Fiabe Classiche - M.me D'Aulnoy: La Gatta Bianca (pagina III e ultima)
Il Re fu lieto del ritorno della Regina e tutta la Corte le dimostrò la sua gioia. Ogni giorno erano balli, mascherate, tornei e feste, dove le frutta portate dalla Regina venivano distribuite, come un regalo prelibato. Il Re stesso le preferiva a ogni altra cosa. Esso non sapeva nulla del patto che la Regina aveva combinato colle fate, e le domandava in quali paesi era stata per trovare di quelle delizie. Essa ora rispondeva che le aveva trovate sopra un'alta montagna, quasi inaccessibile: ora che nascevano in vallate: e qualche volta inventava che crescevano in un giardino o in mezzo a una gran foresta. Il Re non sapeva spiegarsi tante contraddizioni. Interrogava coloro che l'avevano accompagnata, ma questi non osavano fiatare per avere avuto la proibizione di dire una sola mezza parola su questa avventura. Alla fine la Regina, inquieta della promessa fatta alle fate e vedendo avvicinarsi il tempo del parto, fu presa da un gran mal umore: non faceva altro che sospirare e si struggeva a vista, come una candela. Il Re se ne impensierì, e incominciò a insistere colla Regina, per sapere la cagione della sua gran tristezza: e batti oggi, batti domani, finalmente essa gli raccontò tutto quello che era passato fra lei e le fate e com'essa avesse promesso loro la figlia che stava per mettere alla luce.
«Come!» esclamò il Re, «noi non abbiamo figliuoli: voi sapete quanto io li desideri, e per la gola di mangiare due o tre mele, siete stata capace di promettere vostra figlia? Bisogna proprio dire che non mi volete un filo di bene.» E lì cominciò a farle dei rimproveri e ne disse tante e tante, che la mia povera madre fu quasi per morir di dolore. E come se questo fosse poco, la fece chiudere in una torre e messe delle guardie dappertutto perché non potesser barattar parola con anima viva, all'infuori degli uffiziali destinati a servirla: e volle che fossero cambiate tutte quelle persone del servizio che l'avevano accompagnata al castello delle fate. Quest'urto fra il Re e la Regina gettò in Corte una gran costernazione. Ciascuno riponeva i suoi abiti di gala per vestirne dei più adattati all'afflizione generale. Dal canto suo il Re si mostrava inesorabile: non volle più vedere sua moglie: e appena fui nata, mi fece portare nel suo palazzo per esservi allevata, mentre mia madre era sempre in prigione e nel massimo squallore. Peraltro le fate non ignoravano quello che accadeva: e se la presero molto a male e volevano avermi a tutti i costi, perché mi riguardavano come cosa loro, e stimavano che il ritenermi in Corte fosse lo stesso che commettere un furto a loro danno. Prima di pigliarsi una vendetta coi fiocchi e proporzionata al loro dispetto, esse mandarono al Re una celebre ambasceria per ammonirlo a ridare la libertà alla Regina e a riammetterla nelle sue buone grazie, e per pregarlo al tempo stesso di consegnar me ai loro ambasciatori. E questi ambasciatori erano nani schifosi e di una figura così stronca e piccina, che non ebbero nemmeno la sorte di poter capacitare il Re delle loro ragioni. Egli li messe fuori dell'uscio senza tanti complimenti, e se non facevano presto a scappare, chi lo sa come sarebbe finita. Quando le fate seppero il contegno di mio padre, presero una bizza da non si credere: e dopo aver mandato nei sei regni tutti i malanni immaginabili, vi scatenarono un drago orribile, il quale sputava veleno per tutto dove passava; mangiava bestie e cristiani, e soltanto col fiato faceva seccare tutti gli alberi e tutte le piante. Il Re era disperato. Si consultò con tutti i savi dello Stato per trovare il modo di liberare i suoi sudditi da tante sciagure, dalle quali erano tribolati. Chi gli suggerì di mandare a cercare per tutto il mondo i migliori medici e i rimedi più accreditati: altri invece lo consigliava a promettere la grazia della vita a tutti i condannati a morte, a patto che andassero a combattere il drago. Al Re piacque il consiglio, e lo accettò: ma non ne ricavò nessun vantaggio, perché la mortalità infieriva di bene in meglio, e quanti andavano contro il drago, erano tutti divorati vivi: sicché non gli rimase altro ripiego, che ricorrere a una fata, che lo aveva avuto sempre sotto la sua protezione fin da ragazzo. Essa era vecchia decrepita e non si levava quasi più dal letto: andò a casa di lei e le fece mille rimproveri perché lo lasciava tartassare a quel modo dal destino, senza venire in suo aiuto. «Come volete voi che io faccia?», gli diss'ella, «voi avete inasprite le mie sorelle; esse hanno tanto potere, quanto me, e non c'è caso che fra noi ci si dia addosso. Pensate piuttosto a rabbonirle, dando loro la vostra figlia: questa Principessina è cosa loro. Voi avete chiuso la Regina in un buco di prigione: che vi ha ella fatto quella donna così amabile, per essere trattata tanto male? Animo, da bravo: mantenete la promessa di vostra moglie, e allora vi pioverà addosso ogni felicità.» Il Re, mio padre, mi voleva un gran bene: ma non vedendo altro verso per salvare i suoi regni e per liberarsi dal drago fatale, finì col dire alla sua amica che s'era convinto delle buone ragioni e che non aveva più difficoltà a darmi in mano alle fate, tanto più che essa lo assicurava che sarei stata accarezzata e allevata da Principessa, par mio; che avrebbe ripresa con sé la Regina e che la fata non aveva da far altro che dirgli a chi doveva consegnarmi, perché io fossi portata al castello delle fate. «Bisogna portarla», gli rispose, «sulla montagna dei fiori: e voi potete trattenervi lì, a una certa distanza, per assistere alle feste che saranno fatte». Il Re le disse che dentro otto giorni ci sarebbe andato insieme colla Regina; e che intanto poteva avvisare le fate sue sorelle, perché si preparassero a quello che volevano fare. Tornato che fu al palazzo, mandò a riprendere la Regina con tanta premura e tanta pompa, quanta era stata la rabbia colla quale l'aveva fatta imprigionare. Essa era così abbattuta e malandata, che il Re avrebbe penato a riconoscerla, se il suo cuore non gli avesse detto che era quella medesima persona in altri tempi tanto amata da lui. La scongiurò colle lacrime agli occhi di dimenticare i grandi dispiaceri che le aveva cagionati, col dire che sarebbero stati i primi e gli ultimi. Ella rispose che se li era meritati, per l'imprudenza di aver promesso la figlia alle fate: e che in quel tempo non aveva altra scusa, se non lo stato interessante in cui si trovava. Alla fine il Re le palesò la sua intenzione, che era quella di consegnarmi in mano alle fate; ma la Regina, per la sua parte, si oppose. Era proprio il caso di dire che il diavolo ci aveva messo le corna, e che io doveva essere il pomo della discordia fra mio padre e mia madre. Quando ebbe pianto e singhiozzato ben bene senza ottener nulla (perché mio padre ne vedeva le funeste conseguenze e i nostri sudditi continuavano a morire a branchi, come se fossero responsabili degli errori della nostra famiglia), diceva dunque che quando mia madre ebbe pianto e singhiozzato ben bene, si rassegnò e acconsentì a ogni cosa e si allestirono i preparativi per la cerimonia della consegna.
Fui messa in una culla di madreperla, ornata di tutte quelle galanterie che l'arte può immaginare. Erano ghirlande di fiori e festoni in giro in giro: e i fiori erano pietre preziose, i cui vari colori, al riflesso del sole, lampeggiavano in modo da far male agli occhi. La magnificenza del mio abbigliamento sorpassava, se si può dire, quella della culla: tutte le trine delle mie fasce erano fatte di grosse perle. Ventiquattro principesse reali mi portavano sopra una specie di barella leggerissima; la loro acconciatura usciva affatto dal comune, ma non era stato permesso di usare altri colori che il bianco, come per alludere alla mia innocenza. Tutte le persone della Corte, schierate per ordine e per grado, mi accompagnavano. Mentre si saliva la montagna si fece sentire una sinfonia melodiosa, che si avvicinava sempre; finché comparvero le fate in numero di trentasei; esse avevano pregate le loro buone amiche di pigliar parte alla festa. Ciascuna era seduta in una conchiglia più grande di quella di Venere, quando uscì dal mare; e pariglie di cavalli marini, che non erano avvezzi a camminare per terra, strascicavano quelle brutte vecchie con tanta pompa, come se fossero state le più grandi Regine dell'universo. Esse portarono un ramo d'ulivo, per significare al Re che la sua sommissione aveva trovato grazia al loro cospetto: e allorché mi ebbero presa in collo, furono tali e tante le loro carezze, che pareva non avessero altra passione, che quella di rendermi felice. Il drago, che aveva servito a vendicarle contro mio padre, veniva dietro di loro, attaccato con una catena tutta di diamanti. Esse mi abballottarono fra le loro braccia, mi fecero mille carezze, mi dotarono d'ogni ben di Dio: e quindi incominciarono la ridda delle streghe. È un ballo molto allegro: né c'è da figurarsi i salti e gli sgambetti che fecero quelle vecchie zittellone: dopo di che il drago, che aveva mangiato tanta gente, si avvicinò strisciando per terra. Le tre fate, alle quali mia madre mi aveva promesso, vi si sedettero sopra, misero la mia culla fra di loro, e toccato il drago con una bacchetta, questo spiegò le sue grand'ali fatte a scaglia, più sottili del crespo finissimo e variopinte di mille bizzarri colori. Fu in questo modo che le fate tornarono al loro castello. Mia madre vedendomi per aria sulla groppa del drago, non poté trattenersi dal mandare altissime grida. Il Re la consolò col dire che dalla fata sua amica era stato assicurato che non mi sarebbe accaduto nulla di male, e che anzi si sarebbe avuto di me la stessa cura, come se fossi rimasta nel mio proprio palazzo. Ella si dette pace, sebbene fosse per lei una grande afflizione quella di dovermi perdere per sì lungo tempo e per cagion sua: tanto è vero che, se non fosse stata presa dalla voglia di assaggiare i frutti del giardino, io sarei cresciuta nel regno di mio padre e non avrei avuto tutti i dispiaceri, che mi resta ancora da raccontarvi.
Sappiate dunque, figlio di Re, che le mie custodi avevano fabbricata apposta una torre, nella quale vi erano molti begli appartamenti per tutte le stagioni; mobili magnifici, libri piacevolissimi, ma nemmeno una porta; sicché bisognava entrare dalle finestre, le quali erano a tanta altezza da far venire il capogiro. Sopra la torre si trovava un bel giardino ornato di fiori, di fontane e di pergolati di verzura, che riparavano dai bollori della canicola. In questo luogo le fate mi allevavano con tali cure, da sorpassare quanto avevano promesso alla Regina. I miei vestiti erano tagliati secondo il gusto della moda: e tanto ricchi e magnifici che, vedendomi, si sarebbe creduto che io fossi in giorno di nozze. Le fate m'insegnarono tutte quelle cose, che si addicevano alla mia età e alla mia nascita; né io davo loro molto da fare, perché avevo la facilità d'imparare alla prima. La dolcezza del mio carattere le aveva innamorate: e perché io non aveva mai veduto nessun altro, intendo benissimo che sarei rimasta tranquillamente in quello stato per tutto il rimanente della vita. Esse venivano sempre a trovarmi, montate sul famoso drago che sapete: non mi rammentavano mai né il Re né la Regina; e siccome mi chiamavano la loro figlia, io credeva di esserlo davvero. Per potermi divertire mi avevano dato un cane e un pappagallo, i quali avevano il dono della parola e parlavano come due avvocati. Nella torre non c'era con me nessun altro. Un lato di questa torre era fabbricato sopra una strada molto avvallata e tutta coperta di alberi; di modo che dal giorno che vi fui rinchiusa non avevo mai veduto passarvi anima viva. Ma un giorno, essendo alla finestra a ciarlare col cane e col pappagallo, mi parve di sentire qualche rumore: guardai da tutte le parti e finalmente mi venne fatto di vedere un giovine cavaliere, che si era fermato per ascoltare la nostra conversazione. Io non avevo veduto altri uomini, altro che dipinti, sicché non mi dispiaceva punto quest'occasione altrettanto propizia quanto inaspettata. Senza pensare alle mille miglia al pericolo che andava unito alla soddisfazione di ammirare un oggetto così piacevole, mi spenzolai in fuori per vederlo meglio; e più lo guardavo e più ci pigliavo gusto. Egli mi fece una gran riverenza, fissò i suoi occhi su me e mi parve che si stillasse il cervello per trovare il modo di potermi parlare; perché la mia finestra era altissima ed egli aveva paura di essere scoperto, sapendo bene che io mi trovavo nel giardino delle fate.
Il sole calò tutt'a un tratto: o per dir la cosa come sta, si fece notte senza che ce ne avvedessimo; per due o tre volte egli si portò il corno alla bocca e mi rallegrò con qualche suonatina; poi se ne andò, senza che io potessi vedere nemmeno che strada pigliasse, tanto la notte era buia. Io rimasi come estatica, e non provai più il solito piacere a far conversazione col mio cane e col mio pappagallo. Essi mi dicevano le cose più carine del mondo, perché le bestie fatate sono piene di spirito, ma io avevo la testa chi sa dove, né conoscevo punto l'arte di simulare. Il pappagallo se ne accorse: ma furbo com'era, non fece trapelar nulla di quello che rimuginava per il capo. Fui puntuale a levarmi col sole: corsi alla finestra e fu per me una gratissima sorpresa quella di vedere il giovine cavaliere a piè della torre. Egli vestiva un abito magnifico: e in questo suo lusso mi lusingai di averci un po' di merito anch'io, e colsi nel segno. Egli mi parlò con una specie di tromba, o, come chi dicesse, con un portavoce, e mi disse che essendo stato fin allora indifferente a tutte le bellezze che aveva vedute, ora si sentiva tutt'a un tratto ferito talmente dalla mia, da non sapere quel che sarebbe di lui, se non potesse vedermi tutti i giorni. Questo complimento mi fece un gran piacere, e fui dolentissima di non potergli rispondere, perché mi sarebbe toccato a gridar forte e col rischio di essere sentita prima dalle fate, che da lui. Avevo in mano dei fiori: e glieli gettai; egli gradì il picciol dono come un favore insigne: li baciò più volte e mi ringraziò. Mi chiese quindi se sarei contenta che egli venisse tutti i giorni e alla stess'ora sotto la mia finestra, e se io volessi essere tanto cortese da gettargli qualche cosa. Io aveva un anello di turchine: me lo levai lesta lesta dal dito e glielo buttai con molta fretta, facendogli segno di andarsene come il vento. E la ragione era che dall'altra parte avevo sentito la fata Violenta che, a cavallo al drago, veniva a portarmi la colazione. La prima cosa che disse entrando in camera mia, furono queste parole: «Sento l'odore della voce d'un uomo: cerca, drago!». Figuratevi se mi rimase sangue nelle vene! Ero più morta che viva dalla paura che il drago, passando per l'altra finestra, non si mettesse a dar dietro al cavaliere pel quale io già sentivo una mezza passione. «Davvero» diss'io, «mia buona mamma (perché la vecchia fata voleva che la chiamassi così), davvero che mi sembrate in venia di celiare, dicendo che sentite l'odore della voce di un uomo: forse che la voce ha un odore? e quand'anche l'avesse, chi volete che sia il temerario da arrisicarsi a salire in cima a questa torre?» «Dici bene, figlia mia, dici bene,» ella rispose, «e mi fa piacere di sentirti ragionare a codesto modo. Capisco anch'io che dev'essere l'odio che sento per tutti gli uomini, quello che mi fa crederli vicini anche quando sono lontani.» Mi diede la colazione e la rocca; poi soggiunse: «Quando avrai finito di mangiare, mettiti lì e fila; ieri non facesti nulla: e le mie sorelle se l'hanno per male». Difatto il giorno innanzi ero stata tanto occupata col cavaliere sconosciuto, che non toccai né la rocca né il fuso.
Appena se ne fu ita, gettai via la rocca con una specie di dispetto e montai su in cima alla torre, per vedere più lontano che fosse possibile. Avevo con me un eccellente canocchiale: nulla all'intorno m'impediva la vista: ero padrona di voltarmi e di guardare da tutte le parti, quand'ecco che mi venne fatto di scoprire il mio cavaliere in vetta a una montagna. Egli si riposava sotto un ricco padiglione di broccato d'oro ed era circondato da una numerosissima Corte. Pensai subito che dovesse essere il figlio di qualche Re, vicino al palazzo delle fate. E perché avevo paura che tornando egli sotto la torre potesse essere scoperto dal terribile drago, così andai a prendere il mio pappagallo e gli ordinai di volare in cima a quella montagna, dove avrebbe trovato quel cavaliere che aveva parlato con me, al quale doveva dire da parte mia di non tornare sotto le finestre a motivo che, da quanto m'ero accorta, le fate stavano con tanto d'occhi e gli potevano fare un brutto scherzo. Il pappagallo compì la sua commissione da vero pappagallo di spirito. Rimasero tutti stupiti di vederlo venire ad ali spiegate e posarsi sulla spalla del Principe per parlargli sotto voce all'orecchio. Il Principe gradì per un verso l'ambasciata: e per un altro verso gli dispiacque. La cura che mi pigliavo di lui, faceva bene al suo cuore; ma tutte le difficoltà che incontrava per potermi parlare lo disanimavano, senza distoglierlo peraltro dal disegno che egli aveva fatto di piacermi. Rivolse cento domande al pappagallo: e il pappagallo, curioso di sua natura, ne fece altrettante a lui. Il Re gli dette per me un anello in cambio di quello colla turchina: e anche il suo era una turchina, ma molto più bella della mia: era tagliata a cuore e contornata di brillanti. «È giusto,» egli soggiunse, «che io vi tratti da ambasciatore. Eccovi in regalo il mio ritratto; ma non lo fate vedere a nessuno, fuori che alla vostra cara padroncina.» E dicendo così, attaccò il ritratto sotto l'ala del pappagallo, il quale portò nel becco l'anello che aveva per me.
Io aspettavo il ritorno del mio corriere verde, con un'impazienza che non avevo provata mai. Egli mi disse che la persona, dalla quale lo avevo mandato, era un gran Re; che gli aveva fatto un'accoglienza coi fiocchi: che esso non poteva vivere senza di me: e che sebbene ci fosse un gran pericolo a venire sotto la mia torre, io poteva esser certa che egli era preparato a tutto, piuttosto che rinunziare a vedermi. Queste cose mi messero addosso un gran malessere; e cominciai a piangere come una bambina. Pappagallo e il canino Titì s'ingegnavano di farmi coraggio, perché mi volevano un gran bene. Quindi Pappagallo mi presentò l'anello del Principe, e mi fece vedere il ritratto. Confesso che non ho sentito mai tanta consolazione, quanta n'ebbi nel considerare da vicino e sotto gli occhi colui che non avevo veduto altro che da lontano. Mi parve anche più grazioso che non mi fosse parso dapprima; e cento pensieri, parte piacevoli e parte tristi, mi si affollarono nel capo e m'entrò nel sangue un'irrequietezza straordinaria. Le fate vennero a trovarmi e se ne accorsero. Esse dissero fra loro che senza dubbio io doveva annoiarmi e che bisognava cercarmi uno sposo della loro razza. Ne nominarono diversi: ma si fermarono sul piccolo Re Migonetto, il cui regno era cinquecentomila miglia distante di lì, ma questo non era un ostacolo serio. Pappagallo sentì questo bel fissato, e venendo subito a rifischiarmelo, mi disse: «Mi fareste proprio pietà, cara padrona, se vi toccasse per marito il Re Migonetto: egli è un fagotto di panni sudici da far paura: il Re, che voi amate, non lo piglierebbe nemmeno per suo Tira-stivali». «Di', Pappagallo, e tu l'hai visto?» «Se l'ho visto?», egli soggiunse, «figuratevi che sono stato allevato sopra un ramo insieme a lui.» «Come sopra un ramo?», domandai io. «Sissignora! perché bisogna sapere che egli ha i piedi di Aquilotto.»
Quei discorsi mi fecero un gran male. Guardavo il bel ritratto del Re, e pensavo che egli non lo aveva regalato a Pappagallo se non perché io lo potessi vedere: e quando lo confrontavo con quello di Migonetto mi cascavano le braccia e piuttosto che sposare quello scimmiotto mi veniva voglia di lasciarmi morire. Non chiusi un occhio in tutta la notte. Pappagallo e Titì mi tennero un po' di compagnia. A giorno mi appisolai: ma il canino, che aveva un buon naso, sentì che il Re era giù a piè della torre. Svegliò Pappagallo e gli disse: «Scommetto che già a basso c'è il Re». Pappagallo rispose: «Chetati, chiacchierone! perché stai sempre cogli occhi aperti e cogli orecchi per aria? ti dispiace che gli altri riposino un poco?». «Eppure,» insisté il buon cane, «scommetto che c'è.» «E io ti dico che non c'è,» replicò il Pappagallo, «non sono forse stato io che gli ho proibito di venir qui da parte della Principessa?» «Una bella proibizione davvero!» gridò il canino, «un uomo che ama non consulta che il suo cuore.» E nel dir così cominciò a strapazzargli con tanta poca grazia le ali, che Pappagallo perse i cocci sul serio. Gli urli di tutti e due mi svegliarono: e saputo il motivo del battibecco non corsi, no, ma volai alla finestra: e vidi il Re che mi stendeva le braccia e col mezzo del portavoce mi disse non poter più vivere senza di me, e mi scongiurava per ora a fare in modo o di venir via dalla torre o di farci entrare anche lui, chiamando in testimonio tutti gli Dei dell'Olimpo che mi avrebbe sposata subito, e che io sarei diventata una delle più grandi Regine dell'Universo. Ordinai a Pappagallo di andargli a dire che quello che mi chiedeva era impossibile: ma che nondimeno dietro la parola data e i giuramenti fatti, mi sarei ingegnata di renderlo felice: peraltro mi raccomandavo perché non venisse sotto la torre tutti i giorni: a lungo andare la cosa si sarebbe scoperta, e allora le fate non avrebbero avuto né pietà né misericordia. Se ne andò col cuore pieno di gioia e di speranza, e io mi trovai in una grande afflizione di spirito, ripensando a quanto avevo promesso. Come uscire dalla torre, che non aveva neppure il segno di una porta, senz'altro aiuto che Pappagallo e Titì, ed essendo io così giovane, così poco esperta e così paurosa?... La mia risoluzione, dunque, fu quella di cimentarmi a tentare una prova, dalla quale non avrei saputo levarci le gambe, e lo mandai a dire al Re col mezzo di Pappagallo. Egli, di prim'impeto, voleva uccidersi dinanzi ai suoi occhi: ma poi lo incaricò di persuadermi e di andarlo a veder morire o di consolarlo nella sua passione.
«Sire!» esclamò l'ambasciatore colle penne, «la mia padrona è più che persuasa delle vostre parole... Non è che manchi di buona volontà! Se potesse!...» Quando tornò a ridirmi quel che era accaduto, mi afflissi più che mai. Entrò la fata Violenta e mi trovò cogli occhi rossi: allora cominciò a dire che io aveva pianto e che se non confessavo il motivo, mi avrebbe bruciata viva; perché tutte le sue minacce erano sempre spaventose. Risposi, tremando come una foglia, che m'ero annoiata a filare e che avrei preso volentieri un po' di spago, per far delle reti e chiappare gli uccellini che venivano a beccare la frutta del mio giardino. «È questo, figlia mia», ella disse «tutto quello che desideri? allora non piangerai più: ti porterò tanto spago da non sapere dove metterlo.» E detto fatto, me lo portò la sera stessa: e intanto mi avvertì di pensare a farmi bella e a non piangere, perché il Re Migonetto stava per arrivare da un momento all'altro. A questa notizia mi vennero i brividi per le spalle, ma non rifiatai. Appena fu fuori della stanza cominciai a fare qualche lacciuolo; ma l'intenzione mia era di fare una scala di corda, la quale mi riuscì benissimo senza che ne avessi mai vedute. Peraltro la fata non mi portava mai tanto spago, quant'era il bisogno, e mi badava a dire: «Ma, figlia mia, il tuo lavoro è come la tela di Penelope: non va avanti di una maglia e sei sempre a chiedermi dell'altro spago». «O mia buona mammina,» rispondevo io, «voi discorrete bene: ma non vedete che io non so proprio che cosa annaspo e che butto sul fuoco il mio lavoro? Avete paura che vi faccia fallire per un po' di spago?» Il mio modo ingenuo di fare la metteva di buon umore, sebbene fosse di un carattere insoffribile e veramente crudele. Col mezzo di Pappagallo mandai a dire al Re di venire una tal sera sotto le finestre della torre; che ci troverebbe la scala e che il resto l'avrebbe saputo lì sul posto. Infatti attaccai per bene la scala, risoluta com'ero a fuggirmene con lui; ma appena egli la vide, senza darmi tempo di scendere, salì su in un batter d'occhio, mentr'io stavo mettendo in ordine ogni cosa per la fuga. La vista di lui mi fece provare tanta gioia, che non pensai più al pericolo che ci stava sul capo. Mi rinnuovò i suoi giuramenti e mi scongiurò di non differire più in là ad accettarlo per mio sposo. Pappagallo e Titì, pregati da me, ci fecero da testimoni. Non c'è esempio di una festa di nozze celebrata con tanta semplicità fra due persone di grado così elevato, né c'è ricordanza di due cuori più soddisfatti e contenti dei nostri. Non era ancora spuntata l'alba, quando il Re mi lasciò: io gli avevo raccontato l'orribile disegno delle fate di volermi maritata al Re Migonetto; gliene feci il ritratto e n'ebbe più ribrezzo di me. Appena partito lui, le ore mi parvero anni. Corsi alla finestra e lo accompagnai cogli occhi, sebbene facesse ancora buio. Ma quale non fu il mio stupore, nel vedere per aria un cocchio tirato da salamandre alate, che correvano a rotta di collo, tanto che l'occhio poteva appena seguirle! Questo carro era scortato da un nuvolo di guardie, montate sopra tanti struzzi. Non ebbi tempo di rendermi ragione di chi corresse per l'aria a quel modo, ma mi figurai subito che dovesse essere o un mago o una fata.
Di lì a poco, la fata Violenta entrò nella mia camera. «Ho da darti delle buone nuove», ella mi disse, «il tuo amante è arrivato qui da poche ore: preparati a riceverlo; eccoti dei vestiti e dei finimenti di pietre preziose.» «E chi mai vi ha detto», risposi un po' risentita «che io voglia maritarmi? Non è davvero la mia intenzione. Il Re Migonetto può tornarsene di dove è venuto, ché per me è padronissimo: fra me e lui non ci pigliamo di certo.» «Sentite! sentite!», disse la fata, «o che non mi si mette a far la difficile? vorrei un po' sapere che cosa armeggi con quel cervellino! Alle corte, con me non si scherza; o tu lo sposi, o io...» «O voi?... sentiamo un po' che cosa voi mi farete?», soggiunsi, diventando rossa scarlatta fino alla punta dei capelli per l'impertinenze che mi aveva dette, «che mai mi può accader di peggio che esser tenuta in una torre, in compagnia di un cane e di un pappagallo e coll'obbligo di vedere sette o otto volte il giorno la figura di un drago spaventoso?» «Oh? sconoscente, che non sei altro!», disse la fata, «vai là, che meritavi proprio tutti i pensieri e le pene, che ci siamo date per te! Già, io l'avevo detto da un pezzo alle mie sorelle: ne avremo una bella ricompensa!...» Ella andò a trovarle e raccontò loro quello che era passato fra noi due, e rimasero scandalizzate. Pappagallo e Titì mi dissero, a tanto di lettere, che se io seguitavo a battere quella strada, mi sarei trovata a dei brutti guai. Ma in quel momento mi sentivo così orgogliosa di possedere il cuore di un gran Re, che le fate non mi facevano paura, e che i consigli dei miei piccoli amici mi entravano da un orecchio e mi passavano da quell'altro. Restai vestita, com'era, né mi volli mettere un nastro in più; anzi, per farlo apposta, mi spettinai tutta per parere a Migonetto una vera befana. L'incontro accadde sulla terrazza. Egli vi giunse nel suo cocchio di fuoco. Dei nani piccini ne ho veduti, ma un nanerucolo a quel modo lì, mai! Per camminare si serviva nello stesso tempo delle zampe d'aquila e dei ginocchi, perché non aveva ossa nelle gambe; e si teneva ritto sopra due grucce, tutte di diamanti. Aveva un manto reale di circa un metro di lunghezza: eppure ne strascicava per terra almeno due buoni terzi. Invece di testa, un grande zuccone che pareva uno staio e un naso così screanzato, che ci stavano sopra una dozzina d'uccelli: ed egli si divertiva a sentirli cantare. La barba pareva un bosco e i canarini ci facevano dentro il nido; gli orecchi gli passavano di un metro al disopra del capo; cosa peraltro di cui nessuno si avvedeva, a cagione della smisurata corona a punta che portava in testa, per comparire più alto. Le fiamme che mandava il carro arrostivano le frutte, seccavano i fiori e inaridivano le fontane del mio giardino. Egli mi venne incontro a braccia aperte; ma io non mi mossi né punto né poco; per cui bisognò che il suo scudiere gli desse di braccio. E quando si provò ad avvicinarsi scappai in camera e chiusi la porta e le finestre: sicché Migonetto dové andarsene colle fate, le quali mi avrebbero cavato gli occhi dalla bile. Esse gli chiesero mille e mille scuse della mia ruvidezza; e per abbonirlo, perché era un arnese da far paura, pensarono di condurlo la notte in camera mia, mentr'io dormivo: di legarmi i piedi e le mani e di mettermi così nel carro infuocato, perché potesse menarmi seco. Quando ebbero tutto fissato e combinato, tornarono da me; e mi ripresero leggermente della mia condotta, contentandosi solo di dirmi che in qualche modo bisognava rimediare al malfatto. Tutti questi rimproveri giulebbati e in pelle in pelle, dettero nel naso a Pappagallo e Titì. «Volete che vi parli chiaro, padrona?», disse il mio cane, «il cuore non mi dice nulla di buono. Queste signore fate son certa gente... che Iddio ci liberi tutti, e segnatamente dalla Violenta.»
Io risi di tutta questa paura e stavo sulle spinte aspettando il mio sposo, il quale si struggeva troppo di vedermi per non essere puntuale ai fissati. Gli gettai la scala di corda col fermo proponimento di fuggirmene con lui. Egli montò, leggero come una piuma, e mi disse tante e poi tante cose gentili e appassionate, che anch'oggi non ho cuore di richiamarmele alla memoria. Mentre si stava parlando insieme, tranquilli e sicuri, come se fossimo stati nel palazzo di lui, vedemmo sfondare con un gran colpo la finestra della camera. Le fate entrarono dentro montate sul loro drago: Migonetto le seguiva sul suo solito cocchio di fuoco, tirandosi dietro tutte le sue guardie a cavallo agli struzzi. Il Re, senza impallidire, messe mano alla spada e non ebbe altro pensiero che quello di difendermi nella più terribile avventura che mi potesse capitare. Ebbene... debbo dirvelo, caro signore? quelle spietate creature gli aizzarono contro il drago, che se lo divorò vivo vivo dinanzi ai miei occhi. Fuori di me per la sciagura sua e mia, mi gettai in bocca all'orribile mostro, perché m'inghiottisse, come avea inghiottito la persona che era tutto l'amor mio: e l'avrebbe fatto volentieri: ma le fate, più crudeli di lui, glielo proibirono. Esse gridarono insieme: «Bisogna serbarla a tormenti più lunghi: una morte sollecita e pronta è quasi uno zuccherino per una creatura così indegna e scellerata». Mi toccarono, e mi vidi trasformata in Gatta Bianca: quindi mi condussero in questo palazzo, che era di mio padre, cambiarono in gatti e in gatte tutti i signori e tutte le dame del Regno, e a parecchi lasciarono soltanto le mani: e così mi ridussero nello stato lacrimevole in cui mi trovaste, facendomi sapere il segreto della mia nascita, la morte di mio padre, quella di mia madre, e come io non avrei potuto essere liberata dalla mia figura di gatta, se non da un Principe che somigliasse come due gocce d'acqua a quello che mi era stato rapito. E voi, o signore, siete il suo ritratto vivo e parlante: le stesse fattezze, la stessa fisonomia, perfino lo stesso suono di voce. Appena vi vidi per la prima volta, ne rimasi colpita: io sapevo tutto quello che doveva accadere, come so quello che accadrà, e però vi dico che le mie pene stanno per finire."
"E le mie, bella Regina, dovranno ancora durare un pezzo?", domandò il Principe, gettandosi ai suoi piedi, "Io vi amo, o signore, più della mia vita, E questo è il momento di partire per andare da vostro padre: vedremo quali sono i suoi sentimenti verso di me, e se è disposto a rendervi contento." Ella uscì: il Principe le dette la mano: e insieme con lui montò in una carrozza molto più bella e magnifica di tutte quelle che aveva avuto fin allora. Il resto dell'equipaggio non ci scompariva: basti dire che tutti i ferri dei cavalli erano di smeraldi e i chiodi di diamanti. Da quella volta in poi non s'è visto più nulla di simile. Inutile star qui a ripetere i colloqui, che ebbero insieme il Principe e la Regina. Ella era di una bontà singolare e di uno spirito finissimo: e il giovane Principe valeva quanto lei: sicché non potevano pensare e dire altro che un monte di bellissime cose.
Giunti in vicinanza del castello, dove dovevano trovarsi i due fratelli maggiori del Principe, la Regina entrò in un piccolo blocco di cristallo di monte, di cui tutte le sfaccettature erano guarnite d'oro e di rubini. Tutt'all'intorno era circondato di tendine per impedire ai curiosi di guardar dentro, ed era portato a barella da giovinotti di bellissimo aspetto e vestiti splendidamente. Il Principe rimase nella sua bella carrozza; e di lì poté vedere i suoi fratelli che se la passeggiavano a braccetto di due Principesse d'una bellezza da sbalordire. Appena lo riconobbero, gli andarono incontro per fargli festa e domandarono se anche esso aveva condotto la sua dama. Al che rispose che era stato così disgraziato, che in tutto il viaggio non si era imbattuto altro che in donne bruttissime; e tutto ciò che gli era capitato di meglio da portar seco, era una gatta bianca. Essi si misero a ridere della sua semplicità. "Una gatta!" dicevano essi "come mai una gatta? avete forse paura che i topi ci mangino il palazzo?" Il Principe soggiunse che capiva bene che non era prudenza di portare un simile regalo a suo padre. E così, fra una parola e l'altra, s'incamminarono verso la città. I due fratelli maggiori salirono colle loro Principesse in due carrozze tutte d'oro e di lapislazzoli: i cavalli portavano in capo dei pennacchi e altri ornamenti: per farla corta, nulla di più splendido di questa cavalcata. Dietro a loro veniva il nostro giovine Principe: e quindi il blocco di cristallo di monte, che tutti guardavano con grandissima ammirazione. I cortigiani corsero subito ad avvisare il Re dell'arrivo dei Principi. "Hanno con sé delle belle donne?", domandò il Re. "Non s'è veduto mai nulla d'eguale!..." A quanto pare, questa risposta non garbò troppo al Re. I due Principi si affrettarono a salire le scale colle loro Principesse, che erano due occhi di sole. Il Re li ricevette benissimo, e non sapeva a quale delle due dovesse dare la preferenza. Voltatosi al minore dei figli, gli domandò: "Come va che questa volta siete tornato solo?". "Vostra Maestà vedrà dentro questo cristallo una gattina bianca, che miagola con tanta grazia e che ha le zampine più morbide del velluto, e son sicuro che le piacerà", rispose il Principe. Il Re sorrise e si mosse per aprire da se stesso il blocco di cristallo. Ma appena si fu accostato, la Regina toccò una molla, sicché il blocco andò tutto in minutissimi pezzettini ed ella apparve fuori come il sole dopo essere stato un po' di tempo nascosto fra i nuvoli: i suoi capelli biondi erano sparsi per le spalle e in grandi riccioli le cadevano giù fino ai piedi. In capo aveva tutti fiori: e la sua veste era di leggerissimo velo bianco foderato di seta rosa. Si alzò e fece una profonda riverenza al Re, il quale nel colmo dell'ammirazione non poté frenarsi dall'esclamare: "Ecco veramente la donna senza confronto, e che merita davvero la mia corona". "Signore", ella disse, "io non son venuta qui per togliervi un trono che sì degnamente occupate: sono nata con sei regni: permettete anzi che io ne offra uno a voi e uno per uno ai vostri figli. In ricompensa non vi domando altro che la vostra amicizia e questo giovine Principe per mio sposo. I tre regni, che avanzano, sono più che sufficienti per noi."
Il Re e tutta la Corte fecero un baccano con urli di ammirazione e di allegrezza incredibile. Le nozze si celebrarono subito, e quelle dei due fratelli ugualmente: motivo per cui per diversi mesi furono feste, baldorie, divertimenti e corte bandita. Poscia ciascuno partì per andare a governare i propri Stati: e la bella Gatta Bianca si immortalò non tanto per la bontà e per la generosità del suo cuore quanto per il suo raro merito e per la sua gran bellezza.
La cronaca di quel tempo racconta che Gatta Bianca diventò il modello delle buone mogli e delle madri sagge e perbene. E io ci credo. Dal trist'esempio avuto in casa, essa aveva imparato a sue spese che le follie e i capricci delle mamme spesse volte sono cagione di grandi dispiaceri per i figliuoli.