò sulla riva di uno stagno circondato da betulle dal tronco d’argento e dal fogliame leggero, nel mezzo dell'acqua vide una grossa rana che reggeva in bocca il dardo. Quando vide la scena, deluso, ebbe l'impulso di tornare indietro, ma la rana gracidò per richiamare la sua attenzione e disse rumorosamente: "Cra! Cra! Cra! Vieni qua a prendere la tua feccia! Se non mi prendi in moglie, non uscirai mai da quella melma." Ivan rimase alquanto sorpreso di sentir parlare la rana, e non sapeva davvero cosa fare. Alla fine recuperò la freccia, prese con sé la rana, se la mise nella giacca e si diresse tristemente verso casa. Quando arrivò al palazzo e raccontò la strana storia, i fratelli risero di lui, e anche le loro fidanzate risero divertite, cosicché egli, sentendosi umiliato, andò dallo Zar a lamentarsi: "Come faccio a prendere in moglie una rana che gracida tutto il tempo e dice sempre 'Cra! Cra! Cra!' ? Non è certo al pari di me. Vivere tutta la vita non è certo come attraversare un fiume o camminare su un campo. Come posso passare la vita con una rana?" Ma lo Zar rispose: "Questo è il mio volere, un ordine reale, tu la prenderai in sposa, perché così vuole il tuo destino!"

A nulla servì il pianto prolungato del principe, che dovette rassegnarsi al suo destino suo malgrado e ubbidire. Così i tre figli dello Zar si sposarono: il maggiore con la figlia del nobile, il secondo con la figlia del mercante, e al più giovane toccò la rana. Il giorno del matrimonio, egli andò in carrozza al palazzo reale e la rana fu scortata su un piatto d'oro. Così vissero un pò di tempo, e nonostante tutto il principe Ivan visse con la sua rana trattandola con gentilezza e tenerezza finché un giorno lo zar riunì nuovamente i figli e disse loro: "Cari figlioli, adesso che siete sposati, voglio mettere ora alla prova le virtù e le abilità delle vostre spose nell'arte della gestione domestica. Darò ad ognuno di voi molta tela, e pregherete le vostre mogli di tessere per me ognuna di loro una camicia per domani." I due fratelli maggiori portarono il tessuto alle mogli, le quali chiamarono subito le loro ancelle e governanti, e tutti quanti si misero alacremente al lavoro, tagliando, cucendo e tessendo. E mentre lavoravano, ridevano tra sé al pensiero di Ivan pensando 'Chissà cosa sarà in grado di combinare la sua gracidante moglie per domani?' E difatti il principe Ivan tornò a casa con un'aria così seria e corrucciata, che sembrava che avesse dovuto ingoiare un ago. 'Come può una rana cucire una camicia?' pensava preoccupatissimo, "lei che sa solo saltellare per il pavimento e gracidare?' E il suo sguardo imbronciato scendeva tanto in basso, quanto il suo morale si trovava sotto i piedi. Quando essa lo vide così giù di morale, gli disse: "Cra! Cra! Principe Ivan, perché sei cosi triste? Hai forse ricevuto parole amare da parte di tuo padre lo Zar?" "E come potrei non essere giù?" rispose Ivan. "Lo Zar mio padre vuole che tu cucia per lui una camicia con questa tela per domani." "Non preoccuparti," disse la rana, "e non temere; vai pure a letto e riposa, che la notte porta consiglio e il mattino ha l'oro in bocca!" Quando il principe si coricò, essa chiamò a sé i suoi fedeli servi e li pregò di tagliare la tela in molti pezzi. Quindi li prese in bocca, li portò alla finestra, facendoli svolazzare, e disse: "Venti! Venti! Soffiate su questi umili pezzi di stoffa e cucitemi una camicia per lo Zar mio suocero!" E in men che non si dica la camicia fu fatta e finita.

Il mattino dopo quando il principe si svegliò, la rana gli mostrò la camicia. "Eccola qui," disse. "Portala a tuo padre e vedi se gli piace." La felicità di Ivan fu immensa e presa con sé all'istante la camicia si diresse di corsa al palazzo dove i fratelli già erano arrivati e lo aspettavano. Il primo a donare la camicia fu il fratello maggiore. Lo Zar la prese, la osservò e disse: "Questa è stata filata in maniera grossolana, e va bene giusto per un uomo del popolo!" Esaminò quella del secondo e sentenziò: "Questa è stata tessuta meglio dell'altra, ma può andar bene quando faccio il bagno!" Ma quando prese nelle sue mani la camicia della moglie di Ivan, la esaminò deliziato, per la grande maestrìa con la quale era stata finemente cucita e ricamata. Gli piacque a tal punto che diede ordine che l'avrebbe riservata alle più solenni e importanti occasioni. Ivan tornò a casa felice, mentre i fratelli dissero complottando tra loro: "Abbiamo fatto male a ridere della moglie di Ivan; quella non è una rana, è una strega."

Venne poi un giorno in cui lo Zar chiamò nuovamente i figli e disse: "Miei cari figlioli, questa volta voglio gustare del buon pane preparato con le mani delle mie nuore. Voglio quindi che torniate domani portandomi del buon pane bianco e soffice." Ivan rientrò con una faccia truce, come colui che ha appena mangiato senza sale, e ancora una volta aveva il morale sotto i piedi, e nel vederlo così, la rana gli disse: "Cra! Cra! Cra! Perché così triste, mio principe? E' successo qualcosa al palazzo di tuo padre?" "Come potrei non essere triste?" rispose Ivan. "Lo Zar mio padre vuole che tu gli prepari del pane bianco e soffice per domani". "Non ti rattristare, principe. Non serve essere tristi. Vai pure a dormire e riposa tranquillo. Come già ti dissi, la notte porta consiglio." Quando egli fu addormentato, essa ordinò ai suoi servi di portare una grande ciotola da pasta, e di fare un bell'impasto con farina e acqua calda. Quindi versò il tutto lei stessa nel forno caldo, e quando rimase sola restò un momento davanti al forno e disse: "Pane! Pane! Impasto, cuoci! Fai un bel pane bianco e soffice come la neve!" E il forno si riempì all'istante di un'enorme boccia di pasta, che cosse bianca e croccante.

Ora le due zarine, le mogli degli altri due figli dello zar, odiarono la rana perché aveva cucito una camicia migliore delle loro, e a questa seconda richiesta del suocero, la moglie del maggiore mandò una schiavetta nera a spiare la rana e vedere cosa avrebbe combinato. La ragazza si nascose dove poteva vedere inosservata, e tornò a riferire alla padrona tutto quello che aveva visto e sentito. Allora le due cognate si misero d'accordo fra loro, e decisero di imitare la rana. Seguirono anche loro lo stesso rituale davanti al forno, ma i forni rimasero freddi e il pane rimase crudo. A quel punto, furibonde, punirono con una severa battuta la povera schiava, e ordinarono di rifare l'impasto con più farina, con acqua calda e a forno riscaldato. Ma in tutta risposta alle loro speranze, l'impasto fuoriuscì dalla teglia, senza cuocere a dovere all'interno, mentre la pasta debordata, al contrario, bruciacchiò tutta da una parte.

Il mattino dopo, quando il principe Ivan si svegliò, la rana lo mandò al palazzo reale con la sua bella pagnotta ben cotta, avvolta in un bel panno pulito, e lì vi trovò pure i fratelli. Lo Zar tagliò una fetta della pagnotta portata dal maggiore e la assaggiò. "Questo pane," disse, "è il pane di ben poco valore, è proprio il pane dei più poveri," e lo rimandò in cucina perché fosse dato ai mendicanti. Assaggiò poi il pane del secondo figlio e disse: "Questo potete darlo pure ai miei cani da caccia." Quando infine il principe Ivan porse il suo, tutti ebbero un sussulto di ammirazione per quanto sembrava ben cotto ed invitante. Infatti era talmente meraviglioso da essere degno del pane delle fiabe. Oltre ad essere bianco e ben cotto, era tutto farcito con eleganti forme e ai lati erano riprodotte le forme delle città dello Zar con le loro alte mura e cancellate. Lo Zar lo gustò con piacere e ordinò: "Che sia posto sulla tavola speciale della domenica di Pasqua, in onore degli ospiti reali." E così Ivan tornò a casa raggiante.

Una terza volta lo Zar chiamò a sé i figli e disse loro: "Miei cari figli, è necessario che ogni donna sappia ricamare tessuti d'argento e d'oro, quindi vorrei vedere se le vostre spose sono abili anche in questo. Portate a casa oro e argento e seta, e pregatele di cucire per me un tappeto per domani." Quando Ivan tornò a casa tutto mesto con in mano sete e tessuti d'argento e oro, la sua rana sedeva tranquillamente su una sedia. "Cra! Cra! Cra!" disse. "Perché quella faccia? Perché quel morale così mesto? E' stato forse duro, lo Zar tuo padre, con te, mio principe?" "Duro? Come faccio io a stare allegro.." rispose "prima ha voluto che tu gli preparassi la camicia, poi è stata la volta del pane, e ora vuole un tappeto di seta, d'oro e d'argento, per domani." "Tranquillo, principe Ivan," disse la rana. "Sdraiati e riposa questa notte. Come oramai dovresti ben sapere, la notte porta consiglio." E appena si fu addormentato, essa chiamò le ancelle e i servi e disse loro di tagliare pezzi di seta, d'oro, e d'argento e, quando rimase sola, li portò alla finestra e disse: "Venti! Venti! Soffiate su questi pezzi di seta, d'argento, e d'oro, e fatemi un tappeto degno dei tessuti splendidi e meravigliosi con i quali mio padre usava addobbare le sue belle finestre!" E aveva appena finito di dire queste parole, che appena rientrata in camera, il tappeto meraviglioso era già pronto. Anche questa volta le mogli dei cognati avevano mandato la servetta nera a spiare, la quale corse a riferire tutto. Cosicché anch'esse fecero come la rana aveva fatto con le sue tele, e sparsero quindi i loro preziosi tessuti al vento, pronunciando lo stesso comando: "Venti! Venti! Soffiate su questi pezzi di seta, d'argento, e d'oro, e fateci un tappeto degno dei tessuti con i quali i nostri padri addobbavano le loro finestre!" Ma dopo aver aspettato a lungo, i venti non fecero nulla. Allora le zarine, furibonde e sentendosi tradite, colpirono duramente la servetta ancora più crudelmente dell'altra volta, e si fecero cucire in tutta fretta i tessuti dai loro servi.

La mattina dopo, quando Ivan si alzò, la rana lo mandò al palazzo con il bel tappeto, e lì vi trovò i fratelli. Lo Zar esaminò il tappeto del maggiore e disse: "Questo potete buttarlo alle stalle. Andrà bene per coprire il mio povero cavallo quando piove!" Osservò poi quello del secondo e disse: "Questo tappeto potrà servire come stuoino per pulirsi le scarpe, davanti al portone." Quando Ivan srotolò il suo, così meravigliosamente lavorato in una trama sottile e riccamente decorato in oro e argento con taglio elegante e artistico, così stupendo come non se ne erano mai visti, lo Zar rimase estasiato e immensamente compiaciuto, al punto che ordinò che fosse trattato con la più grande attenzione e cura, e ordinò anche che fosse utilizzato nelle più solenni occasioni. "Ora, miei cari figli," disse, "che le vostre mogli, ossia le mie nuore, hanno fatto tutto quello che ho chiesto loro, portatele domani con voi qui al palazzo per una grande cena che faremo tutti insieme, cosicché io possa congratularmi personalmente con loro." I due fratelli maggiori tornarono a casa dalle loro spose, parlottando tra loro: "Ah ah, adesso deve portare la sua moglie rana da nostro padre per un'udienza ufficiale, e voglio proprio vedere come farà". Ivan tornò a casa in lacrime e con il morale come non mai sotto i piedi. La rana stava già seduta davanti alla porta. "Cra! Cra! Cra!" gracidò, "Caro principe Ivan, perché piangi? Tuo padre lo Zar è stato cattivo con te? Ti ha trattato con dure parole?" "Come faccio a non piangere?" rispose, "Prima gli hai cucito la camicia, poi gli hai sfornato quel meraviglioso pane, poi gli hai intessuto un bel tappeto, e adesso, non contento, vuole addirittura che domani ti porti con me al palazzo per un'udienza ufficiale, e dopotutto, tu sei una rana.. Immagini per me che vergogna sarà presentare una rana come moglie?" "Smetti di piangere," esortò la rana, "Vai pure a dormire tranquillo. Lo sai che il mattino ha loro in bocca e che la notte porta consiglio."

Il giorno seguente quando Ivan si svegliò, essa disse: "Non devi badare a quello che diranno gli altri. Pensa che lo Zar è stato soddisfatto della camicia, del pane, e del tappeto. Forse sarà contento anche di sua nuora, dopotutto. Farai così: vai avanti tu per primo, e io verrò dopo un'oretta. Porta i miei rispetti allo Zar, e quando sentirai un rombo e un tuono, dirai: 'Ecco che arriva la mia povera piccola rana nella sua gabbia!'" Così Ivan andò al palazzo, in qualche modo intimamente incoraggiato dalle sue parole. Quand'egli non fu più in vista, la rana andò alla finestra e chiamò: "Venti! Venti! conducetemi subito al palazzo reale, in una ricca carrozza, scortata da orsi bianchi, da lacchè, e da baldi cocchieri!" Istantaneamente si udì il suono di un corno e bianchi cavalli al galoppo sul sentiero, che trainavano una ricca carrozza tutta d'oro. Ella non indossava più la sua solita pelle di rana, ma si trasformò in una splendida fanciulla, tanto bella da togliere il fiato, bella come l'eroine delle fiabe. Nel frattempo tutti erano già riuniti al palazzo reale, i due fratelli maggiori di Ivan con le loro belle mogli, entrambe sfarzosamente agghindate e caricate di seta e vistosi gioielli. Entrambe risero alle spalle di Ivan che veniva solo, e dissero: "Dov'è la tua zarina, tua moglie? Perché non l'hai portata con te, in un bel panno da cucina? E sei proprio sicuro di aver scelto la più bella del reame?". Ma mentre si burlavano del povero Ivan, improvvisamente si udì un fragoroso rombo di tuono, e mentre lo Zar stava già ipotizzando una qualche visita inaspettata, Ivan chiarì: "Non darti pena, padre. E' soltanto la mia povera piccola rana che viene nella sua gabbia!" E quando tutti accorsero alle finestre per vedere chi arrivava, ecco che avanzava al palazzo la carrozza d'oro trainata dai sei cavalli bianchi, e dalla carrozza videro scendere una meravigliosa creatura, tanto immensamente bella e fascinosa da far sfigurare dalla vergogna persino la luna. Venne dal principe Ivan, egli la prese per mano e la condusse dallo Zar suo padre e lo Zar sedette con lei alla tavola reale per il banchetto. Siccome fu presto ammirata da tutti e già regnava un'atmosfera felice e cordiale, le mogli dei fratelli di Ivan, invidiose, bisbigliarono qualcosa ai mariti, i quali sussurrarono tra loro: "Allora è proprio vero! È una strega. Bisogna controllarla attentamente in tutto ciò che fa". E le mogli, con l'occhio lungo, s'avvidero che durante il pasto, ella versò in una manica un pò di vino, e delle ossa di cigno nell'altra, ed esse fecero altrettanto. Quando fu il momento di alzarsi da tavola per il ballo, i musicisti cominciarono a suonare, e lo Zar invitò la moglie di Ivan a ballare, e lei lo fece con tanta grazia, che mentre si muoveva, dalla sua manica sinistra uscì un incantevole laghetto, e dalla destra fuoriuscirono invece oche e cigni che vi nuotarono candidamente. Ciò suscitò la più grande sorpresa negli ospiti, al punto che cominciarono a pensare se non stavano sognando. Quando smise di ballare, anche l'incantesimo del lago e dei cigni svanì. Allora fu il turno delle altre zarine ballare, e anch'esse copiarono le mosse della cognata, ma con il pietoso risultato di macchiare di vino i loro ballerini e buttare in faccia agli invitati gli ossicini di cigno. Allora lo Zar s'inquietò alquanto e intimò alle due nuore di lasciare immediatamente il palazzo, così esse furono allontanate nel disonore e nella vergogna.

Allora, realizzando che la sua piccola moglie ranocchia era diventata per misterioso prodigio una meravigliosa e incantevole fanciulla, Ivan disse fra sé e sé: ' E se ritorna a essere rana come prima? ' E in un battibaleno, senza farsi vedere da nessuno, corse a casa a cercare la pelle di rana e la buttò nel fuoco. La moglie, rientrando, corse a cercare la pelle e quando non riuscì a trovarla, capì quello che era successo. Allora scoppiò in lacrime e disse: "O, mio Ivan, cos'hai fatto! Avresti dovuto pazientare ancora per un poco, e io sarei stata tua per sempre, invece adesso mi hai persa per sempre, a meno che tu riesca a trovarmi nel trentesimo regno, di là da tre volte nove paesi, nell'impero che si trova sotto il sole. Sappi che io sono la fata Vassilissa la saggia." Come proferì queste parole, si trasformò in una colombella azzurra e volò via. Il principe Ivan pianse disperato amare lacrime, e senza por temo in mezzo, pregò Dio di aiutarlo nell'impresa che stava per compiere, e pregò subito lo Zar e la Zarina madre dilasciarlo partire in ricerca dell'amata sposa perduta.

Il cammino fu lunghissimo e duro; quanto e per dove dovette camminare e vagare non si sa, ma probabilmente deve essere stato un lungo viaggio. Vagò per tre volte nove terre, chiedendo ovunque a chi incontrava se conoscesse Vassilissa la saggia, e dove trovarla, ma nessuna sapeva rispondere, fino a quando giunse finalmente all'impero che risiedeva sotto il sole, e lì, nel trentesimo regno incontrò un vecchio dalla barba argentata; gli raccontò tutta la sua triste storia e gli chiese se sapeva dove poteva trovare la sua amata fata. "Sì, io conosco bene Vassilissa la saggia" rispose il vecchio. "E' una fata potente, ma ha avuto la sfortuna di nascere da un padre che un giorno, in un momento di rabbia la relegò a vivere per tre anni con le sembianze di rana. I tre anni erano quasi finiti, e se tu non avessi bruciato la sua pelle di rana ora lei sarebbe con te. Non so dirti di preciso dove si trovi, adesso, ma tu non scoraggiarti e lasciati guidare da questa palla magica; non perderla mai di vista e valle sempre dietro." Grato al vecchio, Ivan proseguì il cammino senza mai staccarsi della palla che rotolava indicandogli il sentiero. E rotolò a lungo, verso spaventose lande e foreste desolate, e nel mezzo di una foresta egli giunse un giorno davanti a una piccola miseranda capanna che era retta da due zampe di gallina, che girava ininterrottamente su se stessa. E Ivan disse:

Capanna, piccola capannuccia!
Fermati e mostrati come tua mamma t'ha fatta,
fermati volgendo la porta verso di me!

E la capanna obbedì, fermandosi improvvisamente di fronte a lui.Il principe Ivan si arrampicò su una delle due zampe ed aprì la porta, e si trovò al cospetto della più vecchia tra le Baba Yaga, l'ossuta e centenaria nonna di tutte le streghe di Russia, in piedi davanti alla sua cucina di mattoni, con la bocca china sui fornelli, il naso lungo quanto il ponte Perevitzky, dritta davanti al fumaiolo, con l'enorme mortaio di ferro sull'angolo. "Pù!" gridò, digrignando i denti. "Cosa ti porta qui da me? Fino a questo momento non ho mai avuto l'onore di sentir parlare o vedere nessun essere umano nato nella grande madre Russia; ma oggi, è proprio un russo di persona che è entrato nella mia casa! Ebbene, principe Ivan, sei venuto di tua spontanea volontà o qualcuno ti ha obbligato?" "Bhè, in parte di mia volontà, e in parte spinto dagli eventi", rispose Ivan, "comunque tu dovresti vergognarti, per non avermi ancora offerto niente da bere e da mangiare, e nemmeno un pò d'acqua per il bagno!" Poi la Baba Yaga, che apprezzò questo suo spirito di carattere, lo rifocillò e lo dissetò a dovere e gli diede acqua per farsi un bel bagno; e quando fu pulito e rinfrescato, si sentì predisposto a confidarsi con lei e le raccontò tutta la storia in cui si era trovato. E quando lei seppe che Vassilissa la saggia era sua moglie, disse: "Guarda, voglio aiutarti e renderti servizio, non per affetto nei tuoi confronti, ma perché odio profondamente suo padre. La fata vaga per questi boschi selvaggi tutti i giorni, portando messaggi per suo padre, e spesso fa tappa qui da me. Ora tu resta qui, e come entra, acchiappala per la testa. Quando si sentirà catturata, si trasformerà in rana, poi da rana in lucertola, ancora da lucertola in serpente, e alla fine si trasformerà in freccia. Tu dovrai afferrare subito il dardo e romperlo in mille pezzi, e allora l'incantesimo sarà rotto e lei sarà tua per sempre! Ma devi stare attento che non ti scappi."

La strega nascose Ivan dietro i fornelli e Vassilissa entrò. Ivan però si mosse rumorosamente dietro di lei ma riuscì ugualmente ad afferrarla per la testa. Lei si tramutò all'istante in in un enorme rana verde e lui rise con gioia nel rivederla nella forma che lui ben conosceva. Quando divenne lucertola, però, il tocco con la mano sulla sua pelle gelida si sembrò così repellente che la lasciò andare, e disgraziatamente la lucertola cadde di botta sul pavimento, incrinandolo. La Baba Yaga lo rimproverò aspramente: "Come puoi recuperare tua moglie" inveì, "se il tocco della sua pelle di lucertola ti dà così ribrezzo? Dal momento che non sei riuscito a trattenerla, qui lei non tornerà più. Ma se vuoi tentare ancora, andiamo da mia sorella e vediamo se lei può aiutarti." Così, Ivan seguendo la palla lungo il sentiero impervio, giunse a una seconda capanna decrepita che come la precedente non faceva che muoversi su se stessa. Come prima, la fece arrestare, entrò, e lì, con un labbro sulla cucina e con il naso puntato verso il soffitto, stava la macilenta prozia di tutte le streghe. Anche a lei raccontò tutta la storia, e per affetto nei confronti della sorella strega, acconsentì ad aiutarlo. "Vassilissa la saggia," disse, "riposa di tanto in tanto qui in casa mia, e noi riproveremo a rompere l'incantesimo, ma se anche questa volta non riuscirai a tenerla ferma, potresti veramente non rivederla mai più."

Così, quando finalmente Vassilissa arrivò, lui si gettò su di lei e l'afferrò e non lasciò la presa neanche quando si trasformò in lucertola nelle sue mani. Ma quando lei si tramutò in un feroce serpente, egli si spaventò e gridò, e lasciò la presa, e così il serpente si dimenò verso la porta e sparì. A quel punto Ivan si sentì talmente prostrato dalla disperazione che non fece nemmeno caso agli improperi di disapprovazione che la vecchia strega gli rivolgeva. Pianse amare lacrime così disperato che infine ella ebbe pietà di lui e disse: "Per ora ancora non meriti abbastanza la tua sposa, ma se veramente la vuoi, fatti coraggio, và dalla mia sorella più giovane e vedi se almeno lei può aiutarti; sei fortunato, perché a volte Vassilissa si ferma anche da lei per riposare". Così Ivan si fece coraggio e partì alla volta della casa della terza sorella Baba Yaga. La palla rotolò per un lungo cammino e forse non tanto lungo, attraversando un vasto fiume, e lì sulla riva, giunse alla terza capannuccia, ancora più sgangherata delle precedenti, che come le altre egli dovette fermare, ed entrando, egli incontrò la seconda prozia di tutte le streghe. Anche lei, per fortuna, acconsentì ad aiutarlo. "Ma ricorda," disse, "se questa volta non dimostrerai abbastanza coraggio e se le tue mani vacilleranno ancora, dovrai dire addio per sempre alla tua amata sposa!"

E così, per la terza volta, il principe Ivan si nascose nella capanna, ed improvvisamente Vassilissa entrò veloce come la luce, e questa volta Ivan affidò le sue sorti a Dio pregandolo di aiutarlo a non fallire, e la braccò in una morsa strettissima. Di nuovo lei si tramutò prima in rana, poi in una viscida lucertola e poi in un feroce e convulso serpente, ma questa volta Ivan resistette; finalmente lei si trasformò in freccia e nello stesso istante egli afferrò la freccia facendola in mille pezzi, e immediatamente la dolcissima Vassilissa, nella sua vera sembianza di donna, gli apparve e gli gettò le braccia al collo. "Oh, mio principe Ivan," disse, "sono finalmente tua e tua sarò per tutta la vita, se mi vorrai!" La Baba Yaga diede loro in dono una giumenta bianca che aveva il dono di volare veloce come il vento, e finalmente il quarto giorno i due furono sani e salvi nel regno dello Zar. Il vecchio padre li accolse con gioia e ringraziò la buona sorte per il loro ritorno, e s fecero grandi festeggiamenti, e in seguito elesse il principe Ivan Zar dopo di lui.

Ivan presenta la rana separatore grafico

Questa fiaba è stata da me personalmente tradotta nel 2006, e in entrambe le versioni, direttamente dai rispettivi testi in lingua inglese, ampiamente reperibili nel Web. Chiunque desideri questo testo per le proprie pagine web, può prelevarla liberamente, purché ne citi cortesemente la fonte, senza linkare le immagini, e non spacci questa traduzione per opera sua, in segno di rispetto per il mio lavoro. Grazie. Vale76