Fiabe Classiche - Giuseppe Pitrè: Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco (Bianca-comu-nivi-russa-comu-focu.¹)

(antica fiaba palermitana. Testo esaminato, annotato, e tradotto da me. Distribuito con licenza CC 3.0 Italia. Per favore, vedasi note a pié di pagina.)

illustrazione fiaba

(Immagine illustrativa: By Arthur Rackham per Raperonzolo. Precedente al 1923. Via Wikimedia Commons. Passa il mouse sull'immagine per ingrandirla.)

«Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani», 1870-1913. Libro I - fiaba XIII.

libro animato

C'erano una volta un Re e una Regina. Questo Re e questa Regina non avevano avuto ancora un figlio, così fecero un voto per averlo: promisero che se mai fosse nato un maschio o una femmina, avrebbero costruito due fontane: una che emanasse vino per sette anni, e l'altra, olio. In seguito, ecco che la Regina restò incinta e partorì un bel bimbo maschio. Dopo la nascita del piccolo, cominciò la costruzione di queste due fontane, e tutta la gente andava ogni giorno ad attingere vino e olio, fino a che, sette anni dopo, le fontane s'inaridirono. Volendo una draga² raccogliere le ultime stille³ che colavano, la vecchiò andò con una spugna e una brocca, inzuppando la spugna e spremendola nella brocca. Dopo aver riempito la brocca a forza di spremere, il figlio del Re, il piccolino, che stava giocando a bocce, ne afferra una e per dispetto gliela tira sulla brocca, e quella si rompe. Come la vecchia vide tutto questo, gli disse: «Senti, non posso farti niente perché sei figlio di Re; ma ti maledico: che tu non ti possa sposare fino a quando non troverari la Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco!» Il piccoletto, scaltro, pigliò un foglio di carta e vi trascrisse le parole della vecchia, e conservò il biglietto in un cassone e non se ne parlò più. Quando ebbe diciott'anni, il Re e la Regina lo volevano fidanzare, ma il giovane si rammentò della maledizione ricevuta dalla vecchia; andò a tirare fuori il biglietto e disse: «Se non trovo la Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco, non mi sposo!» E così, quando gli girò, si congedò dai suoi genitori e si mise a camminare solo solo. Cammina cammina, passarono i mesi senza vedere anima viva.

Una sera, stanco e disperato, vide una campagna oscura con una gran casa nel mezzo. Sul far del giorno vide giungere una mammadraga, grande e grossa da far paura, che chiama: «Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco, cala le trecce quando ti chiamo!» Il principe, nel sentir dire così, sentì il cuore schizzargli in petto, ed esclamò: «È lei, è lei!» Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco mandò giù le sue trecce che erano lunghissime e non finivano mai; la mammadraga s'attaccò a quelle trecce, e s'arrampicò. Mangiò di gusto, mentre il giovane stava nascosto di vedetta sotto a un albero. L'indomani la mammadraga ridiscese, ed egli, appena la vide andar via, uscì dalla sotto albero e cominciò a dire: «Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco, abbassami le trecce che salgo su!» ed ella, credendo che fosse sua madre (in quanto la chiamava così) si sciolse le trecce e il Reuccio, svelto svelto, vi s'arrampicò, e quando fu su, le disse: «Ah, sorellina mia, sapessi che fatica ho fatto per trovarti!» e le raccontò per filo e per segno della maledizione che gli aveva lanciato quella vecchia quando aveva appena sette anni. Ella lo rinvigorì, gli diede da mangiare, e poi gli disse: «Sta' attento, che se la mammadraga torna e ti trova qui, ti mangia. Vatti a nascondere.» Poco dopo tornò la mammadraga, e subito il Reuccio si nascose; la mammadraga cominciò a dire:

«Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco, calami le trecce che vengo su!»
«Vengo subito, madre mia!», e Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco si mise a correre per accattivarsela e per tenersela buona.

Mandò giù le trecce e la draga s'arrampicò. La fanciulla le fece trovare il mangiare bell'e pronto, e mangiarono. Dopo aver mangiato, la fece bere bere fino ad ubriacarsi. Quando la vide ben rifocillata, le chiese: «Madre mia, per poter uscire da qui, che cosa dovrei fare? Non che voglia uscire: io voglio stare con voi, ma giusto per curiosità. Me lo dite?» «Per uscire di qua» disse la mammadraga, «che ci vuole? Devi fare un incantesimo su tutta la stanza, cosicché io perda tempo; poi, quando ti chiamo, anziché rispondere tu, mi risponderanno la sedia, lo stipo(4), e il cassettone; io non ti vedrò comparire, e salirò. Tu dovrai prendere i sette gomitoli di filo che tengo da parte; quando io verrò e non ti troverò, ti verrò a cercare: come ti accorgerai d'essere inseguita, getta il primo gomitolo, e così poi quell'altro, fino a quando li avrai srotolati tutti. Ma io continuerò a seguirti per raggiungerti. La ragazza, astutamente, ascoltò ogni parola della mammadraga e la conservò nella sua testa e stette in campana.

L'indomani la mammadraga uscì, e Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco insieme al Reuccio fecero tutto quello che c'era da fare. Girarono per tutta la casa: «Tavolino, se viene mia madre, rispondile tu; sedia, se viene mia madre, rispondile tu. cassettone, se viene mia madre, rispondile tu.» E così via. Stregò tutta la casa, e poi, insieme al Reuccio uscirono e se la filarono più veloci di un fulmine. Arriva la mammadraga e chiama: «Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco, mandami giù le trecce che vengo su!» Rispose il tavolino: «Vengo, subito, mamma!» Attese un pochino, ma non arrivava nessuno, così, disse di nuovo: «Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco, mandami giù le trecce che vengo su!» E fu la sedia a rispondere: «Vengo, vengo, mamma!» Aspettò un altro po', ma non venne nessuno; chiamò un'altra volta, e rispose il cassettone: «Vengo subito, mamma!» E intanto, i due, zitti zitti, se la davano a gambe.

Quando non ci fu più nessuno a rispondere, la mammadraga gridò: «Tradimento! Tradimento!» Pigliò una scala e s'arrampicò di sopra, e finalmente vide che non c'erano né la ragazza, e neppure i gomitoli. «Ah, scellerata! Me ne debbo bere il sangue!(5) Così dicendo, si dette all'inseguimento della ragazza. Ad un certo punto l'avvistò, e, sapendo che se ella si fosse voltata, sarebbe rimasta pietrificata, cominciò a gridare: «Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco, voltati quando ti chiamo!» Quando la draga fu vicina, Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco lanciò il primo gomitolo, e subito apparve una montagna alta alta. La draga però non si lasciò fregare, la scalò, e per poco non li raggiunse. Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco, vedendosi quasi raggiunta, buttò il secondo gomitolo e subito comparve una pianura piena di lame e di punti di coltello. La vecchia, tutta ferita e insaguinata, continuò a correre dietro ai due. Quando Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco si vide di nuovo tallonata, lanciò il terzo gomitolo, e comparve un fiume così grande e grosso da far paura; la mammadraga vi si buttò dentro, correndo mezza morta e mezza viva. Dopo il quarto gomitolo, ecco spuntare una fontana con tantissime vipere; alla fine, quasi morta per la stanchezza non poté più proseguire, sicché mandò un'imprecazione a Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco, dicendo: «Il primo bacio che la Regina darà a suo figlio, che il Reuccio si possa scordar ti te!» Detto questo, non potendone più, per il gran sforzo fatto rimase senza un briciolo di fiato nei polmoni e morì.

Cammina, cammina, arrivarono a un paese poco distante dal palazzo del Reuccio, il quale disse a Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco: «Sai cosa ti dico? Tu non ti muovere da qui, che sei troppo malridotta; io vado a prenderti dei vestiti nuovi, così posso presentarti meglio a mio padre e mia madre.». Così ella rimase lì da sola. Quando la regina vide tornare il figlio, subito gli si buttò tra le braccia per baciarlo; «Madre mia,» disse il figlio, «ho promesso che non mi sarei fatto baciare, e ogni promessa è debito.» Poveretta sua madre, ci restò di sasso. Una notte, mentre egli dormiva, la madre, che moriva dalla voglia di dargli un bacio, entra nella sua camera e lo bacia; e come la madre baciò il figlio, egli si scordò di Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco..

Ma ora lasciamo da parte il Reuccio e sua madre, e torniamo a parlare di quella povera ragazza, che si ritrovò improvvisamente in mezzo a una strada, senza neppur sapere dove si trovasse. Venne una vecchia, e vide sta poveretta, bella come il Sole, che piangeva: «Che hai, figlia mia?» «E che c'ho? Manco io so come sono arrivata qui!» «Non disperarti, figlia mia, e vieni con me.» E se la portò a casa. La giovinetta era abile nei lavori manuali e aveva il dono della magia. Faceva lavori di cucito e ricamo, e la vecchia mano mano li vendeva, e così campavano tutte e due. Un giorno disse alla vecchia che aveva bisogno di alcune vecchie pezze di stoffa del palazzo, per un lavoro che doveva svolgere. Si recò al palazzo, e lì cominciò a domandare a destra e a manca di quelle pezze; e tanto fece e tanto disse, che alla fine le trovò.

La vecchia aveva due colombi, maschio e femmina, e con le pezze che aveva preso, la Bianca cucì dei vestitini per questi colombi, così graziosi, che erano una meraviglia per gli occhi. Prese i due colombi, gli parlò all'orecchio e disse: «Tu sei il Reuccio, e tu sei Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco. Il re è a tavola che mangia; voi due volate da lui, e raccontategli tutto quello che avete passato.» E mentre il Re e la Regina, il Reuccio e tutti quanti erano a tavola a mangiare, ecco che giunsero sti bei colombi e si posarono sulla tavola. «Oh, che belli!» e tutti a far la festa a sti due colombi. Cominciò a parlare la colomba che raffigurava Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco, e disse:

«Lo sai che tuo padre promise una fontana d'olio e una di vino in cambio della tua nascita?»
E il colombo rispose: «Sì che lo so.»
«E ti ricordi di quella vecchia che ti scagliò la maledizione, ossia che non ti saresti sposato se non avessi trovato la bella Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco?»
«Sì che mi ricordo» rispose il colombo.

Insomma, la colomba cominciò a rievocare tutto quello che avevano vissuto; all'ultimo, gli disse: «E ti ricordi che la mammadraga ce l'avevi al collo e ti maledì dicendoti che al primo bacio di tua madre ti saresti dimenticato di Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco?»

Appena sentì parlare del bacio della madre, ecco che il Reuccio si ricordò tutto quanto, mentre il Re e la Regina osservavano sbalorditi la scenetta. Terminato il discorso, i due colombi fecero una bella riverenza e volarono via. «Presto, presto, guardate dove vanno!» disse il Principe; i servi s'affacciarono e videro i colombi che erano andati a posarsi sul tetto di una casetta di campagna. Il Reuccio corse verso la casetta, e ci trovò Bianca-come-neve-rossa-come-fuoco.. Quando la vide, le si buttò al collo piangendo: «Oh sorellina mia, quanto hai patito per colpa mia!» Le fece indossare degli splendidi abiti, e, così tutta bella linda e agghindata, la fece salire in carrozza e la scortò al palazzo. Arrivati a palazzo, la vide la Regina e disse: «Oh, com'è bella!»

E senza perdere altro tempo, stipularono i capitoli matrimoniali(6), si scambiarono gli anelli e si sposarono.

E furono felici e contenti
mentre noi siamo qui a pulirci i denti.

Pitrè annota: "Raccontato da Rosa Brusca del sestiere del Borgo. (Palermo)"

(Traduzione dall'antico siciliano di Valentina Vetere.)

Annotazione

Questa fiaba è stata esaminata e tradotta da me dal dialetto siciliano. Chiunque desideri questo testo per i propri siti, può prelevarlo liberamente, seguendo le medesime condizioni regolate dalla licenza Creative Commons 3.0 indicata in questa pagina, in segno di rispetto per il mio lavoro.

Si ricorda, inoltre, di non fare hot link sulle immagini. Grazie per l'attenzione. Valentina.

Licenza Creative Commons

Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia

.

(Documento creato in data 14 settembre 2013.)

separatore grafico

Questo testo dialettale antico da me tradotto in italiano moderno è stato possibile grazie all'aiuto di alcune persone, tra le quali mio marito, che mi ha, in primis, sostenuta e spronata a cimentarmi in una lingua di non semplicissima comprensione, e, inoltre, ringrazio sentitamente il gruppo su Facebook, "Sono siciliano e me ne vanto. Salviamo il dialetto siciliano", per il fondamentale supporto linguistico ottenuto in alcuni passaggi. Durante la lettura del testo originale e la stesura della versione italiana, mi sono documentata sul Web, e, all'occorrenza, ho consultato il "Nuovo Dizionario Siciliano-Italiano", a cura di Vincenzo Mortillaro, edizione 1853. Altri siti consultati: Wikipedia ed Enciclopedia Treccani On Line. Il testo in lingua originale proviene dalla raccolta completa in 4 volumi edita dal sito Liber Liber e liberamente scaricabile e riproducibile.

Nell'operare la non facile traduzione, ho cercato di attenermi strettamente a quel tipico e vivace linguaggio semplice ed essenziale che caratterizza la narrazione di Rosa Brusca, palermitana, annotata e trascritta intorno al 1870 dal professor Pitrè. Se nel corso del testo fossero, per caso, presenti, errori o imprecisioni, me ne scuso vivamente, ma ho cercato, nella mia non sicilianità, di fare comunque del mio meglio e di tradurre nel modo più corretto e veritiero questa splendida fiaba di casa nostra, patrimonio del nostro magico scrigno di fiabe popolari italiane che, a mio avviso, ogni bambino dovrebbe conoscere.

Per chi volesse cimentarsi con la lettura del testo originale in dialetto siciliano, veda questa pagina.

separatore grafico

Note sul testo

¹"Bianca-comu-nivi-russa-comu-focu." Farebbe pensare a "Biancaneve", invece, come si vede dalla storia, la fiaba presenta degli elementi analoghi alle varie versioni di Raperonzolo. Forti somiglianze in diversi passaggi sono state ravvisate con La Prezzemolina di Montale, raccolta nel 1880 da Gherardo Nerucci.

²"Draga", o "Mammadraga": termine siciliano, usato anche dal catanese Capuana, che nella tradizione locale sta ad indicare: mostro favoloso che si dà ad intendere dalle balie ai fanciulli per fare loro paura. Befana, Biliorsa, Chimera, Dragonessa. O anche: 2. Dicesi a donna corpacciuta e brutta, Befana.

Fonte: Nuovo Dizionario Siciliano-Italiano di Vincenzo Mortillaro.

³sinonimo di "gocce".

(4)"Stipo": Mobile usato per riporvi biancheria, indumenti, oggetti d'uso domestico o anche provviste, usato in varÓ tipi dall'antichità fino all'Ottocento.

Fonte: Vocabolario Treccani.

(5)"me ne debbo bere il sangue": espessione verbale che esprime un sentimento di rabbia per un torto subito; ad esempio, un tradimento, oppure quando si è ostacolati in una situazione a cui si tiene particolarmente. Ringrazio il gruppo FB "Sono siciliano e me ne vanto. Salviamo il dialetto siciliano" per questa spiegazione.

(6)Quella dei "Capitoli matrimoniali" è un usanza tradizionale molto antica, una specie di contratto prematrimoniale. È un rituale ormai in disuso, che la famiglia della sposa doveva sottoscrivere di fronte alla famiglia dello sposo, in cui si impegnava, quantificandola, a consegnare, in occasione delle nozze, la cosiddetta "dote" che la sposa portava con sé il giorno del matrimonio. Essendo la donna, rispetto all'uomo, in posizione socialmente inferiore, la dote veniva posta a "garanzia", dello sposo, principalmente, ma anche della sposa stessa. Nella società del passato, quindi, era inconcepibile sposare una figlia senza corredarla di dote, e non era poi così infrequente che molte fanciulle anche di bell'aspetto si siano trovate in condizioni di non potersi sposare se non avevano una dote. Quest'usanza è rimasta ufficialmente in vigore fino all'inizio del Novecento, circa.