Fiabe Classiche e Popolari Italiane - Basile: Le due pizzette (Giornata IV, Favola VII)

Marziella e le oche

«Lo Cunto de li cunti» («Il Pentamerone»), 1634

libro animato

Marziella è gentile con una vecchia e ne ha una fatazione, ma la zia, invidiosa della sua fortuna, la getta a mare, dove una sirena la tiene a lungo incatenata; ma, liberata dal fratello, diventa regina e la zia paga la pena della sua colpa.

I principi avrebbero certamente detto che questo racconto di Antonella batteva tutti quelli che erano stati raccontati se non avessero temuto di togliere slancio a Ciulla che,messa in resta la lancia della lingua, colpì l'anello del gusto di Taddeo e della moglie nel modo che segue: "Ho sempre sentito dire che chi fa piacere ne trova; la campana di Manfredonia dice dammi e ti darò; chi non mette l'esca della cortesia sull'amo dell'affetto non prende mai il pesce del beneficio; e, se volete sentire come va, ascoltate questo racconto e poi direte se ci perde sempre più l'avaro o il liberale.

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Allora, si racconta che c'erano una volta due sorelle, Luceta e Troccola, che avevano due figlie femmine, Marziella e Puccia. Marziella era tanto bella di faccia quanto era bella di cuore ma al contrario, il cuore e la faccia di Puccia, con la stessa corrispondenza, erano quelle del malanno e della peste: la ragazza assomigliava ai genitori, perché Troccola, la mamma, era un'arpia dentro e fuori una pellaccia. Allora capitò che Luceta, dovendo scaldare quattro carote per friggerle con la salsa verde, disse alla figlia: "Marziella mia, vai, bene mio, alla fontana e prendimi una brocca d'acqua". "Di buona voglia, mamma mia", rispose la figlia, "ma, se mi vuoi bene, dammi una pizzetta perché me la voglio mangiare con l'acqua fresca". "Volentieri", rispose la mamma e, da dentro un paniere appeso ad un uncino, prese una bella pizzetta, il giorno prima aveva cotto il pane, e la diede a Marziella, che, messa la brocca in testa sopra un cercine, se ne andò alla fontana, che, come un ciarlatano, sopra una panca di marmo e con la musica dell'acqua che scorreva, vendeva segreti per allontanare la sete. E là, mentre stava riempiendo la brocca, arrivò una vecchia che, sul palcoscenico di una grossa gobba rappresentava la tragedia del Tempo e che, vedendo quella bella pizza proprio mentre Marziella stava per darci un morso, le disse: "Bella ragazza mia, che il cielo ti mandi buonasorte, dammi un poco di questa pizza". Marziella, che faceva odore di regina, le disse: "Eccotela tutta, illustre femmina mia, e mi dispiace che non sia di zucchero e mandorle, te la darei lo stesso con tutto il cuore". La vecchia, vista l'amorevolezza di Marziella, le disse: "Vai, che il cielo ti possa ripagare di questo bell'amore che mi hai mostrato! E prego tutte le stelle che ti facciano sempre felice e contenta, che quando respiri ti escano rose e gelsomini dalla bocca, che quando ti pettini cadano da questa testa sempre perle e granatine e quando posi il piede sulla terra ne sguscino fuori gigli e viole". La ragazza, ringraziandola, tornò a casa, dove, dopo che la mamma ebbe cucinato, pagarono il loro debito naturale al corpo. E, passato quel giorno (appena la mattina dopo il Sole ebbe messo in mostra le sue mercanzie luminose che portava dall'Oriente al mercato dei campi celesti) Marziella, mentre si stava pettinando la testa, si vide cadere in grembo una pioggerella di perle e granatine e, chiamata con grande gioia la mamma, le misero dentro un cofanetto; e, andata Luceta a venderne una buona parte da un cambiavalute suo amico, se ne venne Troccola a trovare la sorella e, trovando Marziella tutta indaffarata e affaccendata intorno a quelle perle, domandò come, quando e dove le avesse trovate. Ma la ragazza, che non sapeva intorbidare l'acqua e che forse non aveva sentito di quel proverbio "non fare quanto puoi, non mangiare quanto vuoi, non spendere quanto hai, non dire quanto sai", raccontò tutta la faccenda alla zia, che, non curandosi di aspettare la sorella, ogni ora le sembrò mille anni per tornare a casa e, data una pizzetta alla figlia, la mandò a prender acqua alla fontana. E là trovò la stessa vecchia che le chiese un poco di pizza e lei, che aveva proprio un bel caratterino, le rispose: "Non ho proprio nient'altro da fare che darti la pizza! E che, mi hai ingravidato l'asino e devo darti la roba mia? Vattene, sono più vicini i denti che i parenti!". E, così dicendo, s'ingoiò in quattro morsi la pizza, ingolosendo la vecchia. E questa, quando vide che l'ultimo morso se ne era andato e che la speranza era stata seppellita con la pizza, tutta arrabbiata le disse: "Vattene, che quando fiati tu possa fare bava come il mulo del medico, quando ti pettini ti possano cadere dalla testa pidocchi a mucchi, che dovunque tu metta il piede in terra possano nascere felci e titimali!". Puccia, attinta l'acqua e tornata a casa, la mamma non vedeva l'ora di pettinarla e, messa in grembo una bella tovaglia, ci mise la testa della figlia e, cominciando a pettinarla, eccoti venir giù un torrente di bestie alchemiche, da fermare l'argento vivo; la mamma, vedendo questo, aggiunse alla neve dell'invidia il fuoco della collera e gettava fiamme e fumo dal naso e dalla bocca. Ora, dopo qualche tempo, Ciommo, fratello di Marziella, si trovò alla corte del re di Chiunzo e, mentre si parlava della bellezza di varie femmine, lui, senza che nessuno glielo chiedesse, si fece avanti dicendo che tutte le belle avrebbero potuto andare a gettarsi dal ponte quando fosse comparsa la sorella, che, oltre le bellezze del corpo, che facevano da contrappunto sul canto fermo di un'anima bella, aveva per di più nei capelli, nella bocca e nei piedi quella virtù che le aveva dato la fata. Il re, che sentì queste vanterie, disse a Ciommo di farla venire, perché, se l'avesse trovata come lui la vantava, se la sarebbe presa per moglie. Ciommo, a cui questa parve un'occasione da non perdere, mandò subito un corriere per la via delle poste dalla mamma, raccontandole questo fatto e pregandola di venirsene subito con la figlia per non farle perdere questa buona fortuna. Luceta, che era molto malata, raccomandandò la pecora al lupo pregò la sorella di farle il piacere di accompagnare Marziella fino alla corte di Chiunzo, per questa e quest'altra ragione. Troccola, vedendo che la faccenda le andava crescendo in mano, promise alla sorella di portare sana e salva la figlia fino alle mani del fratello e, imbarcatasi con Marziella e con Puccia su una barca, quando fu in mezzo al mare e mentre i marinai dormivano, la gettò in acqua, dove, mentre stava per andare a fondo, arrivò una bellissima sirena che se la prese in braccio e se la portò via. Allora, arrivata Troccola a Chiunzo e accolta Puccia e la mamma, condannò per dispetto Ciommo a fare il guardiano delle papere di corte. E lui, disperato per questa faccenda e non riuscendo a capire cosa gli fosse accaduto, portava le papere in campagna e, lasciandole andare a loro volontà sulla spiaggia, si ritirava in un capanno, dove, fino a sera quando era tempo di rientrare, piangeva il suo destino. Ma, mentre le papere camminavano sulla riva, Marziella usciva dalle acquee e le nutriva di pasta reale e dava loro da bere acqua dimrose, tanto che le papere erano diventate ognuna come un castrato, quasi non ci vedevano più per il grasso e, quando la sera rientravano in un orticello su cui affacciava la finestra del re, cominciavano a cantare

Qua qua qua
Come è bello il sole con la luna,
molto più bella è chi ci fa mangiare.

Il re, sentendo ogni sera questa musica paperesca, fece chiamare Ciommo e volle sapere come e dove e con che cosa nutriva le sue papere. E Ciommo gli rispose: "Non gli faccio mangiare altro che l'erba fresca della campagna". E il re, a cui non suonava bene questa risposta, lo fece seguire da un servo fidato perché guardasse dove portava le papere. E questo, seguendo le sue orme, lo vide entrare nel capanno e lasciare le papere sole, che si avviarono verso la spiaggia e, appena arrivate, Marziella uscì dal mare e non credo che così bella uscisse dalle onde la mamma di quel Cieco che, come disse quel poeta, non vuole altra elemosina se non pianto. E, visto questo il servo del re, tutto meravigliato e fuori di sé, corse dal padrone raccontandogli il bello spettacolo che aveva visto sulla scena della spiaggia. La curiosità del re, scossa dalle parole del servo, lo indusse ad andare a guardare di persona questa bella veduta; e la mattina (quando il gallo, capopopolo degli uccelli, li solleva tutti ad armare gli esseri viventi contro la Notte) Ciommo andò con le papere nel solito posto, e lui, non perdendolo mai di vista, gli andò appresso e, arrivate le papere al mare senza Ciommo, che era rimasto al solito posto, vide uscire Marziella, che dava da mangiare un cestino di pastorelle alle papere e le faceva bere acqua di rose in un paiolino e poi si sedeva su una pietra a pettinarsi i capelli, da cui cadevano a mano a mano le perle e le granatine e intanto dalla bocca le usciva una nuvola di fiori e sotto i suoi piedi si era formato un tappeto soriano di gigli e di viole. Il re, che aveva visto tutto questo, fece chiamare Ciommo e, indicandogli Marziella, gli chiese se conoscesse quella bella ragazza e Ciommo la riconobbe e corse ad abbracciarla e, davanti al re, ascoltò tutta la storia del tradimento di Troccola e come l'invidia di quella brutta peste avesse costretto quel bel fuoco d'amore ad abitare in mezzo all'acqua del mare. Non si può dire il piacere che provò il re per aver avuto un così bel gioiello e, rivolto al fratello, gli disse che aveva ben ragione a lodarla tanto e che ci trovava due terzi e più di quello che gliene aveva raccontato e perciò la giudicava più che degna d'essergli moglie, se lei era contenta di ricevere lo scettro del suo regno. "Lo volesse il Solleone", rispose Marziella, "e potessi venire a servire da serva la tua corona! Ma non vedi questa catena d'oro al mio piede, con cui la maga mi tiene prigioniera? E, quando prendo troppa aria e mi trattengo troppo su questa spiaggia, lei mi tira giù e mi tiene in ricca schiavitù, incatenata con l'oro". "Che rimedio potrebbe esserci", disse il re, "per levarti dalle zampe di questa sirena?". "Il rimedio sarebbe", rispose Marziella, "segare con una lima sorda questa catena e svignarmela". "Aspettami domani mattina", aggiunse il re, "sbrigo presto quest'affare e ti porto a casa, dove sarai il mio occhio destro, la pupilla del mio cuore e la ciliegina dell'anima mia". E si diedero una caparra del loro amore con una toccata di manina e lei se ne andò in mezzo all'acqua e lui in mezzo al fuoco, e un fuoco tale che non riuscì a prendersi un'ora di riposo per tutto il giorno; - e quando uscì quella negra turcaccia della Notte a fare tubba catubba con le stelle - senza chiudere occhio se ne andò ruminando con le mascelle della memoria le bellezze di Marziella, discutendo col suo pensiero delle meraviglie dei capelli, dei miracoli della bocca e degli stupori dei piedi e, provando l'oro delle sue grazie sulla pietra di paragone del giudizio, lo trovava di ventiquattro carati; e malediceva la Notte, che tardava tanto a smetterla con i suoi ricami di stelle, e bestemmiava il Sole, che non arrivava abbastanza subito con la carrozza della luce per arricchire la sua casa del bene che desiderava, per portare nelle sue stanze una miniera d'oro che gettava perle, una conchiglia di perle che gettava fiori. Ma, mentre se ne andava per mare pensando a lei che stava nel mare, ecco che i guastatori del Sole spianarono il cammino dove doveva passare con l'esercito dei raggi e il re, vestito, si avviò verso la spiaggia con Ciommo, dove, trovata Marziella, con la lima che avevano portato il re segò con le sue mani la catena dal piede dell'amata, ma se ne costruì un'altra più solida nel cuore e, messa in groppa al cavallo quella che gli cavalcava il cuore, spronò alla volta del palazzo reale dove lei trovò, per ordine del re, tutte le belle femmine del paese a riceverla ed onorarla come loro signora. E sposata con una festa grande, tra le tanti botti che si incendiarono per luminaria, volle che ci fosse aggiunta come una botticella anche Troccola, perché pagasse l'inganno che aveva ordito contro Marziella. E, mandata a chiamare Luceta, diede a lei e a Ciommo da vivere da signori; e Puccia, cacciata da quel regno, andò per sempre mendicando e per non avere seminato un pochino di pizza ebbe sempre una carestia di pane: perché è volontà del cielo che

Chi non ha pietà
pietà non trova".