Fiabe Classiche e Popolari Italiane - Basile: Cagliuso (Giornata II, Favola IV)

(testo esaminato e riadattato in italiano moderno da me; per favore, vedasi note a pié di pagina.)

Cagliuso fa fortuna

«Lo Cunto de li cunti» («Il Pentamerone»), 1634

libro animato

Cagliuso, grazie alla benignità di una gatta lasciatagli dal padre, diventa un signore; ma poi, le dimostra ingratitudine, ed essa glielo rinfaccia.

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C'era una volta nella mia città di Napoli, un vecchio pezzente miserabile e senza un soldo, dalle tasche così vuote, senza il minimo gonfiore al borsellino, che se ne andava in giro nudo come un pidocchio. E un giorno, nel mentre che sentì svuotarsi i sacchi della vita, chiamò a sé Oraziello e Pippo, i suoi due figli, dicendo loro: "Sono stato ormai citato in giudizio a pagare il mio debito con la Natura; e credetemi, se siete dei buoni cristiani, che proverei un gran sollievo alla sola idea di essere finalmente liberato da questo inferno d'affanni, da questo porcile di travagli, se non fosse che vi lascio in una miseria immensa quanto la chiesa di Santa Chiara, abbandonati come straccioni sulle cinque vie di Melito, puliti come la bacinella di un barbiere, leggeri come l'acqua e secchi come un nocciolo di prugna, senza una briciola di beni che trasporterebbe una mosca su una zampa sola, che, manco se correste cento miglia potreste perdervi per strada uno spicciolo. E tutto questo perché il mio destino infame e crudele mi ha condotto alla merda dei cani, e come cacca son rimasto anch'io, tanto che ora m'abbandona persino la vita, e come mi vedi, così mi puoi descrivere, che sempre, come sapete, ho fatto sbadigli e segni della croce, e alla fine son andato a letto senza candela. Nonostante tutto questo, ora che sto per morire, voglio ugualmente lasciarvi un qualche segno d'amore; perciò, a te, Oraziello, che sei il mio primogenito, voglio lasciare quel setaccio che sta appeso al muro e con il quale ti potrai guadagnare il pane; e tu, che sei il cucciolo di casa, pigliati la gatta, e ricordatevi sempre del vostro papà." E così dicendo, scoppiò in lacrime e poco dopo disse: "Addio che è notte!". Oraziello, dunque, una volta sepolto il padre, si prese per sé il setaccio e cominciò a correre a destra e a manca per guadagnarsi da vivere, tanto che, più setacciava, e i più guadagnava. Mentre Pippo, presa con sé la gatta, cominciò a dire: "Ma tu guarda che grama eredità che mi ha lasciato mio padre! Non mi resta un centesimo bucato per me, e ora mi tocca sfamare anche te! Che cosa dovrei farmene di questo misero lascito? Quasi quasi sarebbe stato meglio se non mi avesse lasciato nulla!" Ma la gatta, sentendo tali lamentele, gli disse: "Tu ti lamenti anzitempo, senza neanche immaginare lontanamente la fortuna che ti è capitata per le mani, perché io son capace anche di farti diventare ricco, se mi ci metto!" Pippo, nel sentire una simile dichiarazione, ringraziò sua Sua Gatteria, e, facendole tre o quattro carezze sulla schiena, prese a raccomandarsi caldamente, tanto che la gatta, che ebbe compassione per il povero disgraziato Cagliuso, ed ogni mattina, quando il Sole, attirato all'amo d'oro della luce, pesca le ombre della Notte, s'appostava alla spiaggia di Chiaia o alla Pietra del Pesce, e, avvistando qualche grosso cefalo o una bella orata, con le sue zampette afferrava le sventurate prede e andava dritta di filato a consegnarle al re, dicendo: "Il mio padrone, Messer Cagliuso, fedele suddito di Vostra Maestà per l'eternità, vi omaggia di questo pescato con queste precise parole: "Un piccolo dono, per un grande uomo." " Il re, tutto lusingato come accade in questi casi, fece una faccia allegra, e rispose alla gatta: "Dì al tuo signore che non lo conosco, ma che lo ringrazio infinitamente." Qualche altra volta, invece, la gatta si recava in zone di caccia, nella palude o agli Astroni, e s'appostava, aspettando che i cacciatori facessero cadere in terra le loro prede, che potevano essere, una volta un rigogolo, altre, una cinciallegra o ancora, una capinera, e, furtivamente le catturava e dritta, volava a portarle al re, richiamandosi ogni volta alla medesima ambasciata. E usò questo trucco così a lungo, che una mattina il re le disse: "Io mi sento così obbligato nei confronti del tuo padron Cagliuso, che desidero conoscerlo, per poter ricambiare tutta la gentilezza che egli ha usato verso di me." Al che, la gatta rispose: "L'unica missione che ha nel cuore il mio padrone, è quella di impiegare la sua vita e il suo stesso sangue per servire la Vostra Sacra Corona; pertanto, uno di questi giorni, quando il Sole avrà dato fuoco alle stoppie dei campi dell'aria, verrà senz'altro a rendervi omaggio." Così, quando fu il momento, la gatta tornò dal re, e gli disse: "Signore mio, Messer Cagliuso Vi porge le sue più umili scuse, ma non può venire, perché stanotte certe cameriere disoneste sono fuggite e l'hanno lasciato in maniche di camicia." Il re, sentendo tutto ciò, ordinò ai servi di prelevare dal suo guardaroba personale biancheria e abiti e li inviò a Cagliuso. Non passarono due ore che il ragazzo si recò al palazzo reale, scortato dalla sua gatta; il re lo ricevette con tutti gli onori, lo fece sedere accanto a sé, e ordinò per lui un banchetto luculliano. Ma mentre mangiava, di tanto in tanto Cagliuso diceva alla gatta: "Micetta mia, ti raccomando quei quattro stracci, fà in modo che non vadano perduti." E la gatta rispondeva: "Zitto, stolto, o ci scopriranno!" E il re, volendo sapere cosa stesse succedendo, la gatta rispose che l'era venuta una voglia tremenda di limoni, così, il re mandò un servo in giardino a prendergliene un cestino pieno. Ma dopo un pò, Cagliuso si rifaceva sotto con la stessa musica, rampognando sugli stracci e le pezze, ed ecco che la gatta doveva affrettarsi a trovare un altra scusa per rimediare alle fesserie di Cagliuso. Finito il lauto pasto, dopo aver mangiato e chiacchierato in abbondanza di questo e di quello, Cagliuso si congedò, mentre quella volpe della gatta si trattenne con il re, facendogli una bella sviolinata sulle qualità e sul valore del padrone, vantandosi dell'ingegno di quell'idiota di Cagliuso, e sopratutto, lodandone le vaste ricchezze sparse per le campagne lombarde e romane, e facendogli notare che una tal virtù lo rendeva degno di diventare parente di un sovrano. Il re volle sapere a quanto ammontasse il patrimonio di Cagliuso, ma la gatta rispose che non si poteva tenere il conto dei mobili, degli stabili e delle suppellettili di questo riccone, che non sapeva quello che aveva, ma che se il re avesse voluto informarsi, avrebbe potuto inviare i suoi fedeli a vedere, e avrebbe avuto la prova che non v'era al mondo ricchezza più grande. Così, il re mandò a chiamare i suoi dignitari e ordinò loro di prendere precise informazioni sui possedimenti di Cagliuso, ed essi seguirono la gatta, la quale, con la scusa di fargli trovare un pò di frescura per la strada, appena furono fuori dai confini del regno, quatta quatta s'affrettò a distanziarli, ed ogni volta che incontrava qualche gregge di pecore, delle mandrie di vacche, o di altri animali di valore, diceva a gran voce ai pastori e ai guardiani: "Ehi, voi, se ci tenete alla pellaccia, vi consiglio di andarvene subito, perché ci sono in giro dei banditi che razziano per tutta la campagna! Perciò, se volete salvarvi e preservare i vostri averi, dite che tutto quello che si trova qui intorno, appartiene a Messer Cagliuso, e non vi torceranno un solo capello." Lo stesso diceva quando incontrava delle fattorie: ovunque arrivava il corteo del re, trovava la zampogna accordata, e chiunque confermava che tutto quanto c'era nei paraggi, apparteneva al signor Cagliuso. Così, a forza di domandare, alla fine si stancarono e tornarono dal re, raccontando mari e monti sui possedimenti di Messer Cagliuso. A quel punto, il re promise un lauto compenso alla gatta se avesse combinato il matrimonio, e la bestiola, uan volta fatta la spola di qua e di là, concluse gli accordi e le nozze furono celebrate. Il re consegnò una grosse dote a Cagliuso, ed egli, dopo un mese di baldoria, disse che desiderava portare con sé la sposa a visitare le sue terre, e, accompagnati dal re fino al confine, se ne andò in Lombardia, dove, sotto consiglio della gatta comprò svariate terre e proprietà, finché diventò un barone.

Così, Cagliuso, che si vide arricchire a piene mani, ringraziò a non finire la gatta, dichiarandosi suo eterno debitore, perché riconosceva che senza il suo aiuto, non avrebbe mai conseguito fama e ricchezza. Si disse immensamente grato a quella gatta, che con i suoi artifici era riuscita a cambiargli la vita, molto di più di quanto avesse mai fatto l'ingegno di suo padre, e aggiunse che da quel momento essa poteva fare e disfare della sua vita come più le aggradava, e le diede la sua parola d'onore che se fosse morta, di lì a cent'anni, l'avrebbe fatta imbalsamare e mettere dentro ad una gabbia d'oro, e che l'avrebbe custodita per sempre in camera sua, per tenere per sempre vivo il suo ricordo. La gatta, di fronte a quella sparata, dopo neanche tre giorni si finse morta e si distese per la lunga in giardino; il fatto, però, non sfuggì agli occhi della moglie di Cagliuso, la quale gridò: "Oh, marito mio, vieni a vedere! Che disgrazia! La gatta è morta!" E Cagliuso: "Oh, bhè, che il diavolo la porti. Meglio lei che noi!" "Ma cosa ne faremo?" replicò la moglie. "Prendila per una zampa e buttala dalla finestra."

La gatta, sentendo tanta ingratitudine come mai si sarebbe sognata, cominciò a dire: "Bhè, sarebbe questo il ringraziamento per tutti i pidocchi che t'ho leccato via dal collo? Sarebbero questi i tuoi mille grazie per gli stracci che ti ho fatto buttare, che a malapena ti coprivano il culo? Questo è quanto ho guadagnato dopo che ti ho ripulito e rivestito? Dopo che da pezzente, sbrindellato, pidocchioso, straccione e miserabile, ti ho sfamato quando morivi di fame, e trasformato in gran signore? Si, si, ecco quel che si guadagna a fare del bene agli asini! Vattene, e maledetto il giorno che ti ho incontrato, visto che ti sei già scordato tutto quello che ho fatto per te! Vattene, scalzacane, che meriteresti soltanto uno sputo in un occhio per la tua ingratitudine! Bella gabbia d'oro che mi avevi costruito, bella sepoltura che avevi programmato per me! Vattene, sgobba tu, lavora, fatica, stenta, suda tu, adesso, per essere ringraziato in questo modo! Reietto sia chi mette sul fuoco la pignatta per le speranze del suo prossimo. Diceva bene quel filosofo: Chi asino nasce, asino crepa! Insomma, chi più fa, meno aspetta. Ma sono solo belle parole e pessimi fatti che ingannano solo i matti e i saggi." E così dicendo, scappò via, e, per quanto Cagliuso, con il polmone dell'umiltà, cercasse di farsi d'ingraziarsela, non ci fu più verso di farla ritornare sui suoi passi, ma, correndo via senza neanche guardarsi più indietro, diceva:

"Dio ci scampi dal ricco quando è impoverito
e dal pezzente quando s'è arricchito."

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