Fiabe Classiche e Popolari Italiane - Basile: Ninnillo e Nennella (Quinta Giornata, Favola VII)

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"Lo Cunto de li cunti" ("Il Pentamerone"), 1634

libro animato

Iannuccio ha due figli dalla prima moglie, poi si sposa una seconda volta e la matrigna li odia tanto che li porta in un bosco dove si separano e poi Ninnillo diventa l'amato cortigiano di un principe e Nennella, dopo un naufragio, è inghiottita da un pesce fatato e, finita su uno scoglio, è riconosciuta dal fratello e fatta sposare dal principe con una ricca dote.

Antonella finì la corsa e Ciulla si mise al nastro di partenza di questo palio e, dopo aver lodato molto il racconto dell'altra che aveva dipinto con così grande naturalezza il giudizio di Sapia, disse così: "Sventurato quell'uomo che ha figli e spera di allevarli con una matrigna, perché porta dentro casa la macchina che li perderà, non s'è mai vista una matrigna che guardi dì buon occhio i figli di un'altra; e, se pure per disgrazia se n'è trovata qualcuna, si può infilarci un bastoncino per ricordarselo e si può dire che è stato un corvo bianco. Ma io, fra tante di cui avrete forse sentito parlare, vi parlerò di una che sì può mettere nell'elenco delle matrigne cattive, che giudicherete degna della pena che andò a comprarsi in contanti.

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C'era una volta un padre, chiamato Iannuccio, che aveva due figli, Nennillo e Nennella, a cui voleva bene come alle sue ciliegine. Ma, quando la morte con la silenziosa lima del Tempo ruppe le grate che tenevano prigioniera l'anima della moglie, si prese una brutta bruttona, che era una cagnaccia maledetta, che non aveva neanche messo piede in casa del marito che cominciò a fare il cavallo di razza e a dire: "E che, sono venuta a spidocchiare i figli degli altri? Mi mancava solo questo, prendermi quest'impiccio e sentirmi intorno questi piagnistei! ah, che mi fossi rotta l'osso del collo prima di venire in questo inferno dove si mangia male e si dorme peggio per il fastidio di questi due ranocchi! non è possibile sopportare questa vita: sono venuta da moglie, non da serva! bisogna trovare una soluzione e cercare un posticino per questi seccatori altrimenti cercheranno un posticino per me! è meglio arrossire una volta che impallidire cento volte: ora aggiustiamo questo matrimonio, perché sono proprio decisa a trovarci l'utile o a finirla in tutto e per tutto!".

Il povero marito, che aveva messo un poco d'affetto su questa femmina, le disse: "Non arrabbiarti, moglie mia, lo zucchero costa caro, domani mattina, prima che canti il gallo, ti toglierò questo tormento per farti contenta".

E così la mattina dopo - prima che l'Alba stendesse la sua rossa coperta di damasco sulla finestra d'Oriente per scrollarne le pulci - lui, presi per mano i figli con un bel paniere di roba da mangiare infilato nel braccio, li portò in un bosco dove un esercito di pioppi e di faggi assediava le ombre. Arrivato in quel luogo lannuccio disse: "Bambinelli miei, re-statevene qua, mangiate e bevete allegramente e quando vi manca qualcosa guardate a questa traccia di cenere che sto spargendo: questo sarà il filo che, tirandovi fuori dal labirinto, vi porterà di corsa a casa vostra", e, dopo avergli dato un bacio per uno, se ne tornò, piangendo, a casa.

Ma - quando tutti gli animali, ammoniti dalle guardie della Notte, pagano alla Natura la pigione del necessario riposo - i bambinelli, forse per la paura di restare in quel luogo solitario - dove le acque di un fiume, che bastonava le pietre impertinenti che gli si paravano dinanzi ai piedi, avrebbero fatto rabbrividire un Rodomonte - si avviarono piano piano per quella stradina di cenere ed era già mezzanotte quando adagino adagino arrivarono a casa. Dove Pasciozza la matrigna non fece cose da femmina ma da furia infernale, facendo arrivare i suoi strilli fino al cielo, sbattendo mani e piedi e sbuffando come un cavallo ombroso, dicendo: "Che bella faccenda è questa? da dove sono spuntati questi pupazzi e bambinacci? è possibile che non ci sia argento vivo per scrostarli da questa casa? è possibile che tu ce li voglia tenere per far crepare questo cuore? vai, levameli da davanti agli occhi, subito adesso, non voglio aspettare né musica di galli né pianti di galline! altrimenti puoi startene a pulirti i denti mentre io dormo da un'altra parte e domani mattina me la svigno a casa dei miei parenti, perché tu non mi meriti! e ti ho portato anche tanti bei mobili in questa casa per vederli cacati dal profumo di culi altrui e non ho versato una dote così ricca per diventare schiava di figli che non sono miei!".

Lo sfortunato Iannuccio, quando vide la barca in brutte acque e la faccenda surriscaldata, in quello stesso momento prese i bambini e tornò nel bosco dove, dato un altro paniere di cosette da mangiare ai figli, gli disse: "Voi vedete, bene mio, quanto vi ha in odio quella cagna di mia moglie, venuta dentro la casa mia per la vostra rovina e per piantare un chiodo nel mio cuore; per questo restate in questo bosco, dove gli alberi più gentili vi faranno da tetto contro il Sole, dove il fiume più caritatevole vi darà da bere senza avvelenarvi e la terra più cortese vi darà materassi d'erba senza pericolo. E quando vi mancherà da mangiare io vi faccio questa stradina di crusca dritta dritta, per cui potrete venire a cercare aiuto". E, così detto, voltò la faccia dall'altra parte per non far vedere che piangeva e spaventare quei poveri pupattoli. E loro, quando ebbero finito di mangiare la roba del panierino, se ne volevano tornare a casa; ma, poiché un asino, figlio della mala fortuna, si era ingozzato la crusca sparpagliata a terra, sbagliarono strada di tanto che se ne andarono per un pugno di giorni sperduti in mezzo al bosco, mangiando ghiande e castagne che trovavano a terra, cadute dagli alberi. Ma poiché il cielo tiene sempre la sua mano sugli innocenti, un principe venne per caso a caccia in quel bosco e Nennillo, sentendo l'abbaiare dei cani, ebbe tanta paura che si nascose dentro un albero che trovò cavo e Nennella si mise a correre tanto che, uscita dal bosco, si trovò in riva al mare, dove erano sbarcati certi corsari a fare legna, che se la portarono via e il loro capo se la portò a casa, dove la moglie, che aveva appena perduto una bambina, se la tenne come figlia.

Ma torniamo a Nennillo, che, nascosto in quella corteccia d'albero, era circondato dai cani che abbaiavano da stordire al punto che il principe mandò qualcuno a vedere di cosa si trattasse e, trovato quel bel bambino, che non sapeva dire, tanto era piccolo, neanche chi fossero il padre o la madre, lo fece mettere sulla soma di un cacciatore e, portatolo al palazzo reale, lo fece allevare con grande cura e educare alla virtù e, tra le altre cose, gli fece imparare l'arte dello scalco, al punto che non passarono tre o quattro anni che diventò così bravo in quest'arte che avrebbe diviso un capello.

Nel frattempo scoprirono che il corsaro che aveva Nennella faceva il pirata sul mare e volevano metterlo in prigione; ma lui, che si era fatti amici gli scrivani e li teneva cotti al punto giusto, se la svignò con tutta la famiglia. E, forse per giustizia del cielo, lui che aveva commesso i suoi delitti sul mare sul mare ne pagò la pena, e così, imbarcato su una piccola barca, come fu in mezzo al mare arrivò un tale refolo di vento e una tale rabbia di onde che la barca si rovesciò e tutti andarono a bagno. Solo Nennella, che non aveva nessuna colpa per quelle ruberie, come ne avevano la moglie e i figli, scampò questo pericolo perché proprio in quel momento si trovò vicino alla barca un grande pesce fatato, che, aprendo un grande buco di bocca, se l'inghiottì. Ma quando la ragazza credeva di avere finito i suoi giorni proprio allora trovò cose incredibili nella pancia di questo pesce, perché c'erano campagne bellissime, giardini deliziosi, una casa signorile con tutte le comodità, dove se ne stava da principessa. E dallo stesso pesce fu portata, in braccio e a cavalluccio, su uno scoglio, dove, nel momento più afoso e nella calura più bruciante dell'estate, se n'era andato il principe a prender fresco.

E, mentre stavano preparando un banchetto spaventoso, Nennillo se n'era andato su un terrazzino del palazzo, da dove si vedeva lo scoglio, per affilare certi coltelli, perché gli piaceva molto quel suo lavoro e per farsi onore. Nennella, quando lo vide attraverso la golaccia del pesce, gridò queste parole rimbombanti: "Fratello mio, fratello, i coltelli sono affilati, le tavole sono apparecchiate e a me vivere rincresce senza te dentro ad un pesce!". Nennillo non fece attenzione la prima volta a queste parole, ma il principe, che stava su un altro terrazzo, si voltò a questo lamento, vide il pesce e sentì le stesse parole una seconda volta e restò senza fiato per lo stupore. E, mandata una manciata di servi a vedere se in qualche modo riuscissero a imbrogliare il pesce e a tirarlo a riva, finalmente, sentendo ripetere continuamente quel fratello mio fratello mio, chiese ad uno per uno a tutta la sua gente chi avesse perduto una sorella. E, quando Nennillo rispose che riusciva a ricordarsi, come in sogno, che quando il principe lo aveva trovato nel bosco aveva una sorella della quale non aveva avuto più notizia, il principe gli disse di accostarsi al pesce e di vedere di cosa si trattava: forse questa fortuna era proprio per lui.

E Nennillo si avvicinò al pesce e quello, poggiata la testa sopra uno scoglio e aperti sei palmi di bocca, ne fece uscire Nennella, così bella che sembrava proprio una ninfa che, in un intermezzo, usciva, per incanto di qualche mago, da quella bestia. E, quando il re chiese cosa fosse questa faccenda, Nennella cominciò a raccontargli qualche episodio dei loro guai e l'odio della matrigna, ma non riuscivano a ricordare il nome del padre né il luogo della casa. Per questo il re fece pubblicare un bando che diceva che chi avesse perduto due figli di nome Nennillo e Nennella in un bosco doveva andare al palazzo reale, perché ne avrebbe avuto buone notizie.

Iannuccio, che se ne stava sempre con il cuore nero e inconsolabile credendo che se li fosse mangiati il lupo, corse con grande gioia a trovare il principe, dicendo che era proprio lui che aveva perduto quei figli. E, dopo aver raccontato come fosse stato costretto a portarli nel bosco, il principe gli fece una bella sfuriata, chiamandolo pecorone, uomo da niente, che s'era fatto mettere i piedi sul collo da una femminetta, che s'era ridotto a sperdere due gioielli come i suoi figli. Ma, dopo avergli rotto la testa con queste parole, ci mise sopra la medicina della consolazione facendogli vedere i figli, che furono insaziabilmente baciati e abbracciati per mezz'ora. E il principe gli fece levare da dosso la livrea, fece vestire Nennillo da gentiluomo e, fatta chiamare la moglie di Iannuccio, le fece vedere quelle due spighe d'oro, chiedendole cosa avrebbe meritato chi gli avesse fatto del male o ne avesse messo in pericolo la vita. E lei rispose: "Secondo me la metterei in una botte chiusa e la farei rotolare giù da una montagna". "Vai, che hai indovinato", disse il principe, "la capra ha rivoltato le corna contro se stessa! ora andiamo: tu hai emesso la sentenza e ora paga tu la pena, perché hai portato tanto odio a questi bei figliastri!".

E così diede ordine che si eseguisse la sentenza pronunciata proprio da quella donna e, trovato un gentiluomo due volte ricco e suo vassallo, gli diede Nennella come moglie e diede la figlia di un altro riccone al fratello, dandogli rendite sufficienti a far vivere loro e il padre, che non ebbero più bisogno di nessuno al mondo e la matrigna, fasciata da una botte, sfasciò la sua vita gridando attraverso il buco e finché ebbe fiato:

guai a chi aspetta il malanno che tarda, che poi arriva pesante e paga tutti!".