Fiabe Classiche - Asbjørnsen e Moe: Vero e Falso.

(testo tradotto da me e distribuito con licenza CC 3.0 Italia. Per favore, vedasi note a pié di pagina.)

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(illustrazione per la fiaba popolare norvegese reperita sul sito: TittaFroskens eventyrfavoritter. Passaci sopra il mouse per ingrandirla.)

«Norske Folkeeventyr», 1842-1870

libro animato

C'erano una volta due fratelli; uno si chiamava Vero, e l'altro, Falso. Vero era sempre onesto e buono con tutti, mentre Falso era cattivo e bugiardo, tant'è che nessuno aveva più fiducia in lui. La loro madre era una povera vedova, e non potendoli più mantenere, appena furono grandi si vide costretta a mandarli via di casa, affinché potessero guadagnarsi da soli il pane quotidiano; diede loro uno zaino per uno con dentro un po' di cibo, e infine i due pellegrini partirono. Vagarono tutto il giorno, e perciò, a sera erano stanchi ed affamati: pensarono, quindi, che un boccone ci sarebbe stato proprio bene e così si fermarono nel bosco; si dettero ai piedi di un albero sdradicato dal vento, aprirono le loro sacche e s'apprestarono a cenare. «Se non ti dispiace» disse Falso, «consumiamo prima il contenuto della tua, finché ce n'è; poi mangeremo dalla mia.» Vero acconsentì volentieri, e cominciarono a mangiare; ma Falso tenne per sé tutte le parti migliori e se ne riempì la pancia, mentre a Vero toccarono soltanto avanzi e croste di pane bruciato.

Il mattino dopo aprirono di nuovo la bisaccia di Vero, e dopo averci anche pranzato, non rimase più niente; così, a sera, dopo che ebbero viaggiato fino all'ora tarda e venne il momento di rifocillarsi nuovamente, Vero volle prendere quello che era rimasto nella sacca di Falso, ma quello si rifiutò, dicendo che quel cibo era solo suo, e che bastava appena per sé stesso. «Ma tu hai mangiato il mio fino a quando ce n'è stato» obbiettò Vero; «Ed è stato giusto così» rispose Falso, «ma se tu sei così sciocco da farti soffiare il cibo sotto il naso, poi non ti devi lamentare: perciò non ti resta che startene lì seduto a morir di fame.» «Ah, è così? è proprio vero che sei falso di nome e cattivo di cuore: così sei ora, e così sarai per tutta la vita.» Quando Falso si sentì dire così, andò su tutte le furie e si scagliò sul fratello; gli cavò tutti e due gli occhi e gli disse: «Provaci adesso a vedere se la gente è falsa e cattiva, avvoltoio cieco che non sei altro!» E il povero Vero dovette proseguire a tentoni il cammino attraverso la fitta foresta!

Rimasto solo nell'oscurità, non sapeva neppure più da che parte andare, quando all'improvviso tastò il tronco d'albero di un grande tiglio, e pensò di arrampicarcisi sopra e passare lì la nottata, al riparo dalle bestie feroci; "Quando gli uccelli comincieranno a cinguettare" si disse, "vorrà dire che si è fatto giorno, e allora proseguirò a tentoni." Si arrampicò su, e poco dopo s'accorse della presenza di qualcuno, di sotto, il quale aveva cominciato a far rumore di pentole e cucchiai. Dopo un po', anche qualcun altro si unì al primo venuto, e, uno dopo l'altro, formarono un allegra brigata, e il ragazzo vide l'Orso Bruno, il Lupo Grigio, la Volpe di Fuoco, e la Lepre Orecchie-Lunghe, che si erano riuniti per festeggiare il giorno di San Giovanni. Cominciarono così a mangiare e a gozzovigliare; e a fine pasto si misero a chiacchierare. A un certo punto la Volpe disse: «Sentite, perché non ci raccontiamo qualche storiella fra di noi, giusto per passare un po' il tempo?» Gli altri non ebbero nulla in contrario, e anzi, dissero che sarebbe stato divertente. Cominciò l'Orso, che era il leader della compagnia.

«Il Re d'Inghilterra è mezzo cieco, e ci vede pochissimo; ma se solo venisse a questo tiglio la mattina presto, quando le foglie sono ancora umide di rugiada, e se se ne bagnasse gli occhi, tornerebbe a vedere anche meglio di prima.» «Verissimo!» aggiunse Lupo Grigio, «Il Re d'Inghilterra ha pure una figlia sordomuta, ma se solo sapesse quello che so io, la guarirebbe sicuramente. L'anno scorso fece la comunione, ma ella si lasciò cader di bocca un pezzettino piccolo di pane; venne un grosso rospo e lò inghiottì, e da quel giorno ella non parla più, ma se solo scavassero sotto il pavimento della cappella, vi troverebbero il rospo seduto sull'altare, con ancora quel pezzettino conficcato nella gola. Se aprissero in due la gola del rospo, e la principessa potesse mangiare di nuovo quel pane, tornerebbe subito a parlare a sentirci come tutti gli altri esseri umani normali.» «Tutto molto giusto» proferì la Volpe, «ma se il Re d'Inghilterra sapesse quello che io so, non gli mancherebbe l'acqua buona, poiché sotto la grande pietra che si trova nel suo cortile padronale, c'è una sorgente d'acqua purissima, la migliore che si possa desiderare.. potrebbe estrarla, se solo sapesse dove scavare.» «Eh..» disse la Lepre a voce bassa, «il Re d'Inghilterra ha il più magnifico frutteto che esista sulla Terra, ma non ci ricava nemmeno una mela acerba, perché sotto c'è sepolta una grande catena d'oro che ci gira intorno per tre volte: se solo riuscisse a estirparla, il suo giardino non avrebbe eguali.» «Verissimo, direi» disse la Volpe, «ma si sta facendo tardi, ed è ora di tornare a casa.» E così dicendo se ne andarono via tutti insieme. Rimasto solo sull'albero, Vero si addormentò, ma all'alba, cominciarono a cinguettare, e allora si svegliò. Si strofinò gli occhi con la brina, e così tornò a vederci bene come prima. Fatto questo, se ne andò dritto al palazzo del Re d'Inghilterra; chiese lavoro e l'ottenne all'istante.

Un giorno il re uscì a passeggiare in giardino; siccome faceva caldo, dopo aver camminato un po' gli venne sete e volle bere; mandò a prendere l'acqua, ma quando gliela porsero, s'accorse che era così fangosa, sporca e disgustosa. La qual cosa assai lo contrariò, e gridò: «In tutto il mio regno, non c'è un solo suddito che abbia acqua così scadente nel suo giardino, eppure quella che giunge al mio palazzo è pura acqua di sorgente, che sgorga da alti monti e valli lontane.» «Avete assolutamente ragione, Maestà» disse Vero, «ma se avrete la compiacenza di affiancarmi qualcuno dei vostri uomini, io scaverò per togliere di mezzo questa grossa pietra che giace al centro dei Vostri giardini, e subito avreste acqua pura in abbondanza.» Il Re acconsentì ben volentieri; Vero e gli altri uomini rimossero la pietra e scavarono appena in profondità, e subito un bel getto d'acqua prese a zampillare vigorosamente, e videro che era l'acqua più chiara e pulita che si fosse mai vista in tutta l'Inghilterra, limpida e nitida come quella che esce dalle condotte.

Poco tempo dopo, il re passeggiava di nuovo in giardino, mentre un enorme falco planò per impossessarsi dei polli reali.. Dietro al falco, ecco tutti i servi e i cortigiani a dargli la caccia, gridando: «Eccolo là! Eccolo là!» Allora il re brandì il fucile per sparargli, ma siccome non vedeva bene da lontano, fallì il tiro e ciò lo depresse assai; «Quanto vorrei che esistesse una cura per la mia vista.. già so che presto sarò cieco.» «Maestà, una cura esiste» disse Vero, e così dicendo spiegò al sovrano come si era curato da solo gli occhi. E così, come potete immaginare, il re partì subito alla volta dell'albero di tiglio, e i suoi occhi guarirono nello stesso istante in cui li bagnò con la rugiada del mattino. Da quel momento in poi, non ci fu nessuno che fosse tanto caro al re, il quale decise di non privarsi mai più della sua compagnia: ovunque egli re andasse, Vero lo seguiva fedelmente.

Un giorno, mentre passeggiavano insieme nel frutteto, il re disse: «Non riesco a spiegarmi come mai non ci sia altro uomo in tutta l'Inghilterra che spenda tanto denaro quanto me per il suo frutteto, eppure le mie piante da frutto sono totalmente improduttive.» «Eh già!» esclamò Vero, «Se solo potessi estirpare quella cosa che gira intorno al frutteto per tre volte, e se con l'aiuto dei Vostri uomini potessi mettermi a scavare, i Vostri alberi da frutto diventerebbero i più rigogliosi di tutto il regno.» Il re ne fu entusiasta ed assegnò a Vero degli aiutanti; cominciarono gli scavi, e finalmente riuscirono ad estirpare tutta la catena. E fu così che Vero divenne un uomo ricchissimo, da superare in ricchezze persino il re, il quale però non se ne rammaricava, poiché il suo bel frutteto crebbe e divenne così florido e prospero, che i rami delle piante pendevano a terra per quanto erano carichi di pere e di mele, e tutta la frutta reale era la più dolce e succosa che si potesse assaggiare.

Un'altra volta ancora, il re e Vero passeggiavano insieme, chiacchierando; passò di lì la principessa, e il volto del re si velò di tristezza tutto a un tratto. Disse: «Non è un peccato che una principessa incantevole come mia figlia sia privata del dono della parola e dell'udito?» E vero rispose: «Oh, ma una cura esiste già, Maestà.» Quando il re lo seppe, fu talmente felice da promettergli metà del suo regno e la mano di sua figlia, in cambio di quel rimedio. Così, Vero, insieme ad altri uomini, andò in chiesa e tirarono fuori il rospo che stava seduto sotto l'altare. Lo tagliarono in due, tirarono fuori quel pezzettino di pane, e lo fecero mangiare alla principessa, la quale riacquistò subito la parola e ricominciò a sentire e a conversare come tutti le altre persone.

Ma proseguiamo. Ora, Vero stava per sposare la principessa; i preparativi erano terminati, e i festeggiamenti stavano per cominciare, e sarebbe stato il giorno più bello del mondo, tanto che nel regno non si parlava d'altro. E proprio durante il ballo nuziale, si presentò un mendicante a chiedere l'elemosina. Era così sporco, i suoi vestiti erano tanto logori e consunti, che tutti si voltarono a guardarlo, ma Vero lo riconobbe subito, perché era Falso, suo fratello. «Mi riconosci?» gli chiese. «E come potrebbe uno come me conoscere un gran signore come Voi?» «Eppure ci conosciamo» disse Vero, «quelli che hai di fronte sono proprio gli occhi di colui che accecasti un anno fa esatto. Falso di nome e di cuore: lo dissi allora e lo ripeto qui oggi, ma dopotutto sei sempre mio fratello, e non posso negarti un tozzo di pane. Poi, potrai andare ad arrampicarti sullo stesso tiglio sul quale stetti io: se porterà fortuna anche a te, tanto meglio.»

E Falso non se lo fece ripetere due volte. "Se Vero è diventato ricco e potente dopo essersi seduto su quell'albero, tanto che in un anno è diventato re di mezza Inghilterra, figuriamoci a me come andrà." Pensava. Andò nel bosco e salì sul tiglio. Poco dopo, ecco tornare tutte le bestie dell'altra volta a fare il banchetto di San Giovanni sotto l'albero. Quando ebbero finito di mangiare, la Volpe avrebbe voluto scambiare di nuovo con gli altri qualche racconto, e Falso, che stava lì sopra appostato, era così pronto ad origliare che le sue orecchie pendervano a terra. Ma l'Orso Bruno, che quella sera non era in vena, brontolò e disse: «Qualcuno ha spifferato quello che ci siamo detti l'anno scorso, perciò, stavolta è meglio tener la bocca chiusa e farci i fatti nostri». Così dicendo tutti gli animali si diedero la buona notte e se ne andarono a casa.

E così Falso rimase esattamente quel che era, Falso di nome e di cuore.

(Traduzione dall'inglese di Valentina Vetere)

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Note sulla fiaba

La fiaba fa parte del type 613 del sistema di catalogazione AArne-Thompson, "The Two Travelers: Truth and Falsehood." [I due viaggiatori: Verità e falsità]

Annota il prof.Ashliman: «Nella cultura popolare cristiana, si festeggia il giorno di San Giovanni il 23 giugno, mentre il 24 è il cosiddetto "giorno di mezza estate", in concomitanza con il solstizio estivo. In tutta l'Europa del Nord un periodo tradizionalmente associato alla magia, agli elfi, al soprannaturale."

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Questa fiaba è stata tradotta da me dall'inglese. La fonte del mio lavoro è il testo reperito in questa pagina, che è una revisione in inglese moderno del prof. Ashliman della traduzione dal novergese di George Webbe Dasent in "Popular Tales from the Norse" (1859). Chiunque desideri questo testo per i propri siti, può prelevarlo liberamente, seguendo le medesime condizioni regolate dalla licenza Creative Commons 3.0 indicata a fondo pagina, in segno di rispetto per il mio lavoro. Grazie per l'attenzione.

(Documento creato il 12/10/2013.)

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