Fiabe Classiche - Fernán Caballero: I Cavalieri del Pesce¹

(fiaba spagnola presente anche nei Fairy Books di Andrew Lang. Testo tradotto da me e distribuito con licenza CC 3.0 Italia. Per favore, vedasi note a pié di pagina.)

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(Immagine illustrativa: By Henry J.Ford in «Brown Fairy Book», 1904. Via Gutenberg Project. Passa col mouse sull'immagine per ingrandirla.)

«Cuentos, adivinanzas y refranes populares», 1921

libro animato

C'era una volta un povero ciabattino che non riusciva a sbarcare il lunario con la sua arte, così, decise un giorno di comprare una rete e diventare pescatore. Passarono molti giorni senza tirar su null'altro che granchi e scarpe vecchie, così alla fine pensò, "Basta, questa è l'ultima volta che vado a pesca; se va male anche oggi, la faccio finita per sempre." Buttò la rete, e questa volta venne su un pesce San Pietro; e il grazioso pesciolino, che a differenza di tutti gli altri esemplari della sua specie, era pure un pesce parlante, disse al nostro calzolaio: «Portami a casa tua: fammi in otto pezzi e cuocimi con sale e pepe, cannella e chiodi di garofano, aggiungici due o tre foglie di alloro e menta, e servi due pezzi di me a tua moglie, alla tua giumenta, e alla tua cagna, e il resto seminalo in giardino.» Il ciabattino, che credette ciecamente alle parole del pesce, seguì alla lettera le sue raccomandazioni. Da tutto ciò si deduce evidentemente che coloro che parlano poco ispirano più fiducia di quelli che parlano troppo. Nove mesi dopo, sua moglie partorì due figli; la cavalla, due puledri. La cagna, due cuccioli, e nel giardino spuntarono due lance, che al posto dei fiori avevano due scudi lucenti come specchi. Il povero pescatore e sua moglie allevarono amorevolmente i due bambini e conservarono ogni cosa gelosamente, e con il tempo i due bambini crebbero e divennero due gagliardi fantini a cavallo di due superbi corsieri, seguiti da due prodi segugi, muniti di lance e scudi scintillanti. I due fratelli si assomigliavano come due gocce d'acqua, e invece di due sembravano uno solo, tant'è che la gente cominciò a chiamarli "Il Cavaliere Duplice". Tuttavia, essi si sentivano diversi uno dall'altro, e desiderosi com'erano, giustamente, di mantenere ognuno la propria peculiarità, decisero di separarsi e vivere ognuno per conto proprio. Così, dopo essersi abbracciati e salutati reciprocamente, si diressero uno a Levante, e l'altro a Ponente.

Dopo qualche giorno di marcia, il primo cavaliere giunse a Madrid, la cui città univa amare lacrime di pianto alle acque dolci e chiare del suo Manzanarre². Piangevano tutti, perfino la Mariblanca della Puerta del Sol³. E dunque: il nostro bel giovanotto, incuriosito da quanto accadeva, volle sapere il motivo di tanta desolazione, e gli dissero che ogni anno la città era costretta ad offrire in sacrificio una giovane donna ad un orribile drago, figlio di un'orrenda vecchiaccia. Quell'anno, purtroppo, la sorte era toccata proprio alla figlia del re, che era pure buona e bella come il sole. Il cavaliere domandò allora dove si trovasse ora la fanciulla, e gli fu indicato un luogo che distava a poco meno di una lega(4) di distanza. Lì giaceva la poverina, in drammatica attesa del mezzogiorno, ora in cui si sarebbe presentato il mostro a portarsela via.

Il cavaliere raggiunse il luogo dell'incontro, e vi trovò la povera principessa in un mare di lacrime, tutta tremante di paura.

«Chi va là?» esclamò ella al Cavaliere del Pesce quando lo vide. «Andate via, temerario, che sta per arrivare il mostro, e se vi vede, per voi è finita!»
«Ma io non me ne vado» rispose il valoroso fantino, «perché dovrei, se sono venuto a salvarvi?»
«Salvare me? E come? Non è possibile!»
«Questo lo vedremo» replicò il prode. «In città ci sono mercanti?»
«Sì, signore» rispondò confusa la principessa, «ma perché me lo chiedete?»
«Lo vedrete.»

Così dicendo, spronò il cavallo e ripartì per la città. Dopo poco tornò con un enorme specchio che aveva acquistato nella bottega di certi tedeschi. Nell'appoggiarlo al tronco di un albero, lo coprì col velo della principessa, e poi le illustrò il piano, spiegandole che quando il mostro sarebbe arrivato, ella avrebbe dovuto scoprire il velo e correre a nascondersi dietro allo specchio, mentre lui avrebbe trovato riparo da qualche parte nelle vicinanze, pronto ad intervenire nel momento opportuno.

E difatti, il terribile drago non tardò a farsi vivo. Subito si avvicinò alla bella fanciulla, con quegli occhi penetranti e lo sguardo insolente che avrebbero intimorito chiunque. Allora la principessa fece esattamente come il Cavaliere del Pesce le aveva detto: scoprì lo specchio ed andò a nascondersi sul retro, sfuggendo alla vista del mostro innamorato, il quale rimase con un palmo di naso nel vedere la sua stessa immagine riflessa. Corrugò la fronte in un gesto di stizza, e il suo clone fece lo stesso. Per la rabbia gli occhi si iniettarono di sangue, accendendosi di rosso rubino. Non fu da meno il suo gemello, che s'infiammò altrettanto. Il drago cattivo, in un eccesso d'ira, affilò le armi come un porcospino che mette fuori i suoi aculei, e così pure il gemello. Spalancò quella bocca cavernosa e grande come un forno, tanto spaventosa che non avrebbe avuto eguali se non ci fosse stata quella del drago gemello. Furioso, ecco che si scagliò contro il suo doppio, procurandosi una gran botta alla zucca che lo lasciò tramortito. Avendo causato con il colpo la rottura dello specchio, il drago vide tanti frammenti del corpo del suo doppio, così credette di averlo finalmente annientato; ma il Cavaliere, approfittando di un suo momento di distrazione, sgusciò velocemente fuori dal suo nascondiglio, gli aizzò contro il fedele segugio, poi sguainò la lancia, lo trafisse da capo a piedi e lo uccise. E ci sarebbe riuscito anche se il mostro avesse avesse avuto cento vite.

Vi lascio immaginare le manifestazioni di giubilo e di baldoria dei madrileni, gente notoriamente vivace e festaiola, quando videro la principessa, viva e vegeta, e felice come una Pasqua, mentre rientrava in città portando con sé il corpo senza vita del drago, legato al cocchio. E con ella c'era il valoroso giovane, che marciava solennemente, fiero e vittorioso, come se stesse scortando la Cavalleria. Da quel momento fu chiaro che tale servizio reso alla corona non si poteva certo liquidare in quattro e quattr'otto, poiché tale impresa poteva essere premiata soltanto con la mano della principessa. Così si celebrarono le nozze, ci fu un banchetto a cui partecipò tutta la città, e vi andai anch'io, però non mi fu offerto niente.

Ma veniamo al dunque: dopo qualche giorno di matrimonio, il principe disse alla sua sposa che ora che erano sposati desiderava molto visitare tutto il palazzo, che era grande cinque chilometri. La sposa acconsentì, e il tour richiese circa tre giorni. Il quarto dì saliro alle terrazze, e il cavaliere osservò il maestoso panorama con sguardo estasiato: sapeste che vista, ragazzi! Probabilmente non avrete mai visto niente del genere in vita vostra e neanch'io. Tutta la Spagna si vedeva da lassù, si vedevano persino i Mori, e l'Imperatore del Marocco, che in quel momento piangeva la morte del suo amico drago.

«Che castello è quello?» domandò il principe, «Quello laggiù tutto cupo e isolato.»
«Quello è il castello di Albatroz» rispose la principessa, «dicono che sia stregato, e tutti quelli che in passato hanno provato a spezzare l'incantesimo che lo avvolge, non hanno più fatto ritorno.»

Lo sposo tacque nell'udir la spiegazione, ma siccome era coraggioso e spregiudicato, la mattina seguente, senza che nessuno se ne accorgesse, montò sul suo cavallo, e, portandosi dietro la lancia e il suo fido segugio, si diresse diritto al castello. Ed ecco davanti a lui quel sinistro maniero che incuteva paura solo a guardarlo, più scuro e spaventoso di una notte di tempesta, più infestato di un covo di briganti, e più muto di un defunto. Ma il Cavaliere del Pesce, che non sapeva cosa fosse la paura e non si arrendeva mai di fronte a niente, suonò il corno. Il suono risvegliò l'echo indistinta di tutte le anime assopite che abitavano il castello, le quali ripeterono in coro, prima più vicino, poi da più lontano, prima soavemente, poi più decisamente, il suono del corno. Eppure non si vedeva anima viva..

«Ehi, di laggiù! Voi del castello!» gridò il cavaliere, «C'è nessuno che voglia concedere asilo ad un povero cavaliere? Non c'è un padrone, un maggiordomo, o un paggio di corte? Proprio nessuno?»

«Via, via, via!» rispose l'eco.

«E perché dovrei andarmene?» replicò l'ospite, «io non faccio mai dietro-front!»

«Ahi, ahi, ahi!» gemettero le voci.

Il cavaliere impugnò la lancia e diede un gran colpo alla porta. Finalmente si aprì una grata e s'intravide dall'interno la punta di una nasone, che apparteneva alla faccia di una vecchia orripilante e brutta come il peccato. «Che cosa volete, disturbatore dei miei stivali?» chiese con voce rauca. «Voglio entrare» rispose lui. «Potrei fermarmi qui per stanotte?»

«No, no, no!» fecero eco le voci.

Siccome faceva molto caldo, il cavaliere si tolse la visiera, e nel vedere un giovane così bello e distinto, la vecchia disse: «Venite avanti, mio bel giovane. Qui sarete ricevuto e ben intrattenuto.»

«Occhio, occhio, occhio!» avvertirono le voci.

Invece il cavaliere entrò e disse: «Non temo neanche Dio!»

«Addio, addio, addio!» sospirò l'eco.

«Eccomi qui, mia anziana signora..» E quella rispose, risentita: «Io sono Donna Berberisca, signora di Albatroz.»

«Atroce, atroce!» gridarono le voci.

«Tacete, maledetti pappagalli!» esclamò piccata la vecchia. «Sono vostra umile servitrice» disse in omaggio il cavaliere, «e se volete, sono disposta a sposarvi, così voi potrete fermarvi qui con me e vivere come un pascià per tutta la vita.»

«Ah ah ah!!» sghignazzarono le voci.

«E io dovrei sposarmi con voi che avete cent'anni? Siete matta? E forse anche stupida.» rispose il Cavaliere del Pesce.

«Ben detto!» riecheggiarono le voci.

«Ciò che voglio è semplicemente visitare questo castello e poi tornarmene tranquillamente a casa mia.»

«Amen!» sospirarono in latino le voci.

A quelle parole di disprezzo, Donna Berberisca s'indignò a morte con lui, e gli lanciò uno sguardo torvo e carico di odio, e, intimatogli di seguirlo, lo accompagnò a fare il giro del castello, e lì vide molte cose.. ma non poté riferirle a nessuno, poiché la perfida Berberisca lo portò per un sentiero oscuro dov'era pronta una trappola, di cui l'ignaro cavaliere rimase vittima: cadde in un abisso e scomparve, e la sua voce finì insieme alle altre voci indistinte che avevano popolavano quel luogo, che altro non erano se non quelle degli altri poveretti che lo avevano preceduto, vittime anch'esse della terribile vecchia che li aveva puniti tutti alla medesima maniera per aver disprezzato lei e i suoi sortilegi.

Veniamo ora all'altro Cavaliere del Pesce, suo fratello, che fino a quel momento aveva viaggiato per conto proprio, finché giunse a Madrid pure lui. Varcate le mura della città, i soldati si arrestarono, le trombe annunciarono la marcia reale, ed egli fu circondato da una multitudine di persone che lo accolsero con tutti gli onori e poi gli dissero che la principessa sua moglie si disperava da giorni per la sua assenza prolungata, e che temeva che gli fosse accaduta una qualche disgrazia quando si era recato al castello stregato di Albatroz. Allora il secondo cavaliere pensò che potesse trattarsi di suo fratello, il quale, evidentemente, aveva fatto fortuna, e che adesso lo stessero scambiando per lui. "Mi conviene fermarmi e vedere come si mettono le cose." Pensò. Portato in trionfo al palazzo, è facile intuire come fu calorosamente accolto e e festeggiato dalla principessa e dal Re.

«Dunque siete stato al castello di Albatroz?» gli chiesero.
«Sì, sì.» Rispose.
«E che avete visto?»
«Perdonatemi, ma non mi è permesso dire una parola su questo prima di averci fatto ritorno.»
«Pensate per caso di recarvi laggiù, dopo che siete stato l'unico superstite a farvi ritorno?»
«Precisamente.»

Quella notte il cavaliere mise la sua spada in mezzo al letto. Sorpresa, la principessa domandò: «E perché fate questo?»
«Perché ho dovuto promettere che non sarei stato con mia moglie fino a quando non tornerò al castello di Albatroz.»
Così, il giorno dopo montò sul suo cavallo e s'incamminò alla volta del maniero fatato, ormai certo che laggiù fosse accaduto qualcosa di grave al fratello. Giunto sul posto, emise un grido di richiamo, ed ecco rispuntare sulla grata le narici della vecchia, brutta come un pesce spada. Appena vide il cavaliere, sussultò e le narici le diventarono livide dalla paura, poiché pensò improvvisamente di trovarsi di fronte al fantasma della sua ultima vittima. Fece, allora, un passo indietro, e si votò a Belzebù, oggetto della sua devozione, con la promessa che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di essere liberata da quella visione di carne e ossa che secondo lei veniva dritta dalla stanza dei morti.

«Signora di Albatroz» gridò il forestiero, «è forse passato di qui un cavaliere che mi assomigliava?»

«Sì, sì, sì» risposero le voci dei morti.

«E che è stato di quel gentiluomo?»

«Amazzato, ammazzato, ammazzato!» risposero le voci, gemendo.

Al sentir quelle parole e al veder la vecchia che taceva, il Cavaliere del Pesce andò su tutte le furie, così, aggredì la vecchia e la trafisse con la spada. E siccome tirava un vento forte ed essa era minuta e di corporatura leggera, fu trascinata via dalla corrente e cominciò a girare su se stessa mentre la punta della spada la trapassava da capo a piedi. «Dove si trova mio fratello? Che cosa ne avete fatto, maledetta bugiarda, strega del demonio?» domandò il cavaliere.
«Ve lo dirò» rispose la strega, «ma dal momento che sto per morire per colpa del vento e della vostra spada, non parlerò se non promettete di farmi resuscitare.»
«E come potrei? Io non li so fare i miracoli, strega disgraziata!»
«Andate in giardino,» rispose la vecchia, «tagliate un po' di margherite Sempervivum(5) che sono fiori perpetui, dell'Amaranto(6) , e del sangue di drago. Mettete a bollire i fiori e ricavarteci un unguento da sciogliere nel bagno caldo, in cui mi immergerete.»

Detto questo, la strega spirò senza neanche avere il tempo di dire "Amen". Morta che fu, il cavaliere fece esattamente come la malefica gli aveva indicato, la quale, effettivamente, resuscitò, ed era ancora più brutta di prima, perché le narici, che non entrarono nella vasca da bagno, mantennero l'aspetto funereo della morte e rimasero talmente pallide che sembravano le zanne di un elefante. Tuttavia, la vecchiaccia mantenne la parola e rivelò al cavaliere il luogo in cui era intrappolato suo fratello. Poi, si calò giù fino all'abisso, e vi trovò anche le tante altre vittime della malvagia Berberisca. Uno dopo l'altro li depose nella vasca, e alla fine resuscitarono tutti. E quando furono tornati in possesso delle loro gole, le loro voci umane riecheggiarono chiassose e gaie, e la prima cosa che dissero fu: «Maledetta vecchiaccia! Disgraziata Berberisca senza pietà, strega senza cuore!» E dopo aver riportato in vita i giovanotti, il cavaliere fece lo stesso con le belle fanciulle che il drago (che era proprio il figlio di Donna Berberisca) aveva fatto fuori, e tutte loro non smettevano di sentirsi grate al Cavaliere del Pesce, il quale prese per moglie una di loro. In quanto alla perfida Berberisca, nel vedere tutto questo crepò di rabbia e d'invidia.

(Traduzione dallo spagnolo di Vale76.)

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Annotazioni

¹Los Caballeros del pez. La fiaba è presente anche nell'antologia di A.Lang, sebbene si presenti con alcune differenze.

²"Manzanares" in spagnolo: il fiume che attraversa la città di Madrid.

³Celebre statua, di origine incerta, acquistata nel 1625 dal mercante fiorentino Ludovico Turchi, la cui copia capeggia la celeberrima Puerta del Sol, la principale piazza di Madrid.

(4)circa 5 chilometri (5,572km); unità di misura di distanza caduta in disuso e in vigore in Spagna fino al 1568. Abolita da Filippo II.

(5)nome di un genere di piante perpetue, appartenenti alla famiglia delle Crassulaceae. Queste piante si sviluppano a rosette.

(6)"Moco de Pavo" in spagnolo, o anche detto: "Cola de zorro". Pianta nota col nome latino di "Amaranthus caudatus", ossia: "Amaranto Caudato". Pianta amarantacea di origine orientale, dalla rapida crescita, con foglie, gambi e fiori viola, rossi e dorati, da cui si ricava l'amaranto, che è un alimento assimilato ai cereali.

Fonte: Wikipedia.

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Questa fiaba è stata da me annotata, esaminata e tradotta dallo spagnolo. Chiunque desideri questo testo per i propri siti, può prelevarlo liberamente, seguendo le medesime condizioni regolate dalla licenza Creative Commons 3.0 indicata in questa pagina, in segno di rispetto per il mio lavoro.

Si ricorda, inoltre, di non fare hot link sulle immagini. Grazie per l'attenzione. Valentina.

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(Documento creato il 02 agosto 2013.)