Fiabe Arabe - Abu Kir e Abu Sir: Parte I

(testo qui presentato per gentile concessione del sito Arab.it)

Abu Kir e Abu Sir

da «Le Mille e una Notte»

libro animato

C'erano una volta, nella città di Alessandria, due uomini di cui uno faceva il tintore e si chiamava Abu Qir e l'altro il barbiere e si chiamava Abu Sir; e questi due uomini erano vicini al mercato perché le loro botteghe si trovavano l'una accanto all'altra. Il tintore era un imbroglione e un bugiardo impudente e aveva una faccia come se fosse stata intagliata nella pietra dura o peggio ancora nei gradini di una sinagoga; infatti non si vergognava degli imbrogli che combinava ai danni della gente. Costui aveva l'abitudine, quando qualcuno gli portava della stoffa da tingere, di farsi pagare il prezzo in anticipo, dicendo che il denaro gli serviva per comprare le tinture; invece, lo sperperava in cibi e bevande, e non di quelli comuni ma dei più squisiti e raffinati che ci fossero. E quando aveva speso i soldi vendeva anche la stoffa del cliente e il ricavato lo consumava pure in cibi e bevande. Poi, quando il cliente si presentava da lui, gli diceva: "Ripassa domani prima dell'alba e troverai la tua stoffa tinta." E quello se ne andava in pace pensando: 'Un giorno non è lontano dall'altro!' E ritornava il giorno dopo, ma il tintore gli diceva: "Fammi il piacere di ripassare domani, perché ieri non ho lavorato in quanto ho avuto ospiti a casa e ho dovuto intrattenerli, come si conviene ad ogni buon musulmano. Torna domani all'alba e troverai la tua stoffa tinta." E quando il cliente ripassava l'indomani mattina si sentiva dire dal tintore: "Abbi pazienza, ripassa domani perché ieri mia moglie ha partorito e io sono stato occupato tutto il giorno." E così, con un pretesto o con un altro, rimandava sempre il cliente, finché questi perdeva la pazienza e gli diceva: "Ma insomma quanto tempo andrai avanti a dirmi, 'Domani! Domani!' Ridammi la mia stoffa perché non voglio più farla tingere." Allora il tintore prendeva a battersi il petto, alzava le braccia al cielo e diceva: "Per Allàh, fratello mio, io arrossisco davanti a te, ma bisogna pure che ti dica la verità e possa Allàh castigare coloro che danneggiano la brava gente!" "Insomma," diceva il cliente, "che cosa è successo?" "Sappi, fratello mio," diceva il tintore, "che io feci quello che tu mi avevi ordinato e tinsi la stoffa in modo perfetto e la misi ad asciugare sulle funi. Ma ecco che mentre stava lì ad asciugare qualcuno la rubò e io non so chi sia stato." Allora, se il cliente era di indole pacifica, esclamava: "Allàh mi compenserà!" e se ne andava per i fatti suoi; se invece era un tipo collerico, cominciava a gridare e a insultare il tintore, ma non riusciva mai a cavar fuori qualcosa da costui, nemmeno trascinandolo in tribunale.

E così il tintore andò avanti per un pezzo a imbrogliare la gente, finché la voce delle sue malefatte non cominciò a spargersi per la città, sì che nessuno volle più servirsi da Abu Qir, la cui malizia era diventata proverbiale, e ormai cadevano nei suoi imbrogli solo gli stranieri e coloro che non lo conoscevano. In conseguenza di ciò, gli affari cominciarono a languire ed egli aveva preso l'abitudine di andarsene nella bottega del vicino, il barbiere Abu Sir, e di starsene seduto lì mentre teneva d'occhio la porta del suo negozio. E se vedeva qualche sconosciuto con della stoffa in mano che si fermava davanti alla sua bottega, subito si alzava e si faceva incontro al cliente chiedendogli: "Che cosa cerchi?" E quello gli diceva: "Prendi questa roba e tingimela." Allora il tintore gli chiedeva: "In che colore vuoi che la tinga?" perché, sebbene fosse un imbroglione, era però espertissimo nella sua arte ed era capace di tingere in ogni colore, ma a causa delle cattive azioni che commetteva era ridotto a lottare contro la miseria. Così Abu Qir prendeva la stoffa, si faceva dare il prezzo in anticipo e quando l'ignaro cliente se n'era andato, subito correva al mercato a venderla e con il ricavato comprava carne, verdura, tabacco e non si sa quante altre cose. Se però sulla porta della bottega vedeva qualcuno che gli aveva già portato della stoffa da tingere, allora rimaneva nascosto dal barbiere e si guardava bene dal mostrarsi.

In questo modo andò avanti un anno dopo l'altro, fino a che un giorno capitò da lui un uomo di quelli che vanno per le spicce e gli diede della stoffa da tingere e il tintore come al solito la vendette e ne sperperò il ricavato. Il padrone della stoffa tornò un giorno dopo l'altro senza mai riuscire a trovare il tintore in bottega, perché questi, non appena vedeva di lontano quel cliente dai modi bruschi, subito scappava a rifugiarsi nella bottega del barbiere Abu Sir. Alla fine quel tale, vedendo che non riusciva a combinare nulla, si stancò e si rivolse al cadì. Questi ordinò ai suoi uscieri di andare a sequestrare la stoffa del cliente nel negozio ma, quando gli uscieri arrivarono alla bottega di Abu Qir, non vi trovarono dentro nemmeno un pezzetto di stoffa né alcuna cosa che avesse valore. Allora, in presenza di un certo numero di musulmani, chiusero le porte, le inchiodarono e il capo degli uscieri, presa la chiave della bottega, disse ai vicini: "Fate sapere ad Abu Qir il tintore che se rivuole la chiave si presenti al cadi con la stoffa del tale." Allora Abu Sir disse ad Abu Qir: "Si può sapere che imbroglio è questo? Ogni volta che ti portano della stoffa da tingere, tu la perdi! Dove è finita la stoffa di quel tale?" "Mio caro vicino," rispose il tintore, "me l'hanno rubata." "Questo è un portento!" esclamò il barbiere. "E' mai possibile che tutte le volte che qualcuno ti dà della stoffa da tingere i ladri te la rubino? Forse che la tua bottega è diventata il luogo di ritrovo di tutti i mariuoli della città? lo ho la sensazione che tu menti. Perciò raccontami la verità." "Ebbene, vicino caro," rispose Abu Qir, "sappi che nessuno mi ha mai rubato nulla." "Ma allora che cosa ci fai con la roba della gente?" E il tintore rispose: "Ogni volta che qualcuno mi porta della stoffa da tingere, io la vendo e spendo i soldi che ne ricavo." "E questo ti è permesso da Allàh?" fece Abu Sir. "Lo faccio solo perché vi sono costretto dalla povertà: gli affari vanno male e io non guadagno abbastanza per vivere." E il tintore andò avanti a lamentarsi del suo mestiere dicendo che non gli dava abbastanza per vivere e che gli affari andavano ogni giorno peggio. Anche Abu Sir si lagnò dei pochi guadagni che faceva con il suo lavoro: "Nel mio mestiere io sono maestro e non ho eguali in questa città; eppure nessuno viene a radersi da me perché la mia bottega è povera; così, fratello mio, ho finito per odiare questo lavoro." "Anch'io odio il mio, per via del fatto che non mi serve a niente," fece Abu Qir. "Ma allora io dico, fratello mio, perché restiamo in questa città? Andiamocene, tu e io, in qualche altro paese; abbiamo per le mani due mestieri che sono ricercati in tutto il mondo; così cambieremo aria e nello stesso tempo ci toglieremo da tutti questi guai." E tanto disse che il barbiere finì per convincersi che l'idea era buona; e così rimasero d'accordo di partire insieme.

Dopo che la cosa fu decisa, Abu Qir disse ad Abu Sir: "Vicino mio, ora siamo diventati come fratelli e fra noi non c'è differenza. Perciò ritengo che dovremo recitare la fàtiha per impegnarci a questo: che colui il quale trova lavoro per primo dovrà con i suoi guadagni sostentare quello che rimane disoccupato. Ciò che avanza lo metteremo in una cassetta e quando saremo tornati ad Alessandria ce lo divideremo secondo giustizia." "Così sia," rispose Abu Sir, e con questo accordo lessero il capitolo iniziale del Corano. Poi Abu Sir chiuse la propria bottega e restituì le chiavi al padrone, mentre Abu Qir lasciava che l'usciere del cadì si tenesse le chiavi della sua bottega, la cui porta era inchiodata. Fatto questo, presero tutte le loro cose e la mattina dopo si imbarcarono per il salso mare su una galea. Partirono quello stesso giorno e le cose cominciarono subito a mettersi bene perché, per buona fortuna di Abu Sir, sulla nave non c'era nemmeno un barbiere, sebbene vi fossero centoventi passeggeri più il capitano e la ciurma. Perciò quando furono partiti il barbiere disse al tintore: "Fratello mio, ora siamo in mare e avremo bisogno di mangiare e di bere; ma le nostre provvigioni sono scarse e forse il viaggio sarà molto lungo; perciò prenderò la bacinella e gli altri attrezzi e me ne andrò fra i passeggeri e chissà che qualcuno non mi dica: ' Vieni, o barbiere, e fammi la barba ', e io lo raderò per una focaccia, per una moneta d'argento o per un po' d'acqua. Penso che l'idea possa tornare a tutto vantaggio mio e anche tuo." "Non ci vedo nulla di male," rispose il tintore e si mise a dormire mentre il barbiere prese gli strumenti e il bacile, si gettò sulle spalle uno straccio a mo' di asciugamano, perché era un barbiere povero, e se ne andò in giro fra i passeggeri. Ed ecco che un tale gli disse: "Ehilà, maestro, fammi la barba!" E quando fu ben rasato il cliente diede mezzo dirham ad Abu Sir il quale però gli disse: "Fratello mio, questa moneta mi serve a poco in mezzo al mare. Se tu mi dessi una focaccia sarei più contento perché io ho un compagno che viaggia con me e abbiamo poche provviste." Così il cliente gli diede una focaccia e una fetta di formaggio e gli riempì il bacile di acqua fresca. Il barbiere portò queste cose ad Abù Qir e gli disse: "Mangia il pane e il formaggio e bevi l'acqua." Così quello mangiò e bevve mentre Abu Sir con i suoi attrezzi e il bacile e lo straccio sulle spalle tornava a girare fra i passeggeri. Un cliente gli diede due focacce, un altro un pezzo di formaggio e tutti cominciarono a richiedere i suoi servizi perché non c'era un altro barbiere a bordo. Allora Abu Sir cominciò a stabilire lui i prezzi e quando qualcuno gli diceva: "Ehilà, maestro, radimi!" lui chiedeva due focacce e mezzo dirham e i clienti glieli davano senza fiatare, così che quando arrivò la sera aveva già messo insieme trenta dirham, oltre a una quantità di formaggio, di olive e di bottarga. Fra gli altri, rase anche il capitano con il quale si lamentò delle poche provviste che aveva; e quello allora gli disse: "Tu sei il benvenuto! Vieni ogni sera a cenare da me con il tuo compagno e non preoccuparti di nulla finché viaggerai su questa nave." Allora il barbiere tornò dal tintore, che stava ancora dormendo, e lo svegliò; e quando Abu Qir aprì gli occhi e vide tutta quell'abbondanza di pane, di formaggio, di olive e di bottarga chiese: "Da dove viene tutta questa roba?" "Dalla generosità dell'Onnipotente," rispose Abu Sir. Abu Qir avrebbe voluto subito mettersi a mangiare, ma il barbiere gli disse: "Non mangiare questa roba, fratello mio, lasciamola per un'altra occasione. Sappi infatti che anche il capitano è mio cliente e mi sono lamentato con lui delle poche provviste che avevamo. E allora lui mi ha detto: ' Tu, sei il benvenuto! Tu e il tuo compagno cenerete con me ogni sera. ' Così stasera cominceremo ad andare a cena da lui." Ma Abu Qir rispose: "Non posso alzarmi, perché la testa mi gira a causa del mal di mare: perciò lascia che mangi questa roba e tu va' a cena dal capitano." "In questo non ci vedo niente di male," rispose Abu Sir, e si mise a sedere a guardarlo mentre mangiava. Vide così che strappava pezzi di focaccia come il cavatore strappa le pietre dalla cava e inghiottiva i bocconi come un elefante che non abbia mangiato da dieci giorni, e non aveva ancora ingollato un boccone che già se ne cacciava in bocca un altro e fissava quello che aveva in mano con gli occhi voraci di un orco, e sbuffava e soffiava come un toro affamato davanti alla paglia e alle fave. Ma ecco che venne da loro un marinaio e disse al barbiere: "Maestro, il capitano invita a cena te e il tuo compagno." Allora il barbiere disse al tintore: "Non vuoi venire con noi? " E quello rispose: "Non posso muovermi. " Così il barbiere andò da solo e trovò il capitano, seduto davanti ad un vassoio carico d'una ventina e più di piatti, che insieme con i suoi commensali aspettava lui e il suo compagno. Quando il capitano lo vide, gli chiese: "Dov'è il tuo amico?" E Abu Sir rispose: "Signore mio, ha il mal di mare." Allora il capitano gli disse: "Non è niente di male; gli passerà presto; tu portagli la sua parte della cena e torna qui che ti aspettiamo." Poi il capitano mise in un piatto un poco di ogni pietanza e ne venne fuori una porzione che sarebbe bastata per dieci persone; la diede ad Abu Sir e gli disse: "Porta questa roba al tuo compagno." Così Abu Sir prese il piatto e lo portò al tintore, e lo trovò che stava macinando con le ganasce come fosse stato un cammello e ingollava un boccone dopo l'altro. "Non t'avevo detto di non mangiare questa roba?" fece Abu Sir. "Il capitano è proprio una persona gentile. Guarda che cosa ti ha mandato quando ha saputo che avevi il mal di mare." "Dà qua," gridò il tintore e gli strappò di mano il piatto buttandosi sulle pietanze con la furia di un cane ringhioso o di un leone affamato o di un falco che sbrani un piccione. Allora Abu Sir lo lasciò e tornò dal capitano e cenò in santa pace e bevve il caffè con questi. Dopo di che tornò da Abu Qir e trovò che aveva mangiato ogni cosa e il piatto era completamente vuoto.

La mattina dopo Abu Sir si levò e ricominciò a far barbe e tutto quello che guadagnava lo portava al suo compagno, il quale mangiava, beveva e non si muoveva dal suo posto salvo che per fare ciò che altri non avrebbero potuto fare per lui; e come se non bastasse, ogni sera il barbiere gli portava dalla tavola del capitano un piatto pieno di cibo.

Andarono avanti così per una ventina di giorni fino a che la nave gettò l'ancora nel porto di una città; allora presero congedo dal capitano e sbarcarono ed entrati che furono in città affittarono una stanza in un caravanserraglio. Abu Sir si procurò tutto l'occorrente per dormire e per cucinare, poi andò a fare la spesa e preparò il pranzo; Abu Qir, invece, non appena mise piede nella stanza del caravanserraglio, si buttò giù a dormire e si svegliò solo quando Abu Sir gli pose, davanti il piatto con il mangiare. Si svegliò, mangiò, poi, dicendo ad Abu Sir: "Abbi pazienza, ma non mi sento bene" e si rimise a dormire. Continuò in questo modo per quaranta giorni mentre il barbiere ogni mattina prendeva i suoi attrezzi e se ne andava in giro per la città, guadagnando secondo la sua fortuna e, quando tornava a casa trovava il tintore che dormiva ancora e lo svegliava. Non appena apriva gli occhi, quello si buttava sul cibo come uno che non riesca a saziare la propria fame, dopo di che si riaddormentava di nuovo. E in questo modo passarono altri quaranta giorni, e ogni volta che il barbiere gli diceva: "Tirati su e va' a prendere una boccata d'aria per la città; è un posto bello e piacevole e non ha l'eguale fra le altre città," quello rispondeva invariabilmente: "Abbi pazienza, ma non mi sento bene."

Abu Sir taceva, perché non voleva offendere i suoi sentimenti né voleva dirgli qualche parola aspra. Accadde però che il quarantunesimo giorno egli si ammalasse e non potesse andare in giro a lavorare; allora chiamò il portiere del caravanserraglio e lo pregò di andare a comperare qualcosa da mangiare e da bere, mentre Abu Qir non faceva altro che rimpinzarsi e dormire. Il portinaio continuò a servirli in questo modo per quattro giorni, al termine dei quali la malattia si aggravò e Abu Sir perse conoscenza. Allora Abu Qir, sentendo gli stimoli della fame, si alzò, frugò fra gli abiti del suo compagno e trovò mille dirham d'argento. Li prese, chiuse la porta della stanza e se ne andò senza dir niente a nessuno. E nemmeno il portinaio lo vide uscire, perché in quel momento si trovava al mercato. Abu Qir se ne andò difilato al bazar dove si comprò degli abiti costosi, poi si mise a passeggiare per le strade e si divertì a guardare la città e constatò che non aveva eguali fra le altre città. Ma osservò pure che tutti gli abitanti erano vestiti di bianco e di blu e che non esistevano altri colori. Allora si recò da un tintore e, vedendo che nella bottega di costui ogni cosa era tinta di blu, tirò fuori un fazzoletto e disse: "Maestro, prendi questo, tingimelo e guadagnati la tua mercede." Il tintore prese il fazzoletto e disse: "Ti verrà a costare venti dirham." "Al nostro paese," rispose Abu Qir, "me lo tingerebbero per due." "E allora," rispose quello, "va' a fartelo tingere al tuo paese!" "Il mio prezzo è venti dirham e non lo calerò di un soldo." "Di che colore me lo tingerai?" "Te lo tingerò di blu." "Lo vorrei tinto di rosso." "Non sono capace di tingerlo in rosso." "Allora tingilo in verde." "Non sono capace di tingerlo in verde." "In giallo." "Neppure in giallo." E Abu Qir continuò ad elencargli i diversi colori uno dopo l'altro fino a che il tintore disse: "In questa città siamo quaranta tintori, né uno di più né uno di meno. E quando uno di noi muore insegnano il mestiere al figlio, e se non ha figli il nostro numero diminuisce di uno; se invece lascia due figli insegnano il mestiere a uno dei due, e se quello che ha imparato il mestiere muore allora lo insegnano al fratello. Così è ordinata la nostra arte e noi sappiamo tingere solo in blu e in nessun altro colore. Allora Abu Qir disse: "Sappi che anch'io sono tintore e sono capace di tingere in tutti i colori; e se tu mi prenderai al tuo servizio ti insegnerò tutti i segreti della mia arte, così che tu possa andare fiero fra i tuoi colleghi tintori." Ma quello rispose: "Non ammettiamo stranieri nella nostra arte." "E se io aprissi una tintoria per conto mio?" chiese Abu Qir. "In nessun modo noi lo permetteremmo."

Allora Abu Qir lo lasciò e andò a trovare un altro tintore, al quale fece la stessa proposta ricevendone però l'identica risposta. E per tutto il giorno non fece altro che andare da un tintore all'altro finché non ebbe fatto il giro di tutti e quaranta gli artigiani; ma nessuno voleva accettarlo nel mestiere come padrone o come lavorante. Allora Abu Qir andò a trovare lo sceicco dei tintori e gli disse quello che gli era capitato, ed anche da questo si senti rispondere: "Noi non ammettiamo stranieri nella nostra arte." Visto fallire anche questo tentativo, Abu Qir andò a lamentarsi dal re di quella città dicendo: "O re del nostro tempo, io sono uno straniero e di mestiere faccio il tintore." E gli raccontò come erano andate le cose fra lui e i tintori della città aggiungendo: "Io sono capace di tingere in varie gradazioni di verde, quali verde-erba, verde pistacchio, verde-oliva e verde-pappagallo, e in varie gradazioni di nero, quali nero-carbone e nero-kuhl, e in varie gradazioni di giallo, quali arancio e limone", e continuò ad elencargli tutta la gamma dei colori. Alla fine disse: "O re del nostro tempo, i tintori della tua città non sono capaci di lavorare con questi colori perché sanno tingere solo in blu, e ciò nonostante non vogliono accogliermi nel loro mestiere né come padrone né come lavorante." E il re gli rispose: "Tu dici giusto, perciò io ti aprirò una tintoria e ti darò il capitale necessario, e tu non dovrai preoccuparti di costoro, perché chiunque si azzarderà a darti fastidio lo impiccherò davanti alla sua bottega." Poi mandò a chiamare gli architetti di corte e disse loro: "Andate in giro per la città con questo maestro tintore, e quando egli avrà scelto un posto di suo gradimento, sia bottega o caravanserraglio o qualcosa d'altro, fate sgombrare gli occupanti e costruitegli in quel luogo una tintoria secondo i suoi desideri. Fate tutto quello che egli vi ordinerà e non contrariatelo in nulla." Poi gli regalò un bell'abito e gli diede due schiavi bianchi per servirlo, un cavallo con finimenti di broccato e mille dinàr, dicendo: "Spendili per le tue necessità fintanto che la costruzione non sia finita." Con quell'abito addosso e montato su quel cavallo, Abu Qir aveva proprio l'aria di un emiro. Infine, il re gli assegnò una casa e gliela fece ammobiliare e quando fu pronta Abu Qir andò ad abitarci.

L'indomani montò cavallo e se ne andò in giro per la città preceduto dagli architetti; guardò a destra e a sinistra fino a che vide un posto che gli piaceva e disse: "Questo fa al caso mio." Allora presero il padrone del posto e lo portarono dal re, il quale lo risarcì dandogli tutto quello che voleva e anche di più. Quindi gli architetti si misero al lavoro mentre Abu Qir diceva loro: "Costruite così e così e fate questo e quello." E alla fine gli costruirono una tintoria che non aveva l'eguale; allora Abu Qir si presentò davanti al re e lo informò che la tintoria era stata costruita e che bisognava comperare le materie coloranti e gli attrezzi per farla funzionare. Allora il re disse: "Prendi questi quattromila dinàr come capitale e fammi vedere i frutti della tua arte." Abu Qir prese il denaro e andò al mercato, dove trovò che le materie necessarie per i colori erano abbondanti e non costavano quasi nulla; così comprò tutto quello che gli occorreva per tingere; poi il re gli mandò cinquecento pezze di stoffa ed egli le tinse in tutti i colori, poi le stese ad asciugare davanti alla porta della tintoria. Quando la gente che passava davanti alla bottega vide quella meraviglia mai vista, cominciò ad assieparsi sulla porta godendosi lo spettacolo e chiedendo al tintore: "Maestro, come si chiamano questi colori?" E Abu Qir rispondeva: "Questo è rosso, e quello è giallo, e quell'altro è verde," e così di seguito nominava tutti gli altri colori. Allora la gente si affrettò a portargli pezze di stoffa dicendogli: "Tingicela così e così e prenditi il prezzo che vuoi."

Quando ebbe finito di tingere le stoffe del re, Abu Qir le fece portare al Divano e come il re le vide ne fu molto contento e fece grandi donazioni al tintore. E inoltre tutti i soldati della guardia gli portarono delle stoffe dicendogli: "Tingicele così e così", e Abu Qir le tingeva secondo i loro desideri e quelli gli davano oro e argento. In breve la sua fama si diffuse ovunque e la sua bottega fu conosciuta come la «Tintoria del Sultano». Gli altri tintori non ebbero il coraggio di dir nulla contro di lui, ma si recarono alla sua bottega, gli baciarono le mani e, dopo essersi scusati per il modo in cui lo avevano trattato gli dissero: "Ti preghiamo di prenderci come tuoi lavoranti." Ma Abu Qir non volle prendere nessuno di loro, perché aveva già al suo servizio schiavi e schiave ed era diventato un uomo ricco. Questo per quanto riguarda Abu Qir.