Fiabe Classiche e Popolari Italiane - Basile: I tre cedri (Giornata V, Favola IX)

la schiava nera

«Lo Cunto de li cunti» («Il Pentamerone»), 1634

libro animato

Ciommetiello non vuole prender moglie, ma, tagliandosi un dito su una ricotta, la desidera di carnagione bianca e rossa come quel miscuglio di ricotta e di sangue. Per cercarla se ne va pellegrino e, sull'Isola delle Fate, ha tre cedri. Tagliatone uno si assicura una Fata bella come la desidera il suo cuore, ma è uccisa da una schiava, e lui si prende la nera al posto della bianca. Scoperto l'inganno, la schiava è uccisa e la Fata, tornata in vita, diventa regina.

Non si può dire quanto fu gradito a tutta la corte il racconto di Paola, ma dovendo parlare Ciommetella e avutone licenza, così cominciò: "Parlò veramente bene quel saggio uomo: non dire quanto sai e non fare quel che puoi, poiché l'una e l'altra cosa causano pericoli ignoti e rovine inaspettate, come sentirete dal racconto di una certa schiava nera, senza offesa per la signora principessa, che, per fare tutto il danno possibile a una povera ragazza, difese tanto male la propria causa da diventare essa stessa giudice del suo peccato e si dette essa stessa la sentenza e la pena che meritava.

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Il Re di Torrelunga aveva un figlio maschio che era il suo occhio destro. Su di lui aveva posto tutte le speranze e non vedeva l'ora di maritarlo con un buon partito per essere chiamato nonno. Ma questo Principe era tanto contrario all'amore e scontroso che, quando sentiva parlare di prendere moglie, scuoteva la testa e pareva lontano cento miglia. Il povero padre, che vedeva il figlio scorbutico e ostinato e la sua discendenza messa a rischio, se ne stava indispettito, schiattoso con un nodo alla gola, pieno di rabbia come una donna che ha perso il pretendente, un mercante a cui è fallita la filiale, un contadino a cui è morto l'asino. Il Principe non si commuoveva per le lacrime del padre, né si ammorbidiva per le preghiere dei sudditi, né era toccato dai consigli dei cortigiani, che gli ricordavano la felicità del padre, le esigenze dei popoli, il suo stesso interesse e la fine della stirpe reale. Con una perfidia da cortigiana, con un'ostinazione da vecchia mula, con una pellaccia spessa quattro dita, Ciommetiello aveva puntato i piedi, si era tappate le orecchie e tompagnato il cuore, perciò avrebbero potuto suonare (inutilmente) l'allarme. Però succedono più cose in un'ora che in cent'anni, e non puoi mai dire per questa via io non passo.

Accadde un giorno che, mentre erano a tavola, tagliando una ricotta e guardando il volo delle cornacchie, il Principe si tagliò un dito. Due gocce di sangue, cadendo sulla ricotta, fecero un miscuglio di colori così belli e graziosi che, forse per castigo d'Amore che l'aspettava al varco, forse per volere del cielo a consolazione del padre, che non era tormentato tanto dall'ernia quanto da quel puledro selvaggio di suo figlio, al Principe venne il capriccio di trovare una fanciulla bianca e rossa come quella ricotta tinta dal suo sangue. Ciommetiello disse al padre: “Signor mio, se non avrò una sposa con questa carnagione sono perduto! Mai una donna mi ha infiammato il sangue e ora ne desidero una come il mio sangue. Perciò, se mi vuoi sano e vivo, deciditi a darmi i mezzi per andare a cercare per il mondo una bellezza che somigli a questa ricotta; altrimenti morirò di dolore”. Sentendo ciò, al Re cadde la casa sul collo e restò gelato, mentre cambiava continuamente colore. Quando finalmente tornò in sé e riuscì ad aprire la bocca, disse:  « Figlio mio, ciliegina dell'anima mia, occhio del mio cuore, bastone della mia vecchiaia, che vertigine ti ha preso? Hai perso il cervello? Se è un asso, non è un sei! Non volevi prendere moglie per lasciarmi senza erede e ora ti è venuta voglia per farmi morire? Dove vuoi andare sperduto e pellegrino, perdendo la tua vita e abbandonando la tua casa? Non sai quanti patimenti e pericoli toccano a chi si mette in viaggio? Figlio mio, fatti passare questo capriccio! Non voler vedere questa mia vita finita, questa casa crollata a sprofondo, questo Stato andato in malora!”. Ma queste e altre parole a Ciommetiello da un orecchio entravano e dall'altro gli uscivano: erano gettate a mare. Il povero Re, poiché il figlio faceva come la cornacchia nel campanile, gli diede una bella manata di scudi, due o tre servi e lo salutò, sentendosi staccare l'anima dal corpo. Poi, affacciato a un terrazzino, piangendo come una vite tagliata, lo seguì con gli occhi finché non lo perse di vista.

Partito dunque e lasciato il padre triste e amareggiato, il Principe cominciò a trottare per campagne e per boschi, per monti e per valli, per piani e per alture. Vide vari paesi ed ebbe a che fare con varia gente, sempre con gli occhi aperti a cercare il bersaglio del suo desiderio. Dopo quattro mesi, arrivò su una spiaggia di Francia, dove, lasciati i servi all'ospedale con un mal di testa ai piedi, s'imbarcò da solo su di una navicella genovese. E, veleggiando verso lo stretto di Gibilterra, là s'imbarcò su di un vascello più grande e se ne andò nelle Indie sempre cercando di trovare, di regno in regno, di provincia in provincia, di contrada in contrada, di strada in strada, di casa in casa, di buco in buco, l'originale tale e quale a quella bella immagine che aveva dipinto nel cuore. E tanto smosse le gambe e girò i piedi finché non arrivò all'Isola delle Orche, dove, gettata l'àncora e disceso a terra, incontrò una donna vecchia vecchia, magra magra e con una faccia brutta brutta. A lei raccontò la causa che lo aveva trascinato in quei paesi. La vecchia rimase sbalordita ascoltando la bizzarra fantasia di quel Principe e le fatiche e i rischi affrontati per togliersi quel capriccio. Poi gli disse: “Figlio mio, squagliatela, perché se ti vedono i miei tre figli, che fanno i macellai di carne umana, la tua vita non varrà tre soldi, perché mezzo vivo e mezzo arrostito una padella ti farà da catafalco e una pancia da tomba! Vattene a passo di lepre: non andrai lontano, che troverai la tua fortuna”.

Sentendo ciò, il Principe rabbrividì, gelato atterrito e sbigottito. Si mise la via fra le gambe e, senza nemmeno dire arrivederci, cominciò a consumare le scarpe, finché non arrivò in un altro paese dove trovò un'altra vecchia peggiore della prima. Avendole raccontato per filo e per segno la sua storia, anche questa gli disse: « Squagliati presto da qua, se non vuoi servire da colazione agli orchetti figli miei. Ma corri perché si fa notte: un poco più avanti troverai la tua fortuna”.

Sentendo ciò, il povero Principe cominciò a menare i talloni come se avesse il fuoco sulla coda e, tanto camminò, finché non trovò una terza vecchia. Questa stava seduta sopra una ruota con un paniere infilato nel braccio, pieno di paste dolci e di confetti, che dava da mangiare a certi asini, che saltavano sulla riva di un fiume, tirando calci a certi poveri cigni. Il Principe, dopo averle fatto cento salamelecchi, le raccontò la storia del suo pellegrinaggio. La vecchia, consolandolo con parole gentili, gli offrì una colazione da leccarsi le dita e, quando si alzò da tavola, gli consegnò tre cedri, che sembravano appena colti dall'albero. Ci aggiunse pure un coltello, dicendogli: “Puoi tornare in Italia, perché hai trovato quello che cercavi. Adesso vattene e appena sei poco lontano dal tuo regno, alla prima fontanella che trovi, taglia un cedro. Ne uscirà una Fata, che ti dirà dammi da bere! E tu sta' pronto con l'acqua, altrimenti svanirà come l'argento vivo. Se non sei svelto nemmeno con la seconda Fata, fa' attenzione a essere prontissimo con la terza, che non ti scappi, dàlle subito da bere e avrai una sposa secondo il tuo cuore”. Il Principe, tutto allegro, baciò cento volte quella mano pelosa, che pareva la schiena di un porcospino. Poi, presa licenza, partì da quei paesi e, arrivato alla marina, navigò verso le Colonne d'Ercole. Entrò nei nostri mari e, dopo mille tempeste e mille pericoli, giunse in un porto distante appena un giorno dal suo regno. In un bellissimo boschetto, dove le Ombre facevano da palazzo ai prati perché il Sole non li vedesse, scese da cavallo vicino a una fontana che, con la sua lingua di cristallo, invitava a fischi la gente a rinfrescarsi la bocca. Qui, sedutosi sul tappeto siriano dell'erba e dei fiori, estrasse il coltello dal fodero e cominciò a tagliare il primo cedro. Ed ecco, come un lampo, ne uscì una bellissima fanciulla, bianca come il latte di latte e rossa come le fragole a ciocca, che disse dammi da bere! Ma il Principe rimase così sbalordito, a bocca aperta e affascinato dalla bellezza della Fata, che non fu abbastanza svelto a darle l'acqua, tanto che la Fata comparve e scomparve quasi nello stesso istante. Se questa fu una bastonata sulla zucca per il Principe, lo consideri chi ha desiderato a lungo qualcosa e, avendola tra le mani, la perde. Tagliando il secondo cedro, gli successe lo stesso e fu la seconda bastonata, tanto che, facendo due fontanelle degli occhi, gettava lacrime a tu per tu con la fontana, non cedendole d'un palmo mentre, piangendo, diceva: “Come sono disgraziato, che mi venga un colpo! Due volte me la sono lasciata scappare, che mi venga una paralisi! Mi muovo come uno scoglio, mentre dovrei correre come un levriero! L'ho fatta proprio bella! Svegliati, disgraziato, che ce n'è solo un'altra, al tre vince il Re! O questo coltello mi dà la Fata o quella cosa che puzza!”.

E, mentre dice queste parole, taglia il terzo cedro e ne esce la terza Fata, che, come le altre, dice dammi da bere! Il Principe subito le dà l'acqua ed ecco gli resta in mano una fanciulla tenera e bianca come una giuncata, con una riga di rosso, che sembrava un prosciutto d'Abruzzo o una soppressata di Nola. Una cosa mai vista al mondo, una bellezza senza misura, un bianco splendente più del bianco, una grazia più del più. Sui suoi capelli Giove aveva fatto piovere l'oro e con quello Amore fabbricava le frecce per trapassare i cuori. Su quella faccia Amore aveva dipinto i colori, perché qualche anima innocente restasse impigliata nel vischio del desiderio. In quegli occhi il Sole aveva acceso due luminarie, perché nel petto di chi la guardava si desse fuoco alla polveri ed esplodessero razzi e tricche-tracche di sospiri. Su quelle labbra era passata Venere con il suo tempio, colorando la rosa per pungere con le spine mille anime innamorate. Su quel petto Giunone aveva spremuto i suoi seni per allattare le voglie umane. Insomma era tanto bella, dalla testa ai piedi, che non si poteva vedere cosa più splendente, tanto che il Principe non sapeva più cosa gli fosse successo e guardava, fuori di sé, un così bel parto del cedro, un così bel pezzo di donna germogliato dal frutto, dicendo fra sé: ' Dormi o sei sveglio, Ciommetiello? Ti si è incantata la vista o ti sei infilato gli occhi a rovescio? Che cosa bianca è uscita da una scorza gialla! Che pasta dolce dall'agro di un cedro! Che bel frutto da un piccolo seme! '. Infine, accortosi che non era un sogno, abbracciò la Fata, dandole cento e cento baci a pizzichino. E, dopo le mille parole d'amore che si dissero, parole che, come un canto fermo, erano contrappuntate da baci inzuccherati, il Principe disse: “Non voglio, anima mia, portarti nel regno di mio padre senza lo sfarzo degno di questo bel corpo e senza un seguito degno di una regina. Sali, perciò, su questo cerro, dove sembra proprio che la natura abbia fatto, per il nostro bisogno, un nido a forma di cameretta e aspettami fino al mio ritorno. Metto le ali ai piedi e torno prima che si secchi questo sputo per condurti nel mio regno vestita e accompagnata come si conviene”. E, dopo mille inchini, se ne partì.

Nel frattempo una schiava nera era stata mandata dalla padrona con una brocca a prendere acqua a quella fontana. Vedendo riflessa nell'acqua l'immagine della Fata, credette che fosse la sua e, stupita, cominciò a dire: “Cosa vedere? Lucia sfortunata così bella essere e padrona mandare l'acqua a prendere, e me questo sopportare, Lucia sfortunata?”. E, così dicendo, ruppe la brocca e se ne tornò a casa. Quando la padrona le chiese perché avesse fatto questo cattivo servizio, rispose: “Andata a fontanella, urtata pietra brocca”. La padrona, inghiottitasi questa bugia, il giorno dopo le diede un barile, perché andasse a riempirlo d'acqua. E lei, tornata alla fontana, avendo visto brillare di nuovo sull'acqua quella bellezza, disse con un gran sospiro: “Me non essere schiava labbrona, me non essere mora, me essere troppo bella per portare a fontana barile!”. Così dicendo, tuffete un'altra volta, ruppe il barile in settanta pezzi. Tornata a casa sempre borbottando, disse alla padrona: “Asino passato, barile urtato, in terra cascato e tutto frantumato!" La povera padrona non riuscì a restare calma e, presa una mazza di scopa, l'ammaccò tanto che quella ne risentì per alcuni giorni. Poi, preso un otre, le disse: “Corri, precipitati, schiava pezzente, gamba di grillo, sedere sfondato, corri e portami quest'otre pieno d'acqua, altrimenti ti afferro come un polpo e ti do una tale sbattuta che non te la scordi!”. La schiava corse con le gambe in collo, perché aveva provato il lampo e ora aveva paura del tuono e, mentre riempiva l'otre, rivedendo la bella immagine, disse: “Me stare scontenta se acqua pigliare: è meglio sposare! Non essere bellezza questa da fare morire arrabbiata e servire padrona infuriata!”. E, mentre così diceva, prese uno spillone che portava nei capelli e cominciò a bucare l'otre, come una fontana da giardino con cento gli zampilli, e la Fata, vedendo ciò, si mise a ridere a schiattariello. Al rumore delle risate, la schiava alzò gli occhi, si accorse del suo errore e, parlando tra sé e sé, sussurrò: “Tu essere causa che me bastonata, e te ridere!”. Poi disse alla Fata: “Che fare lassù, bella fanciulla?”. E quella, che era la mamma della cortesia, le raccontò tutto, senza tralasciare la minima cosa di ciò che le era capitato con il Principe, aggiungendo che l'aspettava a momenti con i vestiti e il seguito per essere condotta nel regno di suo padre. Sentito ciò, la schiava pensò di vincere quella partita e propose alla Fata: “Poiché tu aspettare marito, lasciare me venire sopra, pettinare testa e fare più bella”. E la Fata: “Sii la benvenuta, come il primo giorno di maggio”. La schiava si arrampicò e quella le porse la manina bianca che, stretta da quelle dita nere, sembrava uno specchio di cristallo con la cornice d'ebano. Ma appena le fu vicina, mentre fingeva di pettinarla, la schiava le ficcò lo spillone nella testa. La Fata, sentendosi infilzare, gridò Colomba, colomba! e, trasformatasi in una colombella, si alzò in volo e se ne fuggì e via. La schiava si spogliò nuda, fece un mucchietto degli stracci che aveva addosso e li gettò lontano. Restata sull'albero come la fece la mamma, sembrava una statua di giaietto dentro una casa di smeraldo.

Quando il Principe tornò, trovata una botte di caviale là dove aveva lasciato un secchiello di latte, restò a lungo senza fiato. Alla fine disse: “Chi ha fatto questo sgorbio d'inchiostro sulla carta pregiata, dove pensavo di scrivere i miei giorni più felici? Chi ha addobbato a lutto quella casa bianca, dove credevo di essere felice? Chi mi fa trovare questa pietra nera, mentre avevo lasciato una miniera d'argento per farmi ricco e  beato?”. Ma l'astuta schiava, vedendo lo stupore del Principe, disse: “Non ti meravigliare, mio Principe, perché io stare fatata, un anno a faccia bianca, un anno a faccia nera!”. Poiché non c'era rimedio al male, abbassate le corna come un bue, il Principe inghiottì la pillola. E, fatta scendere la carboncina, la vestì dalla testa ai piedi, mettendola a nuovo e agghindandola tutta, poi, con un nodo in gola, imbronciato esasperato ingrugnito, prese la strada del paese. Qui furono ricevuti dal Re e dalla Regina, che erano andati a incontrarli sei miglia fuori del loro territorio, con quel piacere che ha il carcerato quando riceve il decreto d'impiccagione, nel vedere la bella prodezza fatta da quel figlio pazzo. Era andato tanto in giro per trovare una bianca colomba e s'era portato dietro una nera cornacchia. E tuttavia, rinunciarono al regno in favore degli sposi e misero la corona d'oro su quella faccia di carbone.

Mentre si preparavano incredibili feste e banchetti da stordire, e i cuochi spennavano papere, scannavano maialini, scuoiavano caprette, lardellavano arrosti, schiumavano pignate, trituravano polpette, farcivano capponi e preparavano mille altri ghiotti bocconi, venne a una finestrella della cucina una bella colomba, che disse: "Cuoco della cucina, che fa il Re con la saracina?" Il cuoco non ci fece caso. Ma, poiché la colomba tornò una seconda e una terza volta, corse a tavola a raccontarlo come una cosa incredibile. E la signora, sentita questa musica, diede ordine di catturare la colomba e di farne un pasticcio. E il cuoco, per eseguire questo compito, tanto fece che riuscì ad acchiapparla. Poi, mentre la scaldava per spennarla, gettò l'acqua e le penne in un vaso fuori un terrazzino, dove, non passarono tre giorni, che nacque un bell'alberello di cedro.

Cresciuto in pochissimo tempo, avvenne che il Re, affacciandosi a una finestra, vide quest'albero che non aveva mai visto e, chiamato il cuoco, gli chiese quando e da chi era stato piantato. E, sentita da mastro Cucchiarone tutta la storia, cominciò a sospettare e ordinò che, pena la vita, nessuno toccasse quell'albero, anzi che fosse coltivato con ogni cura. Dopo pochi giorni, spuntarono tre bellissimi cedri come quelli che gli aveva dato la terza vecchia. Quando furono cresciuti il Re li fece cogliere e, chiusosi in una camera con una gran tazza d'acqua e con lo stesso coltello, cominciò a tagliare i tre cedri. Con la prima e la seconda Fata gli accadde la stessa cosa che gli era successa la prima volta. Alla fine tagliò il terzo cedro e, dato da bere alla Fata che ne uscì, come lei gli aveva chiesto, gli rimase tra le braccia la stessa fanciulla, che aveva lasciato sull'albero. Da lei ascoltò il racconto di ciò che aveva fatto la schiava nera.

Ora, chi può raccontare anche solo una minima parte della felicità del Re per questa fortuna? Chi può narrare le sue grida, i suoi salti, la sua allegria, la sua gioia? Fa' conto che nuotava nella dolcezza, che non stava più nella pelle. Andò in sollucchero e, dopo averla stretta tra le braccia, la fece vestire di tutto punto e, prendendola per mano, la portò nella sala, dove erano riuniti i cortigiani e altra gente del suo paese. Il Re, interrogandoli uno per uno, chiese loro: “Ditemi: chi facesse male a questa bella signora, che pena meriterebbe?”. A questa domanda c'era chi rispondeva che avrebbe meritato una collana di corda, chi una razione di zavorra, chi un contrappunto di martellate sul groppone, chi una purga efficace, chi un gioiello di pietre, e chi una cosa e chi un'altra. Alla fine chiamò la Regina nera, a cui fece la stessa domanda, e quella rispose: “Meritare essere bruciata e cenere dal castello gettare!”.Udite queste parole, il Re le disse: “Hai scritto il tuo destino con la tua penna! Ti sei data l'accetta sul piede! Ti sei fabbricata le catene, hai affilato il coltello, hai estratto il veleno, perché nessuno le ha fatto più male di te, figlia di una cagna! Non sai che questa è la bella ragazza che hai trapassato con lo spillone? Non sai che questa è la bella colomba che hai fatto sgozzare e cuocere in padella? E, ora, che te ne pare? Per te è finita! Chi male fa, male aspetta; chi cucina frasche, mangia fumo”.

E, dicendo queste parole, la fece afferrare e mettere viva su una grande catasta di legna. Ridotta in cenere, la sparsero al vento dalla cima del castello, confermando il proverbio non vada

scalzo chi semina spine.