Fiabe Classiche e Popolari Italiane - Basile: La Mortella (Giornata I, Favola II)

la fata della mortella

"Lo Cunto de li cunti" ("Il Pentamerone"), 1634

libro animato

Una contadina di Miano partorisce una mortella, un principe se ne innamora e questa diventa una bellissima fata; lui va lontano e la lascia nella mortella a cui attacca un campanello. Entrano nella camera del principe certe femmine cattive e gelose e, quando toccano la mortella, esce fuori la fata: l'ammazzano. Il principe torna, trova questa rovina, vuole morire di dolore; ma, ritrovata per strana vicenda la fata, fa morire le cortigiane e si prende la fata come moglie.

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Nel casale di Miano c'erano un marito e una moglie che, non avendo germogli di figli, desideravano di gran voglia di avere qualche erede e soprattutto la moglie diceva continuamente: "O dio, se partorissi qualcosa, non m'importerebbe che fosse una frasca di mortella! ". E tanto ripeté questa canzone e tanto solleticò il cielo con queste parole che le si ingrossò la pancia e le si arrotondò il ventre e, dopo nove mesi, invece di partorire in braccio alla mammana qualche bambinello o pernacchietta, tirò fuori dai Campi Elisi del ventre una bella pianta di mortella. E, con grande piacere, dopo averla piantata in un vaso ornato con tanti bei mascheroni, la mise sulla finestra, curandola mattina e sera con più diligenza di quella di un contadino verso un'aiuola di cavoli, da cui spera di ricavare l'affitto dell'orto. Ma, passando davanti a quella casa il figlio del re, che andava a caccia, si incapricciò fuori misura di questa bella frasca e mandò a dire alla padrona di vendergliela, l'avrebbe pagata un occhio. E lei dopo mille no e discussioni, alla fine, ingolosita dalle offerte, agganciata dalle promesse, sbigottita dalle minacce, vinta dalle preghiere, gli diede il vaso, pregandolo di tenerla cara, perché l'amava più di una figlia e le voleva bene come se fosse uscita dai suoi fianchi.

Il principe, con la più grande allegria del mondo, fatto portare il vaso proprio nella sua camera, lo fece mettere su un loggiato e lo zappettava e l'annaffiava con le sue mani. Ora poi capitò che, coricatosi una sera questo principe nel suo letto e spente le candele, appena tutto intorno fu quieto e tutti erano immersi nel primo sonno, il principe sentì un passo per la casa e qualcuno venire a tentoni verso il letto. Per questo pensò o che fosse qualche valletto per togliergli la borsa o qualche folletto per strappargli le coperte da dosso; ma da uomo coraggioso, non gli avrebbe messo paura neanche il diavolo brutto, fece la gatta morta, aspettando l'esito : i questa faccenda. Ma quando sentì avvicinarsi la cosa e toccando si accorse che era roba liscia e mentre pensava di palpare spine d'istrice trovò una cosina più tenera e morbida della lana barbaresca, più pastosa e cedevole della coda di una martora, più delicata e lieve del piumaggio di un cardellino, si lanciò da qua a là e, pensando che fosse una fata (in effetti era così), si avvinghiò come un polipo e facendo passerotto passerotto giocarono a dove hai messo la pietruzza?

Ma - prima che il Sole uscisse come il protomedico a visitare i fiori, che sono malati e illanguiditi - il cliente si alzò e se la svignò, lasciando il principe pieno di dolcezza, gravido di curiosità, carico di meraviglia. Ma, continuato questo traffico per sette giorni, lui si consumava e struggeva per il desiderio di sapere quale bene fosse questo che gli cadeva dalle stelle e quale nave carica delle dolcezze d'Amore veniva a gettare l'ancora nel suo letto.

Per questo una notte che la bella bambola faceva la nanna si legò una delle sue trecce al braccio perché non potesse svignarsela, chiamò un cameriere e, fatte accendere le candele, vide il fiore delle belle, la meraviglia delle femmine, lo specchio, l'ovetto dipinto di Venere, il cosino bello di Amore, vide una pupattola, una colomba splendente, una fata Morgana, un gonfalone, una spiga d'oro; vide un rubacuori, un occhio di falcone, una luna piena, un musetto di piccioncino, un boccone da re, un gioiello, vide, alla fine, uno spettacolo da restare sbalorditi.

E guardando quelle bellezze disse: "Ora vai a buttarti in forno, dea di Cipro! mettiti una corda al collo, Elena! Andatevene, Creusa e Fiorella, perché le vostre bellezze sono cosette a paragone di questa bellezza che ne vale due, bellezza completa, perfetta, matura, piena, solida! grazie da fischi, da Siviglia, da schianto, coi fiocchi, di rango, dove non trovi .difetto, non ci trovi fine! o sonno, o dolce sonno, versa papa-,-eri negli occhi di questo bel gioiello, non interrompere questo piacere di guardare quanto desidero questo trionfo di bellezza! o bella treccia che mi lega, o begli occhi che mi scaldano, o belle labbra che mi ristorano, o bel petto che mi consola, o bella mano che mi trafigge, dove, dove, in quale bottega _elle meraviglie della Natura è stata costruita questa statua vivente? quale India ha dato l'oro per forgiare questi capelli? quale Etiopia l'avorio per fabbricare questa fronte? quale Maremma i carbonchi per tagliare questi occhi? quale Tiro la porpora per tingere questa faccia? quale Oriente le perle per tessere questi denti? e da quali montagne è stata presa la neve da spargere su questo petto? neve contro natura, che fa vivere i fiori e scalda i cuori".

E dicendo così l'abbracciò come i tralci di una vite per consolare la sua vita e, mentre lui la stringeva, lei si sciolse dal sonno rispondendo con un grazioso sbadiglio ad un sospiro del principe innamorato che, vedendola sveglia, le disse: " O bene mio, se guardando questo tempio d'Amore senza candele ero quasi agli spasimi, che sarà della mia vita ora che hai acceso due lampade? o begli occhi, che con una mano di luce fate perdere il banco alle stelle, voi, solo voi avete trafitto questo cuore, voi solo potete come uova fresche fargli un impiastro; e tu, bella medichessa mia, commuoviti, abbi pietà di un malato d'amore a cui, per aver cambiato aria dal buio della notte alla luce di questa bellezza, è venuta una febbre: metti la mano su questo petto, toccami il polso, fammi la ricetta; ma perché cerco ricette, anima mia? applicami cinque ventose a queste labbra con questa bella bocca! non voglio altro massaggio in questa vita che una carezza di questa manina, perché io sono sicuro che con il cordiale di questa bella grazia e con la radice di questa lingua-di-bue sarò libero e sano".

A queste parole la bella fata si fece rossa come la vampa del fuoco e rispose: "Non tanti complimenti, signor principe: io ti sono serva e per servire questa faccia di re vuoterei anche il vaso da notte e stimo una gran fortuna che da ramo di mortella piantato in un vaso di coccio sia diventata una fronda di lauro attaccata sull'osteria di un cuore di carne e di un cuore dove è tanta grandezza e tanta virtù". Il principe a queste parole, sciogliendosi come una candela di sego, tornando ad abbracciarla e sigillando questa lettera con un bacio, le diede la mano dicendo: "Ecco la mia parola: tu sarai mia moglie, tu sarai padrona dello scettro, tu avrai la chiave di questo cuore, così come hai il timone di questa vita". E dopo queste e cento altre cerimonie e faccende, alzati dal letto, controllarono se gli intestini funzionavano e fecero lo stesso per un poco di giorni.

Ma perché la Fortuna rovina-giochi e spezza-matrimoni è sempre d'ostacolo ai passi di Amore, è sempre il cane nero che caca in mezzo ai piaceri di chi vuol bene, capitò che il principe fosse chiamato alla caccia di un gran porco selvaggio, che distruggeva quel paese, per questo fu costretto a lasciare la moglie, anzi a lasciare due terzi del cuore. Ma, perché l'amava più della vita e la vedeva più bella di tutte le bellezze, da questo amore e da questa bellezza germogliò quella terza specie, che è una burrasca nel mare delle contentezze amorose, una pioggia sul bucato delle gioie d'Amore, una fuliggine che casca dentro la minestra grassa dei piaceri degli innamorati; quella, dico, che è un serpente che morde e un tarlo che rode, un fiele che avvelena, una gelata che intirizzisce, quella per cui la vita è sempre in bilico, sempre la mente instabile, il cuore in sospetto sempre.

Perciò, chiamata la fata, le disse: "Sono costretto, cuore mio, a stare due o tre notti fuori di casa; dio sa con quanto dolore mi stacco da te, che sei la mia anima. Solo il cielo sa se prima che mi metta al trotto mi metterò al galoppo con la Morte; ma non potendo fare a meno di andare, per dare soddisfazione a mio padre, è necessario che io ti lasci. Perciò ti prego, per quanto amore mi porti, di rientrartene nel vaso e non uscirne finché non torno, il che sarà quanto prima. " "Così farò", disse la fata, "perché non so, non voglio né posso discutere quello che ti piace. Perciò parti con la mamma degli auguri, perché sono al tuo fianco; ma fammi il piacere di lasciare attaccato alla cima della mortella un filo di seta con un campanello e, quando arrivi, tira il filo e suona e io subito esco e dico eccomi".

Il principe fece così, anzi chiamato un cameriere gli disse: Vieni qua, vieni qua tu, apri le orecchie, ascolta bene: rifai sempre questo letto ogni sera, come se dovessi dormirci io in persona, annaffia sempre questo vaso e stai attento, perché ho contato le foglie e se ne trovo una di meno ti levo il pane." Così detto si mise a cavallo e se ne andò, come una pecora portata al macello, ad inseguire un porco.

Nel frattempo sette femmine di malavita, che il principe teneva con sé, visto che era diventato tiepido e freddo nell'amore e che aveva smesso di lavorare i loro campi, cominciarono a sospettare che si fosse dimenticato della vecchia amicizia per qualche nuovo legame e per questo, desiderose di dare un'occhiata, chiamarono un muratore e con un bel poco di denaro gli fecero scavare una galleria sotto la loro casa, che andò a sbucare nella camera del principe. Entrate là queste scaltre ti-mando-all'ospedale per vedere se una nuova sistemazione, se un'altra civetta gli avesse levato il turno e incantato il cliente, aprirono e, non trovando nessuno, vista la bellissima mortella, se ne presero una fronda per ciascuna; solo la più piccola prese tutta la cima, a cui era attaccato il campanello. E questo, appena toccato, suonò e la fata, credendo che fosse il principe, uscì subito fuori; ma le donnacce puttane appena videro quella cosa splendente le misero le zampe addosso, dicendo: "Tu sei quella che tiri al tuo mulino l'acqua delle nostre speranze? tu sei quella che ci ha tolto di mano quel che restava della grazia del principe? tu sei quella sgualdrina che ti sei impadronita delle carnucce nostre? sii la benvenuta! vai, che sei arrivata al colatoio! oh, meglio che tua madre non ti avesse cacato, vai, che sei pronta! hai preso Vaiano! ci sei sbattuta questa volta! che io non sia nata di nove mesi se tu non la paghi! ". Dicendo così le schiaffarono un bastone in testa e, sbranandola subito in cento pezzi, ognuna se ne prese la parte sua; soltanto la più piccola non volle metter mano in questa faccenda crudele e, invitata dalle sorelle a fare come facevano loro, non volle altro che una ciocca di quei capelli d'oro. Fatto questo, se la squagliarono attraverso la stessa galleria.

Arrivò nel frattempo il cameriere per fare il letto e annaffiare il vaso come aveva ordinato il padrone e, trovato questo bel disastro, stava per morire di spasimi e, mordendosi le mani, raccolse i resti della carne e delle ossa avanzate e, raschiato il sangue da terra, ne fece tutto un mucchietto dentro lo stesso vaso; l'annaffiò, fece il letto, chiuse e, messa la chiave sotto la porta, portò le sue ciabatte lontano da quel paese.

Ma, tornato il principe dalla caccia, tirò il filo di seta e suonò il campanello; ma suona che prendi quaglie! suona che passa il vescovo! poteva suonare a martello perché la fata faceva la distratta. Per questo, andato di filato in camera e non avendo la pazienza di chiamare il cameriere e chiedere la chiave, diede un calcio alla serratura, aprì la porta, entrò dentro, aprì la finestra, e, vedendo il vaso sfrondato, cominciò a fare un lamento da battente, gridando, strillando, vociando: " O povero me, o me disgraziato, me sfortunato, e chi mi ha fatto questo scherzo? e chi mi ha giocato questa mano di coppe? principe rovinato, guastato, distrutto! o mortella mia sfrondata, o fata mia perduta, o vita mia disgraziata! o miei piaceri andati in fumo; sapori miei inaciditi! che farai Cola Marchione sventurato? che farai, infelice? salta questo fosso! esci da questo guaio! hai perduto ogni bene e non ti tagli la gola? hai perso tutti i tesori e non ti tagli le vene? sei cancellato dalla vita e non ti precipiti giù? dove sei, dove sei, mortella mia? e quale anima più dura del piperno mi ha rovinato questo bel vaso? o caccia maledetta, che hai cacciato ogni mia gioia! ahimè, sono spacciato, sono finito, sono morto, ho finito i giorni, non è possibile che io faccia la prova di vivere questa vita senza la mia vita; allungherò per forza i piedi perché senza il mio bene il sonno sarà una tortura, il cibo un veleno, il piacere una stitichezza, la vita un'amarezza ".

Queste e altre parole da commuovere le pietre della strada diceva il principe e, dopo lungo lamento e amaro piagnisteo, pieno di pena e di rabbia, non chiudendo mai occhi per dormire né mai aprendo bocca per mangiare, lasciò tanto spazio al dolore che la sua faccia, che era prima di minio orientale, diventò d'oro falso e il prosciutto delle labbra si fece sugna rancida.

La fata, che era tornata a germogliare da quei rimasugli rimessi nel vaso, vedendo che il povero innamorato si strappava i capelli e si sbatteva e come si era ridotto a un pizzico, con un colore di spagnolo malato, di lucertola verminara, di succo di foglia, di itterizia, di pera, di culo di beccafico e di Peto di lupo, si commosse e uscita d'un balzo dal vaso, come ma luce di candela che esce da una lanterna cieca, sorprese Cola Marchione e, stringendolo tra le braccia, gli disse: "Alzati, alzati, principe mio, basta basta così! smetti questo ,pianto, asciugati questi occhi, lascia da parte la rabbia, appiana questo broncio: eccomi viva e bella a dispetto di quelle porcacce che, dopo avermi rotto la testa, hanno fatto delle mie carni quello che fece Tifone del povero fratello!" Il principe, vedendo questo quando meno se l'aspettava, dalla morte tornò alla vita e scorrendogli il calore nelle guance, il bollore nel sangue, il soffio nel petto, dopo averle fatto mille carezze moine giochini e lustrini volle sapere da cima a fondo cosa era accaduto. E, sentito che il cameriere non aveva colpe, lo mandò a chiamare e, ordinato un gran banchetto, con l'assenso favorevole del padre, sposò la fata e, invitati tutti i maggiorenti del regno, volle soprattutto che fossero presenti i sette mostracci che avevano macellato quella vitellina di latte. E, appena ebbero finito di masticare, il principe chiese ad uno per uno a tutti i convitati: "Cosa meriterebbe chi facesse del male a questa bella ragazza?", indicando a dito la fata, che era così bella che colpiva i cuori come un razzo, tirava su le anime come un argano e trascinava le voglie come un traino.

Allora tutti quelli che sedevano a tavola, a cominciare dal re, dissero uno che meritava la forca, un altro che era degna della ruota, chi delle tenaglie, chi di un precipizio, chi di una pena e chi di un'altra. E, toccando parlare alla fine alle sette cernie, anche se questo discorso non gli piaceva e cominciavano a sognarsi la malanotte, tuttavia, poiché la verità sta sempre dove il vino balla, risposero che chi avesse il coraggio anche di toccare soltanto questo dolcino dei piaceri d'Amore avrebbe meritato d'essere sepolto vivo dentro una fogna. Dato questo parere con la loro bocca, il principe disse: "Voi stesse avete difeso la vostra causa, voi stesse avete firmato la sentenza. Resta soltanto che io faccia eseguire il vostro ordine, perché siete voi quelle che, con un cuore di Nerone con una ferocia da Medea, avete fatto una frittata di questa bella testolina e avete trinciato come carne da salsicce queste belle membra. Perciò presto, su, non perdiamo tempo! che siano gettate proprio ora in una fogna maestra, dove finiscano miseramente la vita!".

Tutto fu subito eseguito, il principe maritò la sorella più piccola di quelle sgualdrine con il cameriere dandole una buona dote e dando da vivere comodamente al padre e alla mamma della mortella. Lui visse allegramente con la fata e le figlie del diavolo, chiudendo amaramente e a fatica la vita, confermarono che è vero il proverbio degli antichi saggi:

"la capra zoppa passa, se non trova chi la ferma".