Fiabe Classiche e Popolari Italiane - Basile: Il serpente (Giornata II, Favola V)

Grannonia e la volpe

«Lo Cunto de li cunti» («Il Pentamerone»), 1634

libro animato

Il re di Starzalunga dà in moglie la figlia ad un serpente e, scoperto che il rettile era un bel giovane, gli brucia la pelle. Lo sposo, volendo frantumare un'invetriata per fuggire, si rompe la testa, e giacché non si trova farmaco al suo male, la figlia del re lascia la casa paterna. Appreso da una volpe il segreto per far guarire l'innamorato, con furbizia la uccide e, ungendo il giovane ferito, che era figlio di un principe, con il suo grasso e con quello di vari uccelli, lo ha come marito.

La povera gatta fu molto commiserata per essere stata mal ricompensata, per quando ci fu chi confermò che poteva consolarsi: non era la sola, in realtà, poiché oggi l'ingratitudine è diventata un male comune, come il mal francese e il catarro. Ci sono persone che hanno fatto e smontato, distrutto i beni e rovinata la vita, per servire questa razza degli ingrati, e quando s'aspettavano tutt'altro che gabbie d'oro, si trovano preordinata una fossa all'ospedale. Ma nel frattempo, osservando che Popa era pronta per parlare, fecero silenzio, mentre lei proferiva: "Sempre si è dato l'ascia sul piede chi, per troppo interesse, ha cercato di conoscere i fatti altrui: come può documentare il re di Starzalunga il quale, per ficcare il naso dove non doveva, mandò all'aria i progetti della figlia e rovinò lo sciagurato genero che, cercando di rompere una vetrata con la testa, ne uscì con il capo frantumato".

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Si narra che c'era una volta una villana, la quale sognava d'avere un figlio più di quando un litigante non desideri un giudizio a favore, un malato e l'acqua fresca e l'oste e il passaggio del viandante; ma quantunque il marito zappasse ogni giorno, non riusciva ad ottenere la fertilità che bramava.

Un giorno il poveraccio, avendo riportato a casa una fascina che era andato a tagliare in montagna, slegandola trovò in mezzo ai ramoscelli un bel serpentello. Intravedendolo, Saputella, così si chiamava la contadina, sospirò fortemente e dichiarò: "Ecco, addirittura le serpi fanno i serpentelli; io nacqui disgraziata in questo modo con un marito che, per quando ortolano, è inetto di fare un innesto." A queste parole il serpente replicò: "Dal momento che non puoi avere figli, prendi me, farai un buon affare e ti vorrò più bene che a mia madre." Saputella, sentendo il serpente parlare, stava per perdere i sensi; ma prendendo forza d'animo gli rispose: "Non fosse altro che per questa tua educazione, io sono felice di accoglierti come se fossi uscito dalle mie ginocchia." E così, indicatogli un buco della casa da adoperare come culla, gli dava da mangiare di quel che aveva con il più gran tenerezza del mondo. Crescendo il serpentello di giorno in giorno, quando si fu fatto grandicello disse a Cola Matteo, il contadino: "O padre, io desidero sposarmi." "D'accordo" dichiarò Cola Matteo, "scoveremo un altro serpente come te e concluderemo l'accordo. "Ma quale serpente?" controbatté il serpentello, "probabilmente che siamo tutt'uno con le vipere e gli scorzoni? Si vede proprio che sei un Antiuomo e fai d'ogni erba un fascio. Io ambisco alla figlia del re, e per questo vai senza indugio a chiedere figlia al re, e affermagli che la vuole un serpente.

Cola Matteo, che era un uomo di cuore e non era esperto di questi cerimoniali, si arrecò modestamente al re per fare la sua ambasciata, dicendogli: "Ambasciator non porta pena; diversamente mi toccano mazzate quanti granelli sono nella sabbia. Vieni a conoscenza dunque che un serpente vuole tua figlia per sposa; perciò giungo da ortolano a vedere se riesco a fare un innesto tra un serpente e una colombella." Il re, intuendo che il tipo era un fessacchiotto, per levarselo di torno, controbatté: "Vai, e dì a questo serpente che se farà divenire d'oro tutto i frutti di questo parco, gli darò mia figlia" e con un'abbondante risata lo lasciò andare. Però quando Cola Matteo riportò al serpente la risposta, questi gli ribadì: "Domattina vai e raduna tutti i noccioli dei frutti che trovi per la città e seminale nel parco."

Cola Matteo, che era arrendevole e non sapeva né replicare né disapprovare, non appena il sole con le sue ginestre d'oro ebbe spazzato via l'ombra come sudiciume dai campi bagnati dall'alba, con una gerla sotto il braccio se n'andò di piazza in piazza raccattando tutti i noccioli che trovava, di pesca, d'albicocca, di prugne, di ciliegie, e quanti altri, tra noccioli e semi, trovò per strada. Poi andò al parco e li seminò, nel modo in cui gli aveva detto il serpente, e quelli, istantaneamente, germogliarono e svilupparono i loro tronchi, le foglie, i fiori e i frutti, tutti d'oro sfavillante. Il re a questo spettacolo andò in visibilio per lo sbalordimento e fu raggiante per la gioia. Ma nel momento in cui Cola Matteo fu mandato dal serpente per ottenere quando promesso: "Piano" proferì il re, "perché se lui brama mia figlia io voglio un'altra cosa: che trasformi tutte le mura e il suolo del parco in pietre preziose."

Avendo riportato l'ortolano la nuova preghiera al serpente, questi gli affermò: "Va domattina a raccattare tutti i cocci che troverai per terra e gettali nei viali e contro le mura del parco." Cola Matteo, non appena la notte dopo aver favorito la fuga dei briganti tira via il manto del crepuscolo dal cielo, presa un canestro sotto il braccio, iniziò ad andare raccogliendo cocci di casi, frammenti di coperchi e coperchietti, fondi di tegami e casseruole, orli di catino, manici di brocca, labbri di vasi da notte, riunendo quante lucerne rotte, pezzi di coccio, vasetti incrinati e quanti frantumi di stoviglie riuscì a trovare lungo la strada. Dopo avere seguito gli insegnamenti del serpente, vide il parco lastricato di smeraldi e calcedonie, incrostato di rubini e carbonchi, il cui splendore sequestrava la vista nei magazzini degli occhi, e piantava l'ammirazione nei territori del cuore. A questo spettacolo il re restò turbato, non capendo cosa gli fosse accaduto. Tuttavia quando il serpente gli fece dire una seconda volta che mantenesse la sua parola, il re replicò: "Quel che è stato fatto fa alcun valore se non mi fa diventare questo palazzo tutto d'oro."

Quando Cola Matteo riferì al serpente quest'altra idea balorda del re questi proferì: "Va a raccogliere un fascio di erbe diverse, e ungi con loro le fondamenta, così cercheremo di soddisfare questo piagnucolone."

Cola Matteo subito raccolse un gran fascio di bietole, di ramolacci, di aglietti, erba porcellana, ruca e cerfoglio; e fatta l'unzione al palazzo lo vide subito tutto rifulgere, neppure gli avesse dato una pillola dorata capace di far evacuare la povertà da cento case rese stitiche dalla sfortuna. Quando l'ortolano tornò, a nome del serpente, a fare richiesta per la promessa, il re, non vedendolo più via d'uscita, chiamò la figliola: "Grannonia mia, io, per illudere un marito che ti chiedeva in moglie, ho proposto tali condizioni che mi sembrava impossibile non si potessero mai soddisfare. Ma ora, vedendomi, non so come, messo alle strette e obbligato, ti prego, se sei una figliola benedetta, di farmi mantener la parola data, e di accontentarti di quello che il cielo vuole e che io sono costretto a concludere. "Fa quel che giudichi opportuno, padre e signore mio" diede risposta Grannonia, "giacché non mi discosterò per niente dalla tua volontà."

Saputo ciò, il re disse a Cola Matteo di far venire il serpente, il quale, avuta l'ambasciata, sopra un carro tutto d'oro tirato da quattro elefanti d'oro, si diresse verso la corte. Ma, ovunque passava, la gente si dissipava terrorizzata, alla vista di un serpente così grosso e spaventevole che passeggiava per la città. Nel momento in cui poi arrivò al palazzo reale, tutti tremarono come giunchi e fuggirono, tanto che non restò neppure la servitù in cucina. Anche il re e la regina si rintanarono per la paura nella loro camera; solo Grannonia restò ferma e impassibile, e benché il padre e la madre urlassero: "Fuggi, svignatela, Grannonia, salvati Cola!" Essa non volle spostarsi di un passo, proferendo con calma: "Perché dovrei scappare dal marito che mi avete dato?" Il serpente entrò nella camera, prese con la coda Grannonia a mezza vita e le diede una pioggia di baci: il re, guardandolo, andò di corpo un chilo di vermi, e se gli avessero fatto un salasso non ne sarebbe venuta fuori una sola goccia di sangue. Poi la condusse in un'altra camera e fatta ben serrare la porta scosse a terra la pelle serpentina, facendo comparire un bellissimo giovane, con il capo ricoperto di riccioli d'oro e con gli occhi che ammaliavano. Questi, abbracciata la moglie, raccolse i primi frutti del suo amore. Il re, che vide il serpente appartarsi con la figliola e chiudere la porta, disse alla moglie: "Il cielo offra pace a quella buon'anima di nostra figlia, perché senz'altro se n'è andata; quel riprovevole serpente se la sarà ingoiata come un tuorlo d'uovo." Appoggiò così l'occhio nella toppa della porta, per vedere cos'era accaduto. Ma quando scorse la stupefacente grazia di quel giovane e la spoglia del serpente lasciata in terra, dette un calcio alla porta ed entrò con sua moglie. Avvicinatisi alla pelle, la presero e la gettarono nel fuoco.

"Ah! Cani rinnegati – sbraitò il giovane, "me l'avete fatta!" Subito si tramutò in una colomba che, incontrate nel fuggire le vetrate delle finestre, diede un colpo così poderoso con il capo che le ruppe, e ne uscì conciato in modo tale che non gli restò sana parte alcuna della testa. Grannonia, che osservò nello stesso istante compiaciuta e infelice, fortunata e disgraziata, ricca e miserabile, graffiandosi il volto, si lamentò con il padre e la madre incolpandoli di aver turbato il suo piacere, avvelenato la sua dolcezza e sviato la sua buona sorte. Essi si scusarono, ma non credevano di far del male. Allora Grannonia, sempre piangendo, attese che la notte si fosse comparsa ad accendere le candele al catafalco del cielo per i funerali del sole, e, vedendo allora che tutti dormivano, prese con sé i gioielli che teneva in serbo in uno scrigno, e uscì attraverso una porta segreta, decisa a cercare tanto e ovunque fino a trovare di nuovo il bene che aveva perduto. Uscita dalla città, seguendo il raggio della luna, incontrò una volpe che le chiese se voleva compagnia. Grannonia le diede risposta: "Mi fa piacere, amica mia, poiché non sono pratica del paese."

Così, camminando, arrivarono in un bosco, dove gli alberi, giocavano come bambini, facevano casette per nasconderci le ombre. E giacché le due si sentivano ormai stanche per molto camminare e cercavano di riposarsi, si ritirarono sotto una coperta di foglie, dove una fontana giocava anch'essa spruzzando sull'erba fresca l'acqua a catini; e adagiate su un manto di erba tenera, pagarono la tassa del riposo che dovevano alla natura per la mercanzia della vita, e non si svegliarono fino a quando il sole non diede segno con il solito fuoco a marinai e corrieri di proseguire il loro cammino. Non appena furono sveglie, si fermarono ancora a lungo ad ascoltare il canto di molteplici uccelli, poiché Grannonia mostrò un gran piacere al loro cinguettare. Allora la volpe le disse: "Ben diverso piacere proveresti, se capissi quello che essi dicono come lo comprendo io!" Grannonia, desiderosa di conoscere, poiché curiosità e pettegolezzo sono proprie della natura femminile, pregò la volpe di dirle quello che aveva sentito nella lingua degli uccelli. Ed essa, fattasi pregare a lungo per incuriosirla di più, le disse che quegli uccelli chiacchieravano tra loro di una disgrazia accaduta al figlio di un re, il quale, bello come un dio, per non aver voluto esaudire le sfrenate voglie di un'orca riprovevole, era stato maledetto e cambiato in serpente per sette anni; ma quando il tempo fissato stava per cessare, innamoratosi della figlia di un altro re, e stando con questa, sua sposa, in una camera, il padre e la madre di lei gli avevano bruciato la spoglia di serpente; scappando allora in forma di colomba, frantumò la vetrata per uscire da una finestra, ferendosi a tal punto che i medici lo davano per disperato. Grannonia ascoltando parlare dei suoi guai, domandò innanzi tutto di chi fosse figlio questo principe, e se c'era speranza di curare il suo male. La volpe replicò che quegli uccellini avevano affermato che suo padre era il re di Vallonegrosso e che non c'era altro medicamento per guarire le aperture della sua testa, affinché l'anima non se né si allontanasse, che ungere le lesioni col sangue degli uccellini che avevano raccontato il caso. A queste parole Grannonia si gettò in ginocchio davanti alla volpe supplicandola di farle questo piacere, di catturare per lei quegli uccellini, per estrarne il sangue, così avrebbero separato il guadagno da buoni compari. "Con calma" assentì la volpe, "attendiamo la notte e, non appena gli uccellini si addormenteranno, lascia fare a mamma volpe, salgo in cima all'albero e li aggranfio uno ad uno."

Trascorsero così l'intero giorno ora parlando della magnificenza del giovane, ora dell'errore commesso dal padre della sposa, ora della sventura accaduta; così di discorso in discorso, giunsero l'ora in cui la terra spande un gran cartone nero per raccogliere la cera che sgocciola dalle torce delle stelle. La volpe, appena vide gli uccellini addormentarsi sui rami, se ne salì acquattata e, ad uno ad uno, acciuffò quanti rigogoli, cardellini, scriccioli, fringuelli, beccacce, civette, upupe, tordi, lucarini, pappamosche si trovavano sugli alberi. Li uccisero e misero il sangue in una fiaschetta che la volpe portava con sé per refrigerarsi nel cammino. Grannonia, tanta era la gioia, non toccava la terra coi piedi, ma la volpe le disse: "Te la sogni quest'allegria, figlia mia, se non hai il mio sangue per fare un miscuglio con quello degli uccelli è come se non avessi nulla! – e proferito questo fuggi." Grannonia, che vide spezzate le sue speranze, ricorse all'arte femminile, che è l'astuzia e l'adulazione, dichiarandole: "Amica volpe, avresti ragione di salvarti la pelle se io non fossi tanto riconoscente nei tuoi confronti e se non si trovassero altre volpi al mondo; ma, visto che sai quanto ti devo, e visto che non mancano tue pari per questi boschi, puoi stare certa della mia parola e non fare come la vacca che dà calci alla bagnarola quando è ormai piena di latte. Hai fatto tanto, ed ora ti perdi al meglio! Fermati, credimi, e conducimi alla città di questo re, perché se lo farai, sarà come se mi comprassi per tua schiava." La volpe, che non avrebbe mai creduto che ci fosse al mondo una quintessenza volpina, si trovò volpinata da una donna, perché camminando accanto a Grannonia, non avendo fatto cinquanta passi che le trafiggesse una mazzata col suo bastone, e la colpì in testa estraendole subito il sangue che versò poi nella fiaschetta. Ella, con le gambe in spalla, arrivò a Vallonegrosso, dove, arrivata al palazzo reale, fece intendere al re che era venuta per guarire il principe. Il re la accolse e si sorprese nel vedere una figliola promettere ciò che i migliori medici del suo regno non erano riusciti a fare. Ma dal momento che tentar non nuoce, sostenne che gli faceva piacere vederla all'opera. Ma Grannonia ribadì: "Voglio che mi date parola di darmi il principe per marito, qualora ottenga il risultato sperato."

Il re, che pensava il figlio già morto, le rispose: "Quando tu me lo darai libero e sano, io te lo darò sano e libero. Perché non è gran cosa dare un marito a chi mi rende un figlio!" Così, recatisi nella camera del principe, non appena l'ebbe unto con quel sangue, rinvenne come se non avesse mai avuto infermità. Grannonia, guardando il principe tornato forte e vigoroso, disse al re di mantenere la parola; il re rivolto al figlio, disse: "Figlio mio, ti ho visto morto e ora ti vedo vivo, e ancora non riesco a crederci! Ma io ho giurato a questa giovane che se ti guariva tu saresti stato suo sposo, dal momento che il cielo ti ha fatto la grazia, fa che io mantenga questa promessa, per tutto l'amore che mi porti, poiché è un dovere di gratitudine pagare questo debito." Rispose il principe: "Signore mio, vorrei che i miei desideri fossero tanto liberi per darvi un gradimento proporzionato all'amore che vi porto, ma io ho dato in pegno con la parola data ad un'altra, né voi consentirete che io mantenga una promessa, né questa giovane mi consiglierà di far questo torto a colei che amo, né io posso cambiare idea." Grannonia udendo queste parole provò un piacere così profondo che non si può descrivere, vedendosi viva nella memoria del principe, ed emozionandosi in viso, disse: "Nell'ipotesi che mi adoperassi in modo che questa giovane amata da voi fosse felice di farsi da parte, non ti piegheresti ai miei desideri?" "Non giungerà mai" rispose il principe, "che io allontani la stupenda immagine del mio amore da questo petto! Sia che ella mi conservi il suo amore, sia che lo tolga, avrò sempre lo stesso desiderio, e lo stesso pensiero, e potrei vedermi di nuovo in azzardo di perdere al gioco sul tavolo della vita, ma non farei mai né questa frode, né questo scambio."

In quel momento Grannonia, non potendo più trattenersi nelle pastoie dell'inganno, si rivelò per quella che era; infatti, la camera totalmente buia per via delle ferite e il travestimento di lei, non gli avevano permesso di gioia, descrivendo al padre che fosse e quello che aveva fatto e sofferto per lui. Così, mandati a chiamare il re e la regina di Starzalonga, fecero un matrimonio di buon accordo, divertendosi moltissimo particolarmente per il brutto tiro giocato alla volpe, ricavandone alla fin fine che:

sempre al sapore dell'amore fu di condimento il dolore.