Fiabe Classiche - Grimm: Il fedele Giovanni

Giovanni al capezzale del re

"Kinder und Hausmärchen" (n.6)

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C'era una volta un vecchio re che era malato e pensava: «Questo sarà il mio letto di morte!». Allora disse: «Fate venire il mio fedele Giovanni». Il fedele Giovanni era il suo servo prediletto e si chiamava così perché gli era stato fedele per tutta la vita. Quando fu al suo capezzale, il re gli disse: «Mio fedelissimo Giovanni, sento che la mia fine si avvicina e temo solo per mio figlio. È ancora in un'età in cui spesso non si sa che via scegliere, e se tu non mi prometti di insegnargli tutto quello che deve sapere, e di essere il suo tutore, non posso chiudere gli occhi in pace». Il fedele Giovanni rispose: «Non lo abbandonerò e lo servirò con fedeltà, dovesse costarmi la vita». Allora il vecchio re disse: «Muoio contento e in pace». E aggiunse: «Dopo la mia morte devi mostrargli tutto il castello: tutte le stanze, le sale, i sotterranei e i tesori che in esso vi sono. Solo una camera devi nascondergli: quella dove c'è nascosto il ritratto della principessa dal Tetto d'oro; se per caso la vedesse, proverebbe per lei un amore ardente, cadrebbe svenuto e correrebbe gravi pericoli; devi salvarlo». E dopo che il fedele Giovanni ebbe rinnovata la promessa, il vecchio re tacque, adagiò la testa sul cuscino e morì.

Quando il re fu seppellito, il fedele Giovanni raccontò al giovane quello che aveva promesso a suo padre sul letto di morte e disse: «Lo manterrò certamente e ti sarò fedele, dovesse costarmi la vita». Il giovane piangendo esclamò: «Io pure non dimenticherò mai la tua fedeltà». Finito il lutto, il fedele Giovanni gli disse: «È tempo che tu veda i tuoi beni; voglio mostrarti il castello di tuo padre». Lo condusse in giro da ogni parte, su e giù, e gli fece vedere tutti i tesori e le splendide stanze; soltanto la camera che racchiudeva il ritratto non aprì. Il ritratto era posto in modo che aprendo la porta lo si vedesse subito; era dipinto con tanta arte da sembrare vivo e non vi era al mondo nulla di più soave e di più bello. Ma il giovane re si accorse subito che il fedele Giovanni passava sempre davanti a questa porta senza fermarsi e disse: «Perché questa non la apri?». «Vi è qualcosa dentro che ti spaventerebbe», rispose il servo. Ma il re replicò: «Ho visto tutto il castello; voglio sapere anche che cosa c'è qua dentro». Andò alla porta e cercò di aprirla con forza. Allora il fedele Giovanni lo trattenne e disse: «Prima di morire, ho promesso a tuo padre che non avresti visto quello che vi è nella stanza: potrebbe causare ad entrambi grande sventura». «No», rispose il giovane re, «se non entro è la mia rovina: non avrò pace né di giorno né di notte, finché non l'avrò visto; non me ne andrò di qui finché non avrai aperto.» Il fedele Giovanni vide allora che non vi era più nulla da fare e, col cuore grosso e molti sospiri, cercò la chiave nel grosso mazzo. Poi aprì la porta della stanza ed entrò per primo pensando che il re non potesse vedere il ritratto; ma questi era troppo curioso, si mise sulla punta dei piedi e guardò al di sopra della sua spalla. E quando vide l'immagine della fanciulla, così bella e splendente d'oro, cadde a terra svenuto. Il fedele Giovanni lo sollevò, lo portò a letto e pensò preoccupato: «La disgrazia è avvenuta; Signore, Iddio, che avverrà mai?». Poi lo rianimò con del vino, ma la prima cosa che il giovane disse quando si riebbe fu: «Ah, di chi è quel bel ritratto?». «È la principessa dal Tetto d'oro», rispose il fedele Giovanni. Allora il re disse: «Il mio amore per lei è così grande che se tutte le foglie degli alberi fossero lingue, non potrebbero esprimerlo. Pur di ottenerla in sposa rischierei la vita; tu sei il mio fedelissimo Giovanni e devi aiutarmi». Il fedele servitore rifletté a lungo su come agire, poiché giungere al cospetto della principessa era cosa assai difficile. Alla fine escogitò un sistema e disse al re: «Tutto ciò che la circonda è d'oro: tavoli, sedie, piatti, bicchieri, scodelle e ogni altra suppellettile. Fra i tuoi beni vi sono cinque tonnellate d'oro: fanne lavorare una dagli orefici del regno, che ne facciano ogni sorta di vasellame e di utensile, ogni sorta di uccelli, fiere e mostri, con queste cose tenteremo la fortuna». Il re fece radunare tutti gli orefici e li fece lavorare giorno e notte, finché furono pronti gli oggetti più splendidi. Il fedele Giovanni fece allora caricare il tutto su di una nave, indossò abiti da mercante e così fece pure il re in modo da rendersi irriconoscibile. Poi salparono e navigarono a lungo finché giunsero alla città nella quale abitava la principessa dal Tetto d'oro.

Il fedele Giovanni disse al re di rimanere sulla nave e di aspettarlo. «Forse», disse, «porterò con me la principessa, per questo abbiate cura che tutto sia in ordine: esponete il vasellame d'oro e fate adornare tutta la nave.» Poi radunò nel grembiule ogni sorta di oggetti d'oro, sbarcò e andò dritto al castello reale. Quando giunse nel cortile del castello c'era alla fonte una bella fanciulla, che aveva in mano due secchi d'oro e attingeva l'acqua. Quand'ella si volse per portar via l'acqua dai bagliori dorati, vide lo straniero e gli domandò chi fosse. Allora egli rispose: «Sono un mercante» e aprì il grembiule, perché potesse guardarvi dentro. Allora ella esclamò: «Oh, che begli oggetti d'oro!»; depose i secchi e si mise ad esaminarli uno dopo l'altro. Poi disse: «Deve vederli la principessa, gli oggetti d'oro le piacciono tanto che ve li comprerà tutti». Lo prese per mano e lo condusse fino alle stanze superiori, poiché era la cameriera. Quando la principessa vide la merce, tutta contenta disse: «È così ben lavorata che voglio comprarti tutto». Ma il fedele Giovanni disse: «Io sono soltanto il servo di un mercante; ciò che ho qui è nulla in confronto a quello che il mio padrone ha sulla sua nave; là vi è quanto di più artistico e di più prezioso sia mai stato lavorato in oro». Lei voleva che le portassero tutto al castello, ma lui disse: -Per fare questo occorrono molti giorni, perché vi è moltissima merce; ci vogliono tante sale per esporla che la vostra casa non basterebbe». Così la curiosità e il desiderio crebbero in lei sempre di più, finché disse: «Conducimi alla nave: voglio andare io stessa a vedere i tesori del tuo padrone».

Tutto contento, il fedele Giovanni la condusse sulla nave e il re. quando la vide, credette che il cuore gli scoppiasse e poté trattenersi a fatica. Lei salì sulla nave e il re la condusse all'interno, ma il fedele Giovanni rimase presso il timoniere e ordinò che la nave salpasse: «Spiegate le vele, che voli come un uccello nell'aria!». Intanto all'interno il re le faceva vedere tutti gli oggetti d'oro uno per uno: i piatti, i bicchieri, le ciotole, gli uccelli, le fiere e i mostri. Passarono diverse ore e lei rimirava ogni cosa con tale gioia da non accorgersi che la nave era partita. Quando ebbe esaminato l'ultimo oggetto, ringraziò il mercante e volle ritornare a casa; ma, giunta sul ponte, vide che la nave correva a vele spiegate in alto mare, lontano da terra. «Ah», gridò spaventata, «sono stata ingannata, rapita; sono nelle mani di un mercante: preferirei morire!» Ma il re la prese per mano e disse: «Non sono un mercante ma un re, non inferiore a te per nascita. Se ti ho rapita con l'astuzia è stato solo per il grande amore che ti porto. Quando vidi il tuo ritratto la prima volta, caddi a terra svenuto». All'udire queste parole, la principessa dal Tetto d'oro si consolò; e fu così spinta ad amarlo, che accettò volentieri di diventare sua moglie. Ma, mentre navigavano in alto mare, il fedele Giovanni, che sedeva a prua e suonava, scorse in aria tre corvi che si avvicinavano in volo. Smise di suonare e ascoltò quel che dicevano, perché li capiva bene. Uno gracchiò: «Ah, si porta a casa la principessa dal Tetto d'oro!». «Sì», rispose il secondo, «ma non l'ha ancora!» E il terzo disse: «Ma sì, è con lui sulla nave!». Allora il primo riprese a dire: «A che giova questo? Quando sbarcheranno, gli balzerà incontro un cavallo sauro: allora vorrà cavalcarlo e, se lo farà, il cavallo correrà via con lui e si alzerà in volo, cosicché lui non vedrà mai più la sua fanciulla». Il secondo disse: «Non ha modo di salvarsi?». «Oh sì, se colui che è in sella estrae il fucile che è infilato nella cavezza del cavallo e lo uccide, il giovane re è salvo; ma chi può saperlo? E chi sapendolo glielo dicesse diventerebbe di pietra dalla punta dei piedi alle ginocchia.» Allora il secondo disse: «Io so di più, anche se il cavallo viene ucciso, il giovane re non serba la sua sposa! Quando entreranno nel castello troveranno su di un vassoio una camicia nuziale che sembrerà intessuta d'oro e d'argento, ma non si tratterà che di pece e zolfo. Se lui la indosserà brucerà fino al midollo». Il terzo disse: «Non ha modo di salvarsi?». «Oh sì», rispose il secondo, «se uno afferra la camicia con dei guanti e la getta nel fuoco, in modo che bruci, il giovane re è salvo. Ma a che giova? Chi sapendolo glielo dicesse diventerebbe di pietra dal ginocchio al cuore.» Allora il terzo disse: «Io so di più: anche se bruciasse la camicia nuziale, il giovane re non avrebbe ancora la sua sposa. Quando, dopo le nozze, incomincerà il ballo e la giovane regina danzerà, impallidirà all'improvviso e cadrà come morta. E se qualcuno non la solleva e non succhia tre gocce di sangue dalla sua mammella destra e non le risputa, lei morirà. Ma se qualcuno lo sa e lo rivela, diventerà tutto di pietra, dalla testa fino alla punta dei capelli». Quando i corvi si furono scambiati queste parole, volarono via: il fedele Giovanni aveva capito tutto; ma da quel momento in poi fu triste e taciturno: infatti se avesse taciuto al suo signore ciò che aveva udito, questi sarebbe stato infelice, e se glielo avesse rivelato avrebbe dovuto sacrificare la sua stessa vita. Infine si disse: «Voglio salvare il mio signore, anche se questo dovesse causare la mia rovina».

Quando giunsero a terra, accadde quello che il corvo aveva predetto e uno splendido sauro balzò loro incontro. «Oh», esclamò il re, «mi porterà al mio castello» e volle montare in sella; ma il fedele Giovanni lo precedette, balzò velocemente in sella, estrasse l'arma dalla cavezza e uccise il cavallo. Allora gli altri servi del re, che non amavano il fedele Giovanni esclamarono: «Che cosa ignobile, uccidere quel bell' animale che doveva portare il re al castello!». Ma il re disse: «Tacete e lasciatelo fare: è il mio fedelissimo Giovanni, avrà un buon motivo». Poi andarono al castello e nella sala c'era il vassoio sul quale era posata la camicia nuziale, che sembrava tutta d'oro e d'argento. Il giovane re si fece avanti per prenderla, ma il fedele Giovanni lo spinse via, afferrò la camicia con i guanti, la gettò nel fuoco e la bruciò. Gli altri servi ricominciarono a mormorare e dissero: «Guardate, ora brucia persino la camicia nuziale del re!». Ma il giovane re disse: «Avrà un buon motivo, lasciatelo fare, è il mio fedelissimo Giovanni». Poi si celebrarono le nozze; il ballo incominciò e anche la sposa vi prese parte. Il fedele Giovanni stava attento e la guardava in viso. D'un tratto impallidì e cadde a terra come morta. .Allora egli corse da lei e la portò in una stanza; qui la distese, si inginocchiò, succhiò le tre gocce di sangue dalla sua mammella destra e le sputò. Subito lei riprese a respirare e si riebbe, ma il giovane re aveva visto tutto e, non sapendo perché il fedele Giovanni lo avesse fatto, andò in collera e gridò: «Gettatelo in prigione!». Il mattino dopo il fedele Giovanni fu condannato e condotto al patibolo e quando fu lassù e stava per essere giustiziato, disse: «Chi deve morire, può parlare ancora una volta prima della sua fine; ho anch'io questo diritto?». «Sì», rispose il re, «ti sia concesso.» Allora il fedele Giovanni disse: «Sono condannato ingiustamente e ti sono sempre stato fedele». E gli raccontò come avesse udito sul mare il discorso dei corvi e deciso di salvare il suo signore; per questo aveva dovuto fare tutto : ;quello che aveva fatto. Allora il re esclamò: «Oh mio fedelissimo Giovanni! Grazia! Grazia! Portatelo giù». Ma il fedele Giovanni, appena aveva pronunciato l'ultima parola, era caduto senza vita ed era diventato di pietra. Il re e la regina se ne afflissero molto e il re diceva: «Ah, come ho mai ricompensato tanta fedeltà!». Fece sollevare la statua di pietra e la fece mettere nella sua stanza accanto al suo letto. Ogni volta che la guardava piangeva e diceva: «Ah, potessi ridarti la vita. mio fedelissimo Giovanni!».

Passò qualche tempo e la regina partorì due gemelli, due maschietti, che crebbero ed erano la sua gioia. Un giorno che la regina era in chiesa e i due bambini giocavano accanto al padre, il re guardò la statua di pietra con grande tristezza, sospirò e disse: «Ah, potessi ridarti la vita, mio fedelissimo Giovanni!». Allora la statua incominciò a parlare e disse: «Sì, puoi ridarmi la vita se sarai disposto a dare ciò che ti è più caro». Allora il re esclamò: «Per te darò tutto quello che ho al mondo!». La statua di pietra proseguì: «Se di tua mano tagli la testa ai tuoi due bambini e mi ricopri con il loro sangue, allora riavrò la vita». Il re inorridì quando udì che doveva uccidere egli stesso i suoi diletti figli, ma pensò alla grande fedeltà del fedele Giovanni, che era morto per lui: trasse la spaia e di sua mano tagliò la testa ai bambini. E quando ebbe ricoperto la statua con il loro sangue, essa si animò e il fedele Giovanni gli stette di nuovo innanzi, fresco e sano. Ed egli disse al re: «Voglio ricompensare la tua lealtà» e prese le teste dei bambini, le rimise sul busto e spalmò le ferite col loro sangue. In un attimo i bambini tornarono sani e ripresero a saltare e a giocare come se nulla fosse accaduto. Il re era felice e, quando vide venire la regina, nascose il fedele Giovanni e i due bambini in un grande armadio. Quando lei entrò le disse: «Hai pregato in chiesa?». «Sì», rispose la regina, «ma ho sempre pensato al fedele Giovanni che è stato così sventurato per colpa nostra.» Allora egli disse: «Cara moglie, noi possiamo ridargli la vita, ma a prezzo del sacrificio dei nostri figlioletti». La regina impallidì e le si gelò il sangue, ma disse: «Glielo dobbiamo per la sua grande fedeltà». E il re si rallegrò che pensasse come lui; andò ad aprire l'armadio e ne uscirono i bambini e il fedele Giovanni. Il re disse: «Grazie a Dio egli è libero dall'incantesimo e abbiamo ancora i nostri figlioletti». E le raccontò tutto quello che era successo. Poi vissero felici insieme fino alla morte.