Fiabe Classiche e Popolarai Italiane - Basile: Verdeprato (Giornata II, Favola II)

Nella e il principe

«Lo Cunto de li cunti» («Il Pentamerone»), 1634

libro animato

Nella è amata da un principe, che attraverso una galleria di cristallo si reca spesso da lei per spassarsela; se nonché, avendo le sorelle di lei fatto a pezzi il cristallo per invidia, egli si riempì di ferite e resta in fin di vita. Nella viene a conoscenza, per uno strano caso, il rimedio appropriato, lo somministra al malato e, guaritolo, se lo prende per marito.

Oh mio bene, con quanto dilettare ascoltarono fino alla fine il racconto di Zeza, tanto che se fosse andato avanti un’altra ora, sarebbe loro parsa un istante! E toccando a Cecca di parlare, ella parlò in questo modo: "È effettivamente strano, se ci si pensa bene, che dallo stesso legno escan fuori statue degli dei e traverse di forche, troni imperiali e coperchi per vasi da notte; ed è altrettanto strano che da uno stesso pezzo di stoffa si ricavi della carta che, impiegata per lettere d’amore, sia prima baciata da una bella donna poi strusciata ad un brutto sedere: ed è cosa da far uscir dal senno il migliore indovino della terra. Lo stesso si potrà dire di una stessa mamma, dalla quale nascono una figlia buona e una scellerata, una futile e una parsimoniosa, una bella e una brutta, una rosa dall'invidia e un’amorevole, una casta Diana e Caterina viziosa, una sciagurata e una fortunata: mentre, a rigor di logica, nascendo da una stessa discendenza, dovrebbero esser tutte di una stessa natura. Ma lasciamo questa chiacchierata a chi ne sa di più; vi porterò un solo esempio di quando vi ho delineato, parlandovi di tre figlie di una stessa mamma, per farvi vedere la diversità dei costumi che portò le malvage in fondo ad una fossa, e la figlia esemplare in cima alla ruota del destino."

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C'era una volta una mamma che aveva tre figlie; due di loro erano così sfortunate che non gliene andava mai una dritta: ogni loro programma abortivo, qualsiasi speranza andava in fumo. Ma la più piccola, chiamata Nella, portò con sé dal ventre materno la buona sorte e credo che quando nacque tutte le cose collaborarono per offrire il meglio del meglio che sia possibile: il cielo le diede il cuore della sua luce, Venere il taglio della magnificenza, Amore il primo bollore della sua forza, la Natura e il fior fiore delle sue vesti. Compieva mansione che fosse ben fatta, non si dedicava ad impresa che non si addiceva, non entrava in ballo senza trarne onore. E per di tal genere era tanto invidiata dalle sorelle acide quando e ben voluta da ogni altro, tanto le sorelle l’avrebbero voluta mettere sotto terra, quando gli altri la portavano in un palmo di mano.

In quella terra viveva un principe attraente, il quale navigando nel mare della bellezza, tanto gettò l’amo della servitù amorosa alla sua stupenda orata che l’arpionò per le branchie dell’affetto e la fece sua. Affinché fossero in grado spassarsela insieme senza la madre, una reale indemoniata, lo giungesse a conoscere, il principe le diede una certa polverina e realizzò un cunicolo di cristallo che andava dal palazzo reale fin sotto il letto di Nella, per quando si trovasse ad otto miglia di lontananza. “Qualsivoglia volta che tu mi desidererai nutrire, come fossi un passero, della tua rara grazia, fai avvampare un poco di questa polvere, e subito io risponderò al segnale attraverso il cunicolo, volando lungo una strada di cristallo per gioire un viso argenteo come il tuo”.

Presi gli accordi in tal senso, non passò notte che il principe s’introducesse e uscisse o facesse l’andirivieni per quel cunicolo, tanto che le sorelle, che si erano messe a sorvegliare i movimenti di Nella, avendo compreso il felice traffico, stabilirono di mandarle per traverso quel buon boccone e, per troncare le loro trame amorose, si diedero a ridurre in frantumi da parte a parte il cunicolo. Così, avendo la sfortuna ragazza bruciato la polvere per far segno all’innamorato di sopraggiungerla, lui, che di solito si affrettava nudo e con furia, si ridusse così male, fra tutte quelle frammenti di cristallo, che faceva compassione a guardarlo e, non riuscendo più a procedere, se né tornò indietro tutto tagliato a pezzetti come se indossasse un vestito a frange.Si collocò a letto e chiamò tutti i medici della città. Giacché il cristallo che lo aveva ferito era magico, non c’era alcun medicamento umano che lo potesse guarire.

Il re, guardando il caso senza speranza di suo figlio, emise una notifica secondo la quale qualunque persona fosse riuscita a salvare il principe avrebbe ottenuto, nel caso fosse donna, la sua stessa mano, nel caso di un uomo, la metà del regno.

Avuta la voce, Nella, che si angosciava per il suo principe, si colorò la faccia, si travestì tutta e, di nascosto dalle sorelle, andò fuori della casa per andare a vederlo nuovamente prima che si spegnesse: ma (essendo le aure sfere del sole, che per gioco esso strascina per i campi del cielo, in procinto di sfuggire verso l’occidente) si fece notte intanto che ella si trovava nel folto di un bosco, vicino alla casa di un orco, di modo che, per fuggire il pericolo, se ne salì in cima ad un albero.

L’orco e sua moglie si ritrovavano in quel momento a tavola con le finestre aperte per mangiare al fresco; non appena ebbero finito di svuotare recipienti e alleggerire botti, presero a parlare del più e del meno. Nella ritrovandosi vicina a loro come il naso con la bocca, potè udire tutto. Tra le altre cose e l’orca pronunciò al marito: “Mio bel pelosetto, che cosa nuova ci sono, cosa si favoleggia in questo mondo?” E lui controbatté: “Renditi conto che non c’è cosa che sia pulita, tutto è alla rovescia e va storto.” “Ma proferiscimi, cosa succede?” lo supplicò la moglie. E l’orco: “Ci sarebbe troppo da dire degli intrecci che girano, che si avvertono cose da far accapponare la pelle: buffoni ricompensati, furfanti ammirati, poltroni celebrati, assassini favoriti, persone meschine appoggiati e uomini giusti poco valutati e tenuti in considerazione. Ma per darti un saggio, ti dirò soltanto cosa è capitato al figlio del re. Avendo costruito un tunnel di cristallo attraverso il quale si portava nudo a gioirsi una bella figliola, non so come sia successo che il passaggio è stato frantumato ed egli, mentre lo camminava, si è tagliuzzato a tal punto che, prima che riesca a chiudere bene tanti buchi gli si toglierà il tappo del tubo della vita. E se nonostante il re ha emesso un bando che promettere giganteschi premi a chi avesse successo a guarirlo, è fatica dissipata e può pure starsene a limarsi le unghie, che la cosa preferibile è tenere pronto il lutto e far preparativi per i funerali.” Nella, sentendo quale fosse la ragione dei mali del principe, gemendo silenziosamente, disse tra sé: ‘ Chi sarà mai quell’Amina funesta che ha spezzato il canale attraverso il quale passava il mio uccello multicolore, affinché si rompesse anche il canale per dove passa il mio sospiro? ‘ Ma, dal momento che l’orca riprese a parlare, restò in silenzio ad ascoltare. Quella diceva: “Ed è possibile che tutto sia perduto per questo povero gentiluomo? E che non vi sia medicamento per il suo male? Dì alla medicina di buttarsi nel torrente! Dì ai medici di annodarsi una corda al collo! Dì a Galeno e Mosè di riconsegnare i denari al padrone, poiché non sono capaci di trovare delle ricette che mettano in salvo il principe!” “Ascolta, piccola mia” riprese l’orco, “i medici non sono vincolati a trovare medicine da guarire con un bagno d’olio: non è una flatulenza da mandar via con supposte di fichi purgative e sterco di topo; non è febbre da curare con farmaci e diete; e nemmeno sono ferite qualsiasi da occludere con impiastri di stoppo e olio d’ipperico, giacché l’incantesimo che si trova in quelle schegge di vetro azione lo stesso risultato del serio di cipolla sulla punta delle frecce: rende la ferita irrecuperabile. Esiste soltanto una terapia capace di salvargli la vita, ma non desidero dirlo perché è qualcosa di molto delicato.” “Dimmelo, zannuto mio” replicò l’orca, “così mi farai morire!” E l’orco: “Te lo dirò a patto che tu mi prometta di non raccontarlo a persona vivente, in altro modo causeresti il disfacimento della nostra casa e la rovina delle nostre vite.” “Non essere in dubbio, maritino bello” replicò l’orca, “si vedrà porci con corna, scimmie con coda e talpe con occhi prima che mi scappi una sola parola dalla bocca!” E dopo che lei ebbe promesso con una mano sopra l’altra, l’orco le affermò: “Sappi che non sussiste cosa sotto il cielo e sopra la terra che possa sottrarre alla morte il principe dalle guardie della morte se non il nostro grasso; solo spalmando di grasso sulle piaghe con lui si potrebbe imprigionare quell’anima che vuole scipparsene dalla casa del suo corpo.”

Nella, compresa la faccenda, attese che finissero di chiacchierare e, discese dall’albero, facendosi forza d'animo, bussò alla porta dell’orco gridando: “Ahimè! Signori miei orchissimi, una misericordia, un’elemosina, un po’ di pietà per una povera miserabile e tapina che, rovinata dalla fortuna, lontana dalla patria, sprovvista d’ogni aiuto umano, è stata sorpresa dalla notte in questi boschi e muore di fame!” Toc toc. L’orca, ascoltando queste lamentele, avrebbe voluto tirare mezza pagnotta e mandarla via, se non che l’orco, goloso di carne d’umano più di quando il lucherino lo sia delle noci, l’orso del miele, la gatta dei pesci, la pecora del sale e l’asino della crusca, dichiarò alla moglie: “Lascia entrare quella poverella, se dormirà nel bosco qualche lupo potrebbe sbranarla.”

E tanto sostenne che la moglie aprì la porta, mentre lui, con quella carità interessata, meditava di assassinarla in quattro bocconi. Ma un conto fa l’ingordo e un altro conto fa l’oste. Difatti l’orco, ubriacatosi, si addormentò, di modo che Nella, preso un coltello da sopra la credenza, li sgozzò e, cavatone tutto il grasso lo rivesti in un vasetto che condusse con sé presso la corte, ove si presentò al re offrendosi di far guarire il principe. Tutto raggiante il re la fece entrare nella camera del figlio; questi, dopo avere ricevuto un’abbondante unzione di quel grasso, detto fatto, come se si fosse gettata acqua sul fuoco, si ritrovò, essendosi richiuse in un attimo le ferite, sano come un pesce. Dopo aver assistito alla scena il re proferì al figlio: “Questa buona donna sarebbe all'altezza della ricompensa prevista dal bando, e in altre parole che la prendiate per sposa.” Il principe, udite queste parole, replicò: “Fin da ora rimarrà a mani vuote, perché non ho in corpo una collezione di cuori da poterne offrire a tante: il mio cuore è già stato donato, un’altra donna n’è la padrona.” Nella, sentendo ciò, contestò: “Non saresti obbligato più pensare a colei che è stata la causa di tutto il tuo male!” “Il male me lo hanno fatto le sorelle” affermò il principe, “e solo esse devono pagare la colpa!” “Le vuoi allora molto bene?” proferì ancora Nella. E il principe replicò: “Più che a queste pupille.” “Se è così” riprese Nella, “cingimi, stingimi, che sono io la fiamma del tuo cuore!” Ma il principe, vedendole la faccia così scura per il camuffamento, rispose: “Sembri più carbone che fuoco! Per questo motivo stai alla larga, altrimenti mi sporchi.”

Ma Nella, comprendendo che non la riconosceva, si fece portare una bacinella d’acqua fresca e si lavò il viso, cosi che, dissolta quella nube di fuliggine, si mostrò il sole: non appena la riconobbe, il principe la aggrovigliò come fosse un polipo. La volle sposare e fece murare le sorelle entro un focolare, perché purificassero come sanguisughe, nella cenere, il sangue contaminato dall’invidia, confermando il motto

Non v’è male che non sia castigato.