Fiabe Classiche e Popolari Italiane - Basile: Le sette cotennine (Giornata IV, Favola IV)

(testo annotato, esaminato e tradotto in italiano moderno da me; per favore, vedasi note a pié di pagina.)

immagine illustrativa

(Quadro in figura: «La Fileuse», di William Adolphe Bouguereau, 1873. [P.D.] via Wikimedia Commons)

«Lo Cunto de li cunti» («Il Pentamerone»), 1634

libro animato

Una vecchia pezzente stava ammazzando la figlia ghiotta che aveva mangiato sette cotenne, e, dando a intendere a un mercante che lo faceva perché aveva faticato troppo a riempire sette fusi, quello se la piglia in moglie. Ma, non volendo lavorare, grazie ad una fata, il marito, rientrando da un viaggio, trova la tela finita, e, con gran soddisfazione della moglie, decide di non farla più lavorare per non farla ammalare.

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C'era una volta una vecchia pezzente che, con una [1]conocchia in mano, sputando la gente per la via, bussava di porta in porta chiedendo l'elemosina, e, poiché con l'arte e con l'inganno si tira a campare mezzo anno, dette a bere a certe donnette credulone e tenere di cuore, che voleva fare non so che festa per una figliola magrolina; così, riuscì a farsi dare sette cotennine di lardo, e, dopo averle portate a casa con una bella manciata di rametti strappati da terra, dette il tutto alla figlia, dicendole di metter la pietanza sul fuoco, mentre lei andava a rimediare un po' di odori da certi ortolani per fare una minestra. Saporita, la figlia, dopo aver preso le cotenne e avere sbruciacchiato i peli, le mise in una casseruola e cominciò a farle cuocere, ma più che bollire nella pentola, le cotenne le bollivano nella gola, perché l'odorino che fuorisciva era una sfida mortale al campo dell'appetito e una tentazione irresistibile per la banca della gola, tanto che, dopo aver a lungo resistito, all'ultimo, provocata dalla scia odorosa della pignatta, trascinata dalla sua stessa ghiottoneria, e, presa per la gola da una fame da orbi, si lasciò corrompere e ne assaggiò un boccone; ma la roba aveva un così buon sapore che la ragazza disse a se stessa: "Chi ha paura, si faccia sbirro! Visto che mi ci trovo, approfittiamone, succeda quel che succeda! E che cos'è in fondo una cotenna? Che sarà mai? Ce n'ho abbastanza di cuoio sulle spalle per pagare 'ste cotenne! Così dicendo, ingoiò la prima, e, sentendosi lo stomaco borbottare con più forza di prima, dette mano alla seconda, e subito dopo ingollò la terza, e poi via via, uno dietro l'altra se le pappò tutte e sette. Ma, dopo aver fatto quel cattivo servizio, ripensando alla vaccata combinata e a tutte le cotenne che si era ingoiata, cercò un modo per imbrogliare la mamma, e, presa una scarpa vecchia, tagliò la suola in sette pezzi e la mise dentro alla pignatta. Nel frattempo, ecco che ritornò la mamma con un mucchietto di broccoli, e, dopo averli sminuzzati con tutti i gambi per non sprecarne neanche una briciola, vedendo la casseruola bollire a tutto spiano, ci schiaffò dentro tutti gli odori e un pezzetto di [2]sugna elemosinata ad un cocchiere al quale era avanzata dopo aver unto una carrozza; poi, dopo aver steso un canovaccio sopra una cassetta di pioppo vecchio e tirati fuori dalla credenza due tozzi di pane raffermo, dopo aver tirato fuori da una rastrelliera un tagliere di legno, cominciò a tagliuzzarci il pane, e ci versò sopra la verdura cotta con i pezzi di cuoio. Al che, cominciando a mangiare, s'accorse subito che i suoi denti non erano quelli di un calzolaio e che le cotenne di porco, tramite una «Metamorfosi» di Ovidio, erano diventate ventresca di bufalo. Allora, fuor di sé dalla collera, si rivolse alla figlia, dicendole: "Me l'hai fatta, scrofa maledetta! E che schifezza hai messo dentro a 'sta minestra? E' forse una scarpa vecchia la mia pancia, che me l'hai riempita di suole? Cos'hai combinato? Avanti, confessa! O ti farò rimpiangere d'essere nata, e tra un po' non ti resterà più un osso intero!" Saporita cominciò subito a negare, ma, incalzando le doglie della vecchia, prese a incolpare il fumo che usciva dalla pignatta, dicendo che le aveva accecato gli occhi e che l'aveva istigata a compiere la birichinata. La vecchia, ritrovandosi con il pasto adulterato, mise mano al bastone di una scopa e cominciò senza troppa grazia a lavor di gomito e a batter colpi a raffica, dove arrivavano, arrivavano, tanto che per più di sette volte la prese la mancò. Nel sentire tutti quelli strilli, un mercante, che si trovava a passare di lì, vide la vecchia che bastonava la ragazza, e, toltale la scopa dalle mani, le disse: "che ha mai fatto di male questa povera figliola, per meritarsi tutte queste botte? E' questa la maniera di punirla? Vuoi forse ucciderla? Stai cercando di punirla o di togliertela di torno? L'hai forse trovata a correre con le lance o a rompere salvadanai? Non ti vergogni di trattare in questo modo una povera ragazzetta?" "Tu non sai cosa m'ha combinato" rispose la vecchia, "la svergognata mi vede come una pezzente e non mi rispetta, e vuole vedermi rovinata da dottori e specialisti: adesso che fa caldo le avevo raccomandato di smetterla di lavorare come una nera, che se no, finirà per ammalarsi, e io poi non potrei farla curare! La presuntuosa, stamattina, per farmi dispetto, ha voluto riempire sette fusi, con il rischio che le venga qualche capogiro e che debba poi inchiodarsi in un letto per un paio di mesi." Il mercante, sentendosi raccontare queste bugie, pensò che quella ragazza laboriosa poteva rivelarsi una benedizione per casa sua, e disse alla vecchia: "metti da parte la collera, che voglio toglierti io questo fardello di dosso, prendendomi tua figlia in moglie e portandomela a casa mia, dove sarà trattata da regina, perché, grazie Dio, io allevo galline e colombi, ingrasso i maiali, e non ho più spazio negli armadi per quanto sono pieni. Che il cielo mi benedica e che non me ne vogliano le malelingue, ma io mi ritrovo con carichi di grano, sacchi di farina, fiasconi d'olio, pignatte piene di sugna, chili di lardo, la cucina piena di piatti, cataste di legna, montagne di carbone, le camere da letto stipate di biancheria, un letto da signore, e sopratutto ho tante proprietà che mi consentono di campare da signore, e se la fortuna mi assiste, presto mi metterò in tasca qualche decina di ducati alla fiera, e se tanto mi dà tanto, finisce che divento pure ricco." La vecchia, nel vedersi piovere addosso tutte quelle fortune quando meno se l'aspettava, prese Saporita per mano e gliela consegnò ad uso e costume di Napoli, dicendo: "Eccotela, sia tua da qui a cent'anni, auguri e figli maschi!" Il mercante se la mise in braccio e la portò a casa sua e non vide l'ora che fosse giorno di mercato per fare la spesa, e, venuto il lunedì, si alzò dal letto di buon mattino, e, andato che fu ai mercati, comprò venti decine di lino e, portatele a Saporita, le disse: "se hai ancora voglia di filare, adesso potrai farlo senza aver paura di trovare un'altra pazza rabbiosa come tua mamma, che ti rompeva le ossa se riempivi i fusi, perché io per ogni decina di fusi che riempirai ti darò una decina di baci, e per ogni filato che mi farai, io ti darò un pezzetto del mio cuore! Lavora, dunque, di buona lena, e appena tornerò dalla fiera, tra venti giorni, fammi trovare filate queste venti decine di lino, che ti voglio fare un bel paio di maniche di panno rosso orlato di velluto verde!" "Stai fresco!" rispose mormorando Saporita, "quanto corri! Quanto ti sbagli, se pensi che io metta mano a quel fuso! Se ti aspetti una camicia da mano mia, puoi cominciare fin da ora a vestirti di carta straccia! Hai proprio trovato quella giusta (pensi tu)! E che sono, io, una schiava, che mi metti a filare venti decine di lino in venti giorni? Che sia maledetta la barca che ti ha portato a questo paese! Va', datti tempo, e troverai tanto lino filato quando al fegato cresceranno i peli e dal cielo nevicherà rosso!" Così, partito che fu il marito, Saporita, ch'era tanto ingorda quanto poltrona, non fece altro che prendere chilate di farina e bottiglioni d'olio per fare zeppole e pizze fritte, e da mattina a sera non fece altro che rosicchiare come un topo e ingozzarsi come un porco. Ma quando si avvicinò il momento del rientro a casa del marito, cominciò a mettere timidamente le mani sul fuso, pensando al gran macello che avrebbe fatto il mercante nel trovare tutto quel lino ancora intatto e le casse vuote. Così, presa una pertica lunga lunga, ci arrotolò una decina di lino con tutta la stoppa e il resto, e, infilata su di una grossa forcina una zucchina d'India, e legata la pertica alla balaustra del terrazzo, cominciò a calare questo padre abbate del fuso per il terrazzo fino al pavimento, tenendo sul fuoco un gran calderone di brodo di maccheroni come vaschetta d'acqua. E, mentre filava fili sottili come capelli d'angelo e ad ogni toccata di dito giocava a carnevale con quelli che passavano, si trovarono a passare di lì certe fate, le quali, vedendo quello spettacolo esilarante, scoppiarono a ridere, che quasi ci creparono: e per ringraziarla del divertimento, le fecero una fatagione grazie alla quale tutto il lino che aveva in casa doveva essere non solo immediatamente filato, ma anche tessuto e sbiancato, la qual cosa accadde in un battibaleno, tanto che Saporita nuotava dentro al grasso della gaiezza, vedendosi piovuta dal cielo quella manna. Ma, affinché non si ritrovasse più invischiata in altre grane col marito, si fece trovare sdraiata a letto in mezzo a un saccone di noci, e, quando il mercante fu di ritorno, cominciò a lagnarsi e a rigirarsi da una parte all'altra, facendole tutte scricchiolare, tanto che sembrava che le si stessero frantumando tutte le ossa e le giunture. E quando il marito le domandò come si sentiva, rispose con una vocetta tutta afflitta: "non posso più resistere dal male e dal dolore, marito mio, che non mi è rimasto un solo osso sano! Non ti sembra un po' eccessivo per una povera fanciulla, dover filare venti decine di lino in venti giorni e fare pure la tela? Va', marito mio, che non hai ancora pagato la mammana e la discrezione te l'ha mangiata l'asino! Quando sarò morta io, mamma mia avrà gettato via lo stampo, quindi non mi chiedere più di fare queste fatiche da cani, che non voglio, per riempire tanti fusi, svuotare il fuso della vita mia!" Al che, il marito, facendole mille carezze, le disse: "Sta' tranquilla, moglie mia, che tengo molto di più al tuo bel telaio d'amore che a tutte le altre tele del mondo! E ora mi rendo conto che aveva proprio ragione tua madre a castigarti per tanto lavorare, perché non ci puoi mica rimettere la salute! Ma non preoccuparti, che non bado a spese per curarti, e aspetta, che vado subito a chiamare il dottore", e così dicendo, andò di corsa a chiamare messer Catruopolo. Nel frattempo, Saporita si trangugiò tutte le noci, buttando i gusci vuoti dalla finestra, e, quando venne il medico, dopo che le ebbe sentito il polso, esaminato l'incarnato, controllato le urine e visitata la gola, concluse giurando su [3]Ippocrate e Galeno che l'unico male della donna era il sangue grasso e il poco sudore. Il mercante, al quale quello pareva un'enorme fesseria, lo pagò in tutta fretta e lo cacciò via veloce veloce, e già stava per uscire di nuovo di casa per cercare un altro medico, quando Saporita gli disse che non ce n'era bisogno, perché si sentiva già guarita. E così il marito l'abbracciò e le disse che da quel momento in poi non avrebbe più dovuto fare fatica, perché non si poteva coltivare insieme sedano e cappucci, e pretendere di avere

la botte piena e la moglie ubriaca.

(traduzione dal Napoletano di Valentina Vetere.)

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Note dal testo:


[1]a. Quantità di lana, canapa, lino o altro che si avvolge alla rocca (e che si chiama anche pennecchio); letter., trarre la c., o trarre la chioma alla c., filare: «quel che favoleggiano le vecchiarelle co' fanciulli, quando a la lor c. traggono la chioma» (T. Tasso). b. La rocca stessa, spec. quand'è inconocchiata.

[2]propriam. l'unto adoperato per spalmare l'asse e le ruote del carro. - 1. L'insieme delle parti grasse e molli del maiale, spec. di quelle che avvolgono i visceri, da cui si ricava (previa fusione, filtrazione, chiarificazione e raffreddamento) lo strutto. Anche, lo strutto stesso. 2. non com. Grasso, morchia per ungere le ruote di carri e carrozze.

[3]Medico (n. Isola di Coo, 460 a. C. circa - m. 370 a. C. circa). Praticante e maestro di medicina in Atene e in Tessaglia, I. fu, secondo la testimonianza di quasi contemporanei come Platone e Aristotele, il medico più famoso della sua epoca e, secondo quella di una tradizione che culmina in Galeno, il fondatore della medicina scientifica in Grecia.

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Annotazioni su versioni e varianti:


Questa fiaba scritta nel 1634 dal grande Basile, trova connotazioni e similitudini evidenti con altri racconti popolari catalogati nel sistema Aarne-Thomposon con il type 500, "The Name of the Helper" (letteralmente: «Il nome dell'aiutante»), gruppo a cui fanno parte, tra l'altro, Tremotino, dei fratelli Grimm. Questo racconto, specificamente, inoltre, trova analogie e similitudini particolari con Le tre filatrici, anch'essa dei fratelli tedeschi. Questa del Basile è probabilmente la versione, o una, delle versioni più antiche mai stampate. Ma non è l'unico esemplare del suo genere nel panorama della Fiaba Popolare Italiana: esistono anche altre varianti, tra cui la fiaba, «E sette!» pubblicata da Italo Calvino in «Fiabe italiane», racconto originario della riviera ligure di ponente. Esiste pure una versione romana o laziale pubblicata nel 1874 da Rachel Harriette Busk, una folklorista e studiosa britannica, nel suo saggio di fiabe popolari e leggende romane, "The Folklore of Rome", con il titolo La Ragazza Ghiotta, variante in buona parte simile alle Sette Cotennine del Basile.

Questa fiaba è stata da me annotata, esaminata e resa in italiano moderno, dall'antico napoletano. Chiunque desideri questo testo per i propri siti, può prelevarlo liberamente, a condizione che citi cortesemente questo sito come propria fonte, senza linkare le immagini, e non spacci questa traduzione come opera sua, in segno di rispetto per il mio lavoro.

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Grazie per l'attenzione. Vale76

(Documento creato il 18 novembre 2011)