Fiabe Classiche - P.C. Asbjørnsen: Re Valemon, l'orso bianco.

(Testo esaminato e tradotto da me; per favore, vedasi note a pié di pagina.)

immagine illustrativa

(Immagine illustrativa: by Theodor Kittelsen (1912). [P.D.]. Via Wikimedia Commons. Passaci sopra il mouse per ingrandirla.)

«Norske Folke-Eventyr. Ny Samling», 1871

libro animato

C'era una volta un re che aveva due figlie cattive e brutte, ma la terza era bella e dolce come la luce del giorno, e tutti l'adoravano, compreso il re. Una notte ella sognò una ghirlanda d'oro, così bella che sentì di non poter più vivere senza averla, ma siccome non sapeva come procurarsela, cominciò a struggersi dal dispiacere e smise persino di parlare. E quando il re seppe come stavano le cose, chiamò a sé tutti gli orafi del regno affinché ne forgiassero una identica a quella che la principessa aveva visto in sogno. Lavorarono notte e giorno, ma inutilmente, perché la principessa le respingeva tutte, e a volte si rifiutava persino di vederle. Un giorno, mentre vagava per il bosco, vide un orso bianco che giocava con una ghirlanda d'oro che teneva tra le zampe, che era identica a quella che aveva sognato; allora la fanciulla volle comprarla, ma l'orso non era interessato al denaro e non era disposto a venderla; la principessa rispose allora che non valeva più la pena di vivere se non poteva averla, e che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di ottenerla. Alla fine l'orso acconsentì, a patto ch'ella accettasse di andare via con lui; ella si disse disposta e così, l'orso disse che il prossimo giovedì, tre giorni dopo, sarebbe tornato a prenderla. La principessa tornò a corte, e nel vederla rientrare con la ghirlanda, tutti si rallegrarono, perché la videro di nuovo felice e contenta, e il re era tranquillo perché pensava che sarebbe stato facile tenere l'orso lontano dal castello. Il giovedì, le guardie reali accerchiarono il palazzo, ma quando arrivò l'orso bianco, non riuscirono a respingerlo, poiché le loro armi si rivelarono inoffensive contro di lui; l'orso abbatté l'esercito da ogni lato finché ridusse i soldati a un mucchio, e il re, comprendendo di essere in pericolo, fece uscire la figlia maggiore, così l'orso bianco se la mise sul dorso e se la portò via. Dopo che ebbero camminato per un bel pezzo, chiese alla fanciulla: "Stai comoda? Ti piace quel che vedi?" Ed ella rispose: "No, stavo più comoda sulle ginocchia di mia madre, e la vista del palazzo di mio padre mi piaceva di più." "Allora non sei quella giusta" disse l'orso bianco, e la rimandò indietro. Il secondo giovedì si ripresentò a palazzo, e fece esattamente come aveva fatto la settimana precedente: i soldati del re non poterono fare nulla contro di lui, poiché né le armi d'acciaio, né quelle di ferro sembravano ferirlo, ed egli li schiacciò tutti come insetti; allora il re lo supplicò di fermarsi, e gli diede la sua secondogenita. L'orso la prese con sé e se la portò via. Dopo che ebbero viaggiato per un bel po', le chiese: "Stai comoda? Ti piace quel che vedi?" Ed ella rispose: "No, stavo più comoda sulle ginocchia di mia madre, e la vista del palazzo di mio padre mi piaceva di più." "Allora non sei quella giusta" disse l'orso bianco, e la rispedì a casa come l'altra. Il terzo giovedì fece di nuovo incursione a palazzo, e questa volta la battaglia fu ancora più cruenta, finché finalmente il re capì che non poteva permettere all'orso di annientargli l'intero esercito, perciò, si rassegnò a concedergli la figlia minore. L'orso se la mise sul dorso e insieme viaggiarono in lungo e in largo, e quando arrivarono presso una foresta, pose alla fanciulla le stesse domande che aveva rivolto alle sorelle, ed ella rispose: "Qui sto comdossima, e quel che vedo mi piace enormemente". "Allora sei tu quella giusta."

Cammina, cammina, giunsero a un castello così lussuoso che al confronto il palazzo di suo padre sembrava una misera capanna. In quel palazzo fu trattata con tutti gli onori, e l'unico compito che aveva era quello di controllare che il fuoco non si estinguesse mai. Durante il giorno l'orso era via, ma durante la notte era un uomo, e si coricava accanto a lei. Per tre anni tutto andò nel migliore dei modi; ma ogni anno la principessa metteva al mondo un bambino, e puntualmente l'orso lo prelevava e glielo portava via appena nato. Allora ella divenne sempre più triste, finché un giorno chiese di poter tornare a casa a rivedere i suoi genitori. L'orso non ebbe obiezioni, ma le disse: "ascolta le parole di tuo padre, ma non assecondare mai le richieste di tua madre." La principessa andò a casa, e, rimasti soli, raccontò ai suoi genitori della sua nuova vita; allora sua madre decise di dare alla figlia una candela per illuminare il volto dell'orso quando la notte si trasformava in uomo. Il padre non era d'accordo con ciò e disse: "ti causerà più danno che beneficio." Ma alla fine diede retta alla madre e portò la candela con sé, e la prima notte, appena lui s'addormentò, accese il lume e lo vide: era un giovane così bello, che pensò di non riuscire più a smettere di rimirarlo; ma ecco che una goccia di sego bollente gli cadde sulla fronte, ed egli si svegliò. "Che cos'hai fatto?" disse, "adesso la sfortuna ricadrà su di noi. Mi restava soltanto un mese, e se avessi resistito, sarei stato liberato dalla maledizione che una trollessa strega mi aveva scagliato. Per questo di giorno ero un orso. Ma ora è tutto finito. Ora devo partire per sposarmi con lei." La povera principessa pianse e si lamentò, ma fu inutile: era obbligato a partire e si dovette rassegnare; gli chiese se poteva accompagnarlo, ma lui rispose che era fuori questione, e quando lui fuggì via in tutta fretta nella sua pelle d'orso, lei gli si aggrappò alla pelliccia e gli si buttò sul dorso, reggendosi forte. Attraversarono monti e colline, passando per gallerie e roveti, fino a quando i suoi vestiti furono completamente logori ed ella fu talmente stanca ed esausta che perse i sensi e mollò la presa. Quando rinvenne, si ritrovò sperduta in una foresta immensa, senza sapere da che parte dirigersi. Alla fine giunse a un capanna dove abitavano due donne, una vecchia e una bambina. La figlia del re chiese se sapevano qualcosa su Re Valemon, l'orso bianco. "Sì" risposero, "è passato di qui ieri mattina presto, ma andava così di fretta che non lo raggiungerete mai". E lì c'era una bambina che scorazzava in giardino, e giocava con un paio di forbici d'oro che avevano il potere di far materializzare abiti di seta e di velluto, e in questo modo non le mancavano mai i vestiti. "Questa poveretta dovrà affrontare ancora molte traversie, e dovrà camminare su strade impervie, e dovrà resistere a molte fatiche" disse la bambina. "Queste forbici saranno più utili a lei che a me, almeno, potrà fabbricarsi da sola i vestiti." Così le donò le forbici, ed ella accettò di buon grado, poi si rimise in cammino attraverso quella foresta che sembrava non voler mai finire. Camminò tutta la notte e al mattino seguente arrivò a un altro capanna; lì vi abitavano due donne, un'altra vecchia e un'altra bambina. "Buon giorno" salutò la principessa, e chiese: "Per caso, avete visto Re Valemon, l'orso bianco?" "Oh, ma allora voi eravate la sua promessa sposa?" domandò la vecchia; la principessa rispose di sì, e la vecchia disse: "Sì, è passato di qui ieri, ma andava così veloce che difficilmente vi riuscirà di raggiungerlo." La bambina, intanto, stava giocando per terra con una fiaschetta che conteneva un liquido inesauribile, pertanto, chi la possedeva aveva il potere di non rimanere mai assetato. Guardò la figlia del re e disse: "oh, ma voi ne avrete certamente più bisogno, con tutte quelle strade e i sentieri impervi; chissà quante difficoltà dovrete affrontare! Con questa non soffrirete mai la sete." Così, regalò alla principessa la fiaschetta, che la fanciulla accettò volentieri. Ringraziò, e riprese il suo viaggio, continuando il cammino per quell'immensa foresta che non terminava mai. Camminò per tutta la notte, e al terzo giorno arrivò presso un altra capanna, dove vivevano una vecchia e una bambina. "Buon giorno" salutò la principessa, e chiese: "Per caso, avete visto Re Valemon, l'orso bianco?" "Oh, ma allora voi eravate la sua promessa sposa?" domandò la vecchia; la principessa rispose di sì, e la vecchia disse: "Sì, è passato di qui ieri, ma andava così veloce che difficilmente vi riuscirà di raggiungerlo." Poi vide che la bambina giocava per terra con una tovaglia magica, a cui diceva:

tovaglia, addobbati
e di buone pietanze ricopriti!

e la tovaglia si ricopriva di tante cose buone da mangiare, e in questo modo chi la possedeva non pativa più la fame. "Questa poveretta, che dovrà affrontare mille traversie e sentieri impervi, potrebbe averne bisogno per sopportare meglio le privazioni che l'aspettano" disse la bambina, offrendo la tovaglia magica alla principessa, la quale l'accettò molto volentieri. Ringraziò, e ripartì. Viaggiò tutta la notte attraverso la foresta che non finiva mai, e al mattino arrivò allo sperone di un monte, più ripido di una parete, così alto e vasto che pareva insormontabile. Lì c'era un'altra capanna e, quando entrò, chiese notizie di re Valemon, l'orso bianco. "Siete voi la fanciulla che doveva sposare?" le chiese la vecchia abitante; la principessa rispose di sì, e quella disse: "Sì, è passato di qui ieri, ma andava così veloce che difficilmente vi riuscirà di raggiungerlo." Poi la principessa vide che la capanna era piena di bambini, e tutti tiravano il grembiule materno reclamando per la fame. La vecchia mise a bollire un pentolone di mele; la figlia del re domandò alla poveretta se quel misero pasto fosse sufficiente per tutti, ed ella rispose che non poteva sopportare di sentire i suoi bambini piangere dalla fame, ma che dovevano accontentarsi, perché erano così poveri che non si potevano permettere né cibo né vestiti. Dopo un po' disse: "Le mele sono quasi pronte", e per un po' sembrò che la loro fame si fosse attenuata, ma presto ricominciarono a lamentarsi; allora, come potrete immaginare, la principessa non esitò a prendere la tovaglia e la fiaschetta, e appena quelle creature furono ristorate e dissetate, impugnò le forbici d'oro, e quelle cucirono dal nulla tanti bei vestitini nuovi. Allora la vecchia disse: "Poiché voi avete avuto buon cuore con me e con i miei figli, non posso lasciarvi andar via senza fare qualcosa per aiutarvi a scalare la montagna; mio marito è mastro ferraio: ora voi restate qui e riposatevi, e quando tornerà, gli chiederò di forgiare per voi degli artigli da mettervi alle mani e ai piedi, in modo che possiate arrampicarvi." Quando il fabbro tornò, si mise subito al lavoro, e al mattino gli artigli erano pronti. Senza por tempo in mezzo, la principessa ringraziò il fabbro e sua moglie, si allacciò gli artigli e per tutto il giorno e tutta la notte si arrampicò e si trascinò su per la montagna. Quando fu così esausta da pensare che non sarebbe più riuscita a muoversi, convinta che la fine fosse vicina, ecco che finalmente raggiunse la cima, e lì si ritrovò su un'immensa pianura, con prati e campi così grandi e vasti che non avrebbe mai immaginato di vedere, e nel bel mezzo troneggiava un castello che brulicava di servitori, più operosi delle formiche operaie in un formicaio, e la figlia del re si chiese cosa mai fosse. Ebbene, quello era proprio il luogo dove abitava la trollessa che aveva stregato re Valemon, l'orso bianco, e di lì a tre giorni si sarebbero celebrate le nozze. La principessa chiese di poter parlare con la strega, ma le dissero che era assolutamente impossibile; allora si sedette fuori, sui prati, e cominciò a tagliare con le forbici d'oro, ed ecco che bellissimi abiti di velluto e di seta comparivano come in un turbine di neve. Quando la trollessa vide quel prodigio, chiese alla fanciulla di venderle le forbici, ma la figlia del re rispose che i soldi non le interessavano e disse: "Non c'è sarto al mondo che sarebbe capace di cucire tanti abiti, con così tante creature da vestire. Non le vendo a nessuno." Poi aggiunse che gliele avrebbe date, in cambio di una notte con il suo promesso sposo. La trollessa acconsentì, ma disse che avrebbe potuto entrare nella sua camera solo dopo che egli si fosse addormentato, e prima che facesse giorno se ne sarebbe dovuta andar via. Quella sera a re Valemon fu servito un sonnifero, e quando la principessa fu introdotta nella sua camera, le fu impossibile svegliarlo, allora pianse e si disperò. Il secondo giorno la fanciulla si sedette di nuovo all'aperto, sotto le finestre del palazzo, e cominciò a rovesciare il liquido della fiaschetta: ne uscì un ruscello di birra e di vino che non finiva mai; quando la trollessa lo vide, le chiese di venderglielo, ma ella rispose che i soldi non le interessavano e disse: "Non c'è vinaio al mondo che sarebbe capace di distillare tanto vino e tanta birra, con tante anime assetate. Non la vendo a nessuno." Ma poi aggiunse che se lei le avesse permesso di passare la notte con il suo fidanzato, gliel'avrebbe data. La trollessa acconsentì, ma disse che l'avrebbe lasciata entrare in camera solo quando lui fosse già addormentato, e al mattino avrebbe dovuto lasciare il palazzo. Prima di andare a dormire, al re fu servito di nuovo il sonnifero, così la povera principessa ebbe ancora meno fortuna della sera precedente: infatti, non riuscì a svegliarlo, e allora si disperò e pianse. Il caso, però, volle che quella notte ci fosse un mastro artigiano al lavoro nella stanza attigua, il quale sentì i lamenti e i gemiti della fanciulla. Avendo intuito come stavano le cose, il giorno dopo disse a re Valemon che nella sua stanza da letto era entrata una donna, e che doveva essere la sua antica fidanzata, venuta per liberarlo. Il terzo giorno le cose andarono nello stesso modo; quando fu ora di pranzo, la figlia del re srotolò la tovaglia, e disse:

tovaglia, addobbati
e di buone pietanze ricopriti!

e apparve cibo sufficiente a sfamare centinaia di persone, e la principessa sedette da sola a mangiare. La trollessa, che aveva visto tutto, volle acquistarla, ma la principessa rispose che un oggetto simile non aveva prezzo e disse: "Ci sono ancora troppe bocche da sfamare, e nessuno che riesca a fornire cibo a sufficienza. Non posso venderla." Ma aggiunse che gliel'avrebbe ceduta in cambio di un'altra notte con lo sposo. La trollessa acconsentì, ma disse che l'avrebbe lasciata entrare in camera solo quando lui fosse già addormentato, e al mattino avrebbe dovuto lasciare il palazzo. Quella notte, quando il re fu nella sua camera, essa venne per drogarlo, ma stavolta egli stette in guardia e fece finta di dormire; la strega, che non si fidava più di lui, sospettando un inganno, afferrò un ago da rammendo e lo punse a un braccio, per vedere se dormiva veramente. La ferita gli doleva terribilmente, ma lui stette fermo ugualmente e non si mosse, così, alla principessa fu permesso di entrare. Ma non era ancora finita: ora bisognava liberarsi definitivamente della strega. All'epoca vigeva un'usanza secondo la quale il corteo nuziale doveva passare prima per il ponte levatoio: allora il re ordinò ai carpentieri di costruire una trappola da posizionare al di sotto del passaggio. Così, quando la trollessa attraversò il ponte accompagnata dalle sue damigelle, la tavola sottostante si aprì di scatto ed esse si schiantarono di sotto. Allora Re Valemon, con la sua sposa e gli invitati, rientrò a palazzo e trafugò tutto l'oro e il denaro che poteva, e subito fuggì via con lei verso il suo castello e lì furono celebrate le giuste nozze. Ma durante il cammino, la carrozza fece tappa per tre volte, perché il re andò a prendere le tre ragazzine delle tre capanne che avevano aiutato la principessa durante il suo difficile viaggio, le quali altri non erano che le loro tre figliolette che lui aveva portato via alla madre alla nascita. E ora la principessa capì perché l'aveva fatto. Poi proseguirono il cammino e vissero tutti a lungo felici e contenti.

(Traduzione dall'inglese di Valentina Vetere)

Annotazioni

Da Wikipedia: fiaba raccolta dall'artista August Schneider nel 1870, al quale fu raccontata da una contadina di nome Thore Aslaksdotter (nata nel 1832), a Setesdal. La fiaba fu poi ripresa e pubblicata per la prima volta da Peter Christen Asbjørnsen nella raccolta «Norske Folke-Eventyr. Ny Samling» (1871). Per la lingua inglese, il testo fu tradotto da George Webbe Dasent nell'opera «Tales from the Fjeld». Parole d'Autore è lieto di essere il primo sito amatoriale italiano a pubblicare una traduzione di questa bellissima fiaba norvegese.

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Questa fiaba è stata tradotta da me dall'inglese. Nell'editare il testo, ho cercato di mantenerlo il più possibile fedele, migliorando, laddove l'ho ritenuto necessario, la punteggiatura, e le frazioni di testo formulate in modo impreciso. Chiunque desideri questo testo per i propri siti, può prelevarlo liberamente, a condizione che citi cortesemente questo sito come propria fonte, senza linkare le immagini, e non spacci questa traduzione come opera sua, in segno di rispetto per il mio lavoro.

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(Documento creato il 7 novembre 2011.)