Fiabe Classiche e Popolari Italiane - Basile: La colomba (Giornata II, Favola VII)

Aniello incontra Filadoro

«Lo Cunto de li cunti» («Il Pentamerone»), 1634

libro animato

Per via di una fattura che una vecchia gli fece, un principe ebbe a sopportare molte sventure, per di più sovraccaricate dalla maledizione di un'orca; alla fine però, grazie all'astuzia della figlia dell'orca, riesce a salvarsi e a sposare la ragazza.

Nel momento in cui giunse alla zeta il racconto d'Antonella, che fu molto apprezzato perché bello, elegante e dimostrativo per una giovane onorata Ciulla, cui toccava la sorte di proseguire, parlò in questo modo: "Chi nasce principe non deve comportarsi da birbante. L'uomo in vista non deve dare il cattivo esempio a chi gli è più modesto, giacché l'asino piccolo impara dal grande a mangiare la paglia: e non si sorprenda poi se il cielo gli manda guai a non finire, come capitò ad un povero principe che per le sue intemperanze diede un dispiacere ad una poveretta, cosicché rischiò di perdere in malo modo la vita".

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C'era una volta, ad otto miglia da Napoli verso gli Astroni, una macchia di fichi e di pioppi, sul quale s'infrangevano i raggi del sole, non potendolo attraversare. Lì si trovava una casetta mezza abbattuta, abitata da una vecchia che era tanto sguarnita di denti quando carica d'anni, tanto piena di gobba quando vuota di fortuna, aveva cento rughe in faccia ma senza una piega le tasche, la testa tutta argentata ma neanche una monetina d'argento per ricrearsi lo spirito, al punto che faceva il giro dei fienili dei dintorni per sostentarsi con qualche elemosina. Ma poiché attualmente si dà con più facilità una borsa d'oro ad una spia ladrona che non qualche monetina ad un povero disagiato, la vecchia durante tutta la trebbia mise insieme a malapena un piatto di fagioli, mentre tutte le case del paese, in quel periodo d'abbondanza, ne mantenevano a quintali. Ma come si suol dire, ' a paiolo vecchio bozzo o buco ', ' a cavallo magro Dio manda le mosche ' e ' ad albero caduto l'accetta ', di modo che la vecchia, puliti i fagioli e versati in una pentola, li mise sul davanzale e se ne uscì a fare un po' di legna nel bosco per cuocerseli. Ma intanto che era fuori passò di fronte alla casa Nardo Aniello, il figlio del re, che stava cacciando. Costui, intravedendo la pentola sulla finestra, gli venne l'estro di fare una sbruffonata, scommettendo con i suoi servitori su chi, mirando meglio degli altri, avesse centrato la pentola con un sasso, iniziarono così a bersagliare quella povera pentola, e dopo tre o quattro sassate il principe, colpendola nel centro, la mandò in pezzi. La vecchia tornò quando se n'erano già partiti, e trovando l'amara tragedia, cominciò a fare cose maledette gridando:

"Si stropicci pure le mani e ne vada altezzoso quel caprone di Foggia che ha cozzato contro la mia pentola, il figlio di strega che ha rotto la fossa delle sue carni, il mascalzone zoticone che ha seminato fuori stagione i miei fagioli! E se pure se non altro avere rispetto per i suoi interessi e non buttare in terra le insegne della sua casata, né mettersi sotto i piedi le cose che vanno sopra la testa! Ma vai pure, che io prego il cielo a ginocchia scoperte e con le viscere del cuore che lo faccia innamorare della figlia di un'orca che lo faccia ribollire e cuocere quando basta, e poi le buschi dalla suocera in modo che si veda vivo e si pianga morto: di modo che, trovandosi impastoiato e dalle magnificenze della figlia e dalle stregonerie della madre, non riesca mai a filar via, ma resti anche se crepa per le torture di quella brutta megera, che dovrà ordinargli i servizi a bacchetta, e fargli vedere il pane a distanza, in modo che dovrà per quattro volte rammentare con rammarico i fagioli che mi ha gettato in terra." Le condanne della vecchia misero le ali e salirono subito in cielo, tanto che, per quanto si usi dire: ' bestemmie di femmina nel sedere te le semina ', o ' al cavallo bestemmiato risplende il pelo ', stavolta fecero sbattere il naso al principe che fu lì per lasciarci la pelle, non erano difatti ancora trascorse due ore, che il principe, ritrovandosi nel bosco senza seguito, incontrò una bellissima giovane che andava raccattando chiocciole, e per giocare diceva: "Esci, esci corna che mammata ti scorna. Ti scorna sopra la terrazza e fa il figlio maschio."

Il principe, vedendosi dinanzi quello scrigno pieno dei più grandi tesori della natura, quel banco dei più ricchi depositi del cielo, quell'arsenale delle più poderose forze d'amore, non capiva cosa gli stesse accadendo, perché i raggi degli occhi di lei, passando quel volto di cristallo tondo, cogliendo l'esca del cuore suo lo avevano acceso tutto come una fornace nella quale si preparano i mattoni dei progetti per costruire la casa delle speranze. Filadoro, poiché questo era il mone della ragazza, non perse tempo: essendo di fatto il principe un bel Marcantonio, subito le trafisse da parte a parte il cuore; così che l'un l'altro si chiedevano compassione con gli occhi, e mentre le loro lingue si erano bloccate, gli sguardi erano delle trombe da banditore che diffondevano il segreto dell'anima. Dopo di che restarono per un bel pezzo entrambi con la gola intasata senza riuscire a pronunciare parola, infine il principe tolto, il tappo, il condotto della voce riuscì a proferirle: "Da quale prato è fiorito questo fiore di bellezza? Da quale cielo è piovuta questa rugiada di piacevolezza? Da quale miniera è stato asportato questo tesoro di beltà? O selve felici, oh boschi fortunati, abitati come siete da questo tesoro, pieni di luce da questa luminaria delle feste d'Amore! Oh boschi, oh selve, dove non si recidono manici per le scope, aste per le forche, né coperchi per i vasi da notte, ma solo porte per il tempio della bellezza, travi per la casa dell'amore!" "Andateci piano cavaliere mio" diede risposta Filadoro, "esagerata grazia la vostra perché è alle vostre virtù più che alle mie qualità che devo l'epitaffio di elogio che mi avete fatto, sono una donna che sa valutarsi quantitativamente, e non voglio che qualcun altro mi faccia da regalo. Ma per quella che sono, bella o brutta, nera o bianca, magra o grassa, canterina o scorreggiona, scorfana o fata, bambola o salame, sono tutta ai vostri comandi, perché questo bel taglio d'uomo mi ha fatto a fette il cuore, questa bella faccia di conte mi ha trapassato da parte a parte, e io mi do a te come una schiavetta in catene da ora e per sempre."

Non furono parole queste per il principe, ma squilli di tromba che chiamavano il ' tutti a tavola ' dei godimenti amorosi, o meglio che lo svegliarono con i tutti a cavallo della pugna d'amore, vedendosi così offerto che gli aveva attaccato il cuore. Filadoro, a questa cerimonia da principe, fece una faccia da marchesa, anzi, fece una faccia da tavolozza di pittore, nella quale si vedeva un misto del rosso del turbamento, della rossa ciliegia della paura, il verderame della speranza e il rosso fuoco della bramosia. Ma Nardo Aniello avrebbe voluto proseguire, quando gli si seccò la parola, poiché in quest'infelice vita umana non c'è vino dell'appagamento senza la feccia del ribrezzo, non c'è brodo grasso della soddisfazione senza schiuma di sventura: mentre, difatti, si trovava sul più bello, ecco che arriva d'improvviso la madre di Filadoro, la quale era un'orca così brutta che la natura doveva averla fatta com'esemplare dei mostri. Aveva i capelli come una scopa di rami secchi, ma non per pulire la casa da fuliggine e tele di ragno, ma per oscurare e affumicare i cuori; la fronte era di pietra genovese, per aguzzare il coltello della paura e lacerare i petti, gli occhi erano comete che predicevano tremiti di gambe, punture di cuori, tremori di spirito, coliche dell'anima e dissenterie di corpo, in quando aveva il terrore sulla faccia, il terrore nello sguardo, lo schianto nei passi, la diarrea nelle parole, la sua bocca era zannuta come quella di un porco, grande come quella di un mostro, storta come quella di chi ha una convulsione, piena di bava come quella di un mulo, in conclusione da capo a piedi essa era una disgrazia di deformità, un ricovero di strorpi, tanto che doveva avere una storia di Marco e Fiorella cucita sulla gamba per non morire a quella vista. L'orca, agguantato Nardo Aniello per la casacca, proferì: "Alatola! Uccello, uccello, manette di ferro!" "Siete osservatore!" controbatté il principe, "indietro canaglia!" e fece per appoggiare mano alla spada che era di buona lama. Però restò come una pecora che ha visto il lupo, che non può spostarsi né fiatare, fu così che fu trascinato nella casa dell'orca come un asino per la cavezza. Appena vi fu arrivato l'orca e l'avvissò: "Cerca di lavorare come un cane se non vuoi cessare di vivere come un porco. E tanto per iniziare fai in modo che entro oggi sia zappato e seminato questo moggio d'appezzamento, spianato come questa camera e fai tutto come si deve che se torno questa sera e non trovo finito il lavoro, t'inghiotto!"

Quindi, dopo aver ordinato alla figlia di sorvegliare la casa, se n'andò a far due pettegolezzi con le altre orche del bosco. Nardo Aniello guardandosi ridotto in quelle condizioni prese ad inondarsi il petto di lacrime, proferendo la sua fortuna che lo aveva trascinato in quel vicolo cieco. Filadoro, sì suo, lo confortava, dicendogli di stare di buon animo, giacché essa avrebbe dato il suo sangue per aiutarlo, e che non aveva l'obbligo chiamare il destino maligno se lo aveva portato in quella casa dove era così appassionatamente amato da lei, mostrando di non ricambiare il suo amore poiché era così sconfortato per quando era avvenuto. Il principe le contestò: "Non mi dispace tanto di essere calato dalla condizione da cavallo a quella d'asino, né di aver cambiato il palazzo reale con questa baracca, i banchetti apparecchiati con un tozzo di pane, il corteggio della servitù con il servire a cottimo, lo scettro con una zuppa, la facoltà di spargere terrore gli eserciti con vedermi atterrito da una brutta puzzolente, dato che considero positivamente delle fortune tutte le mie disgrazie se tu sei presente e posso osservarti con meraviglia con questi occhi. Ciò che invece mi ferisce il cuore è che ho l'obbligo zappare e sputarmi cento volte sulle mani quando prima disprezzavo di sputarmi una piaga, e, quod peius, che devo lavorare tanto quando non otterrebbero in un'intera giornata un paio di buoi. E se non termino stasera sarò mangiato da tua madre, e io non tanto patisco per il fatto di distaccarmi da questo mio corpo sfortunato, quanto all'idea d'allontanarmi dalla tua bella persona."

Così pronunciando versava lacrime a fiumi e singhiozzi a secchi. Tuttavia Filadoro, prosciugandogli gli occhi gli affermò: "Non prestare fede, vita mia di dover lavorare altro podere che non sia l'orto dell'amore, né temere che mia madre ti torca un solo capello. Hai dalla tua Filadoro non essere in dubbio poiché, se non lo sai, io sono fatata e posso pietrificare l'acqua e rendere oscuro il sole, basta e sufficit! Perciò, stammi felice poiché stasera ritroverà zappato e seminato il terreno senza che tu ci dia un colpo." Ascoltando ciò Nardo Aniello disse: "Se tu sei una fata come affermi, oh bellezza del mondo, perché non ce n'andiamo da questo paese? Voglio, difatti, averti come regina nella casa di mio padre." Filadoro rispose: "Una certa unione di stelle fa opposizione questa riuscita, ma tra poco quest'influsso passerà e saremo felici."

Tra questi e mille altri dolci dimostrazioni trascorse la giornata, fino a quando, tornata l'orca da fuori, chiamò la figlia dalla strada, dicendo: "Filadoro, scendi i capelli." Giacché essendo la casa priva di scale, saliva sempre sostenendosi alle trecce della figlia. Filadoro, percepiva la voce della madre, slegando i capelli li calò giù come una scala d'oro per un cuore di ferro, non appena salì la madre corse nell'orto e ritrovandolo ben curato rimase meravigliata, poiché le sembrava improbabile che un giovane così delicato avesse fatto quella lavoro da cane. La mattina successiva, ancora il sole non si era del tutto asciutto dall'umido del fiume indiano dal quale era riemerso, che la vecchia se ne uscì di nuovo, lasciando detto a Nardo Aniello che le facesse trovare la sera stessa sei misure di legna spezzati in quattro parti per ogni pezzo, che si trovava dentro uno stanzone, diversamente l'avrebbe affettato come un pezzo di lardo facendone stufato per cena. Il principe sfortunato, dopo aver ascoltato quest'intimazione per decreto, stava per morire tra i dolori acuti se non che Filadoro, guardandolo pallido come un morto, gli dichiarò: "Che pauroso! Povero te, avresti terrore anche della tua ombra!" "Ti pare una cosa da niente," replicò Nardo Aniello, "dividere entro questa sera sei misure di legna, ogni pezzo in quattro parti? Ahimè, sarò prima spaccato io a metà per riempire la gola di quella vecchia malaugurata!" "Non essere in dubbio" rispose Filadoro, "che senza qualcuna fatica la legna sarà ben spaccata, ma nel frattempo stai di buon umore e non mi spaccare l'anima con i tuoi lagni."

Ma non appena il sole chiuse la bottega dei suoi raggi per non percepire la luce alle ombre, ecco ritornare la vecchia che, fatta mandare giù la solita scala, se ne salì e, trovando la legna spaccata, incominciò a sospettare che la figlia desiderasse darle scacco matto. Il terzo giorno, come terza prova, gli dichiarò che doveva vuotare una cisterna di mille botti d'acqua, poiché voleva riempirla nuovamente, prima di sera, altrimenti n'avrebbe fatto salsa piccante e carne secca. Uscita la vecchia, Nardo Aniello cominciò nuovamente col suo lamento, Filadoro, osservando che soffriva sempre più spesso e che la vecchia con fare brutale proseguiva a caricare il pover'uomo di guai gli proferì: "Taci, perché passata è ormai quella combinazione del cielo che m'impediva di mettermela in pratica mia arte, e oggi prima che il sole dica mi commiato, noi diremo a questa casa stammi bene. Basta, questa sera mia madre ritroverà il paese deserto, e io desidero venirmene con te, viva o morta." Il principe, che era poco più che morto, ascoltando questa novità, si riprese e abbracciando Filadoro le disse: "Tu sei il vento di settentrione di questa barca sofferente, anima mia! Tu sei il pungolo delle mie speranze!"

Ora, quasi giunta la sera, Filadoro fece una buca una buca sottoterra che attraverso l'orto si univa ad un gran condotto, e così i due fuggirono, dirigendosi verso Napoli. Ma non appena arrivarono alla grotta di Pozzuoli, Nardo Aniello disse a Filadoro: "Bene mio, non è dignitoso introdurti nel mio palazzo a piedi e vestita così. Dunque aspetta in quest'osteria, torno subito a prenderti con i cavalli, carrozze, seguito, vestiti e altri accessori."

Così, intanto che Filadoro restava là, egli s'avviò verso la città. Nel frattempo tornata l'orca da fuori, e non rispondendo Filadoro alla solita chiamata, allarmata corse nel bosco, tagliò una grand'asta, l'appoggiò alla finestra della casa e arrampicatasi come una gatta, s'introdusse in casa. Cercando dentro e fuori, sopra e sotto e non trovando nessuno, s'accorse della fossa, guardando attentamente che andava a sbucare in una piazza, si strappò con impeto i capelli, maledicendo la figlia e il principe e implorando il cielo che al primo bacio che il suo innamorato ricevesse da chiunque, si dimenticasse di lei. Lasciamo la vecchia pronunciare i suoi paternostri selvaggi e ritorniamo al principe che, arrivato a palazzo, dove tutti lo credevano morto, mise la casa sottosopra, tutti difatti, gli correvano incontro e gli dichiaravano: "Era ora! Bentornato! Sei sano e salvo! Come sei bello!" e mille altre parole amorevoli. Ma mentre saliva di sopra, a mezza scala s'imbatté con la madre che lo abbracciò e lo baciò dichiarandogli: "Figlio mio, mio tesoro, pupilla dei miei occhi, dove sei stato? E come mai hai ritardato tanto, tenendoci tutti preoccupati?" Il principe non sapeva cosa replicare, avrebbe voluto descrivere le sue vicende sfortunate, ma non appena la mamma lo aveva baciato con le sue labbra di papavero, per il malaugurio dell'orca aveva perso il ricordo tutto quello che gli era successo. Nel momento in cui la regina gli annunciò che per levargli quell'abitudine di andare a caccia e di sciupare la vita nei boschi, gli avrebbe dato moglie. "Ben giunga" disse il principe, "eccomi pronto e disposto a fare tutto ciò che la mamma, mia signora desidera." "Così fanno i figli benedetti" confermò la regina.

Dunque si misero d'accordo che entro quattro giorni avrebbero portato la sposa in casa, una signora dall'alta aristocrazia che dalle Fiandre era giunta per caso in quella città. Organizzarono dunque una gran festa e i banchetti, ma nel frattempo Filadoro, vedendo che il marito tardava troppo e ronzandole non so come all'orecchio la voce di questa festa che si andava diffondendo dappertutto, osservato il garzone dall'oste che essendo sera, se n'era andato a letto, decise di asportargli i vestiti dal capo del letto, lasciati i suoi abiti, camuffata da uomo se n'andò alla corte del re dove i cuochi tanto erano impegnati e avevano bisogno d'aiuto che la presero come aiutante. Arrivata la mattina dell'appuntamento, quando il sole sul banco del cielo mostra i privilegi sigillati di luce messi d'accordo dalla natura, e vende i segreti che rendono chiaro la vista, giunse la sposa a suono di cennamelle e di trombette. I tavoli erano apparecchiati e tutti si misero a sedere, lo scalco tagliò un grosso timballo all'inglese che Filadoro aveva preparato con le sue mani e ne fece uscire una colomba così bella che i commensali, dimenticarono di mangiare, restarono meravigliati a guardare con ammirazione la bellezza. Ma la colomba, con voce misericordiosa, si rivolse al principe e disse: "Hai mangiato forse cervello di gatta. Oh principe, perdendoti il ricordo dell'affetto di Filadoro? La tua memoria ha cancellato i favori che ti ha reso, oh sconoscente? Così contraccambi i benefici che ti ha procurato, oh irriconoscente? L'averti liberato dagli artigli dell'orca, l'averti offerto la vita e se stessa? È questo il gran pagamento che dai a quella disgraziata giovane per l'amore profondo che t' ha manifestato? Dì che si levi e se ne vada via, dì che spolpi l'osso prima che arrivi l'arrosto! Oh sventurata quella compagna che troppo s'ingravida con le parole degli uomini, che sempre portano con le parole l'ingratitudine, coi favori la sconoscenza, coi debiti la mancanza di memoria! Ecco, l'infelice credeva di fare la pizza nella buona bocca e ora le tocca giocare a taglia casatiello, credeva di fare con te addosso addosso e ora tu fai tana tana! Pensava di poter spezzare un bicchiere con te e invece ha rotto il vaso da notte! Va, non ti angosciare, faccia da negadebirti, che ti colgano per diritto le bestemmie di tutto cuore che quella sciagurata ti fa giungere! Ti accorgerai di quel che costa imbrogliare una fanciulla, deludere una povera innocente facendole questo bel trucco mucco, portandola folio a tergo intanto che ella ti portava intus vero, collocandola sotto la coda mentre lei ti metteva sopra la testa, e mentre lei ti faceva da domestica, tenerla dove si fanno i clisteri! Ma se il cielo non si è messo la benda sugli occhi, se gli dei non si sono schiaffati il turacciolo nelle orecchie, guarderanno il torto che le hai fatto e, quando meno te lo aspetti, giungeranno la vigilia e la festa, il lampo e il tuono, la febbre e la dissenteria! Basta, pensa a mangiar bene, placa le tue voglie, spassatela con la sposa novella, la povera Filadoro, filando sottile, romperà il filo della sua vita e ti lascerà campo aperto per rallegrarti la nuova moglie.

Pronunciate queste parole se ne volò fuori dalle finestre e il vento la trascinò distante. Il principe, udita questo sfogo violento colombesca, restò confuso a lungo. Finalmente chiese di dove giungesse il pasticcio, quando venne a conoscenza dallo scalco che l'aveva preparato uno sguattero di cucina assunto per l'occasione, volle che questi gli comparisse davanti. Ma Filadoro si buttò ai piedi di Nardo Aniello, sciogliendosi in una colata di pianto, non faceva che affermare: "Cosa ti ho fatto, cagnaccio? Che ti ho fatto?" Il principe, in virtù della magnificenza dell'incantesimo di lei, si rammentò degli obblighi presi nel tribunale dell'amore, così che facendola subito alzare e sedere di fianco a lui, narrò alla madre il grande legame che lo legava a quella bella giovane, e quando essa avesse fatto per lui, e la parola datale, che andava conseguentemente mantenuta. La madre, non possedendo altro bene che questo figlio, le affermò: "Fai quello che credi, purché sia salvo l'onore e il gusto di questa signorinella che hai preso in sposa." "Non vi angosciate per me" rispose la sposa, "giacché io, per dire le cose come stanno, sarei rimasta forzatamente in questo paese. Ma dal momento che il cielo me l' ha mandata buona, con il vostro concesso, me ne ritornerei alla volta della Fiandra mia, per ritrovare gli avi dei boccali in uso a Napoli, dove, considerando di accendere una lampada, s'era quasi spenta la lanterna della mia vita." Il principe con immensa gioia le offrì vascello e compagnia, quindi, fatta vestire Filadoro da principessa e levate le tavole, fece venire i buttafuochi e s'iniziò il ballo che durò fino a sera. Quando poi, essendo la terra vestita a lutto per l'estremo saluto del sole, furono accese le torce, per le scale si udì un gran rumore di campanelli, in seguito al quale il principe disse alla madre: "Sarà qualche bella pagliacciata per onorare questa festa. I cavalieri napoletani sono molto ossequiosi e quando è necessario non badano a spese."

Nel tempo in cui dicevano queste cose, apparve in mezzo alla sala una maschera orribile che non era più alta che tre spanne, ma era larga più di una botte. Arrivata davanti al principe proferì: "Vieni a conoscenza, Nardo Aniello, che i tuoi scherzi, le tue mascalzonate, ti hanno condotto a tutte le avversità che hai passato. Io sono l'ombra di quella vecchia cui hai rotto il tegame e che per la fame sono morta denutrita. Ti ho lanciato la maledizione d'incappare nei tormenti di un'orca e le mie preghiere sono state ascoltate. Ma grazie al potere di questa bella fata sei riuscito a sfuggire quei guai. Subisti un'altra maledizione dall'orca, che al primo bacio che ti fosse dato ti perdessi il ricordo di Filadoro. Tua madre ti ha baciato e lei è uscita dalla tua ragione, ma grazie alle sue arti ora te la ritrovi di fianco. Torno attualmente a scomunicarti, per richiamarti alla memoria il danneggiamento che mi hai fatto ti possa trovare sempre di fronte i fagioli che mi hai scaraventato in terra, e si rendi effettivo il proverbio ' A chi semina fagioli, gli nascono corna '".

Detto ciò, si liquefece come argento vivo, dal momento che non se ne vide il fumo. La fata, che adocchiò il principe diventare pallido a queste parole, lo rinfrancò affermandogli: "Non avere timore, marito mio, ascolta e dimentica: se è una fattura, non sia considerata, io ti porto fuori del fuoco!". Infine, detto ciò e terminata la festa, andarono a letto, e il principe per rafforzare l'impegno della nuova fedeltà promessa, fece sottoscrivere i due testimoni. Le tribolazioni passate fecero più gradevoli i piaceri presenti, e fu chiaro nel crogiolo degli avvenimenti del mondo che:

chi mette il piede in fallo e non cade, procede nel cammino.