Fiabe Classiche - H.C.Andersen: Le soprascarpe della felicità (fiaba integrale in sei storie)

soprascarpe della felicità

L'inizio


Copenaghen, in Østergade, in una casa non lontano da Kongensnytorv, c'era una grande festa; ogni tanto bisogna farle, così non ci si pensa più e si viene invitati dagli altri. Metà degli ospiti era già seduta ai tavoli da gioco, l'altra metà aspettava che la padrona di casa dicesse: "Adesso dobbiamo trovare qualcosa da fare!". Si stava lì e la conversazione proseguiva in qualche modo. Tra l'altro il discorso era caduto sul Medioevo; alcuni lo consideravano un'epoca migliore della nostra; quando il consigliere Knap sostenne con forza questa opinione, subito anche la padrona di casa fu d'accordo e entrambi parlarono male di quello che Ørsted aveva scritto nell'"Almanacco dei tempi vecchi e nuovi", in cui il nostro periodo era presentato come il migliore. Il consigliere considerava il tempo di re Giovanni come il più delizioso e il più felice. Mentre tutti continuano a chiacchierare a favore o contro interrotti soltanto un attimo dall'arrivo del giornale nel quale non si trovò però nulla che valesse la pena di leggere, noi usciamo nell'anticamera, dove si trovavano i soprabiti, i bastoni, gli ombrelli e le soprascarpe. Vi si trovavano anche una donna giovane e una anziana; si poteva pensare che fossero giunte al seguito di una signora, o di una signorina o di una vedova, ma guardandole più attentamente si capiva subito che non erano normali cameriere, perché avevano le mani troppo ben curate, portamento e gesti troppo regali e anche i vestiti erano di taglio curato e originale. Erano in realtà due fate: la più giovane non era proprio la fata della felicità, ma una delle cameriere delle sue damigelle, e doveva distribuire i doni minori della felicità; quella più anziana invece che sembrava molto seria, era il dolore, e andava sempre di persona a compiere le sue missioni, così era sicura che venissero eseguite. Si raccontavano che cosa avevano fatto quel giorno.

La cameriera di una delle damigelle della felicità, aveva compiuto soltanto missioni insignificanti: raccontava di aver salvato un cappello nuovo da un acquazzone, di aver procurato a una persona importante il saluto di una nobile nullità o qualcosa di simile; ma quello che le mancava era una cosa veramente straordinaria. "Devo aggiungere" disse "che oggi è il mio compleanno e in dono mi sono state date soprascarpe che devo dare all'umanità. Hanno la facoltà di portare in un attimo colui che le indossa nel luogo e nel tempo che preferisce, e qualunque desiderio riguardante il periodo o il luogo viene immediatamente esaudito; per una volta almeno quell'uomo sarà felice." "Sì, lo credi tu!" disse il dolore "sarà sicuramente infelice e benedirà il momento in cui si libererà di quelle soprascarpe!" "Che cosa vuoi dire?" chiese l'altra. "Ora le metto qui vicino alla porta, chi calzerà queste al posto delle sue sarà felice." Questa fu la loro conversazione.

Che cosa capitò al consigliere


Era tardi; il consigliere Knap, sprofondato col pensiero nel tempo di re Giovanni, volle andare a casa e fu proprio lui che al posto delle sue soprascarpe si mise quelle della felicità, e con quelle uscì in Østergade; ma dalla forza magica di quelle soprascarpe venne trasportato indietro nel periodo di re Giovanni, e si trovò con i piedi immersi nel fango e nella poltiglia della strada, dato che in quei tempi non avevano ancora l'asfalto. "È terribile il sudiciume che c'è qui!" esclamò il consigliere. "Il marciapiede è sparito e tutti i lampioni sono spenti!" La luna non era ancora alta nel cielo, l'aria poi era molto pesante, tutt'intorno era buio. All'angolo più vicino c'era però appesa una lucina, proprio davanti all'immagine di una Madonna, ma quella luce serviva a poco, e lui la notò soltanto quando vi si trovò proprio davanti, e lo sguardo gli cadde su quell'immagine dipinta della Madre col Bambino. ' Forse è lo studio di qualche artista ' pensò ' e si sono dimenticati di ritirare l'insegna. ' Della gente vestita secondo le usanze del tempo gli passò davanti. "Accidenti come sono vestiti! Vengono sicuramente da una festa mascherata!"

Improvvisamente si sentirono tamburi e pifferi, intense torce luccicarono, il consigliere si fermò e vide passare uno stranissimo corteo. Davanti a tutti c'era una truppa di suonatori di tamburo, che sapevano usare proprio bene il loro strumento, dietro di loro seguivano soldati con archi e balestre. La persona più importante del corteo era un uomo di chiesa. Sorpreso, il consigliere chiese che cosa significasse quel corteo e chi fosse quell'uomo. "È il vescovo della Selandia" gli risposero. "Oh, Signore, che cosa è successo al vescovo!" sospirò il consigliere scuotendo la testa: non poteva certo essere il vescovo! Continuando a pensare e senza guardare né a destra né a sinistra, il consigliere si incamminò lungo Østergade fino alla Piazza del Ponte Alto. Il ponte che porta al castello non riuscì a trovarlo, si trovò su un lato di un fiumiciattolo e alla fine vide due persone con una barca. "Il signore vuole essere trasportato all'isola?" chiesero. "All'isola?" esclamò il consigliere, che naturalmente non sapeva in quale periodo si trovasse. "Voglio andare a Christianshavn, in Torvegade!" Quei due lo osservarono. "Ditemi semplicemente dove si trova il ponte" chiese lui. "È uno scandalo che non ci sia acceso nessun lampione, e poi c'è un tale pantano che sembra di essere in una palude!" Quanto più parlava con quegli uomini della barca, tanto più questi gli diventavano incomprensibili. "Non capisco il vostro dialetto di Bornholm!" disse infine arrabbiandosi, e voltò loro le spalle. Il ponte però non lo trovò e neppure un parapetto! ' È uno scandalo! Tutto è in uno stato! ' si disse. Non aveva mai trovato il tempo in cui viveva misero come quella sera. ' Credo che prenderò una carrozza! ' pensò, ma dov'erano le carrozze? Non se ne vedeva nessuna. ' Tornerò indietro a Kongensnvtorv, là ci saranno certamente delle carrozze ferme; altrimenti non arriverò mai a Christianshavn! ' S'incamminò verso Østergade e era quasi arrivato, quando apparve la luna. ' Oh, Signore! Che cos'è quell'impalcatura che hanno montato? ' si chiese guardando Østerport che in quel tempo aveva una porta proprio in fondo a Østergade. Alla fine trovò un cancelletto e lo attraversò giungendo alla nostra Nytorv, ma allora era una grande distesa di erba: vi spuntava qualche singolo cespuglio e di traverso passava un largo canale o un fiumiciattolo. Vi si trovavano orribili catapecchie di legno fatte per i marinai di Halland, che avevano dato il nome a quel corso d'acqua, proprio sul lato opposto del fiumiciattolo. "O questa è la Fata Morgana, come si dice, o io sono ubriaco!" si lamentò il consigliere. Ma che cos'era quello? Ma che roba era? Tornò indietro con la convinzione di essere malato, ma prima di rientrare nella strada guardò con più attenzione quelle case: la maggior parte aveva travi esterne e molte avevano il tetto di paglia. “No, non sto proprio bene!” sospirò. "Ho bevuto solo un bicchiere di punch, ma non lo sopporto. E poi è stata proprio una brutta idea darci il punch insieme al salmone caldo; devo dirlo alla padrona di casa. Dovrei tornare indietro e far sapere loro come sto. Ma che vergogna! Chissà se sono ancora svegli?" Cercò la casa, ma non la trovò. "È terribile, non riconosco più Østergade! Non c'è nemmeno un negozio. Io vedo misere e vecchie catapecchie come se mi trovassi a Roskilde o a Ringsted. Ah, sono malato! Ma non serve a nulla vergognarsi. Dove diavolo è finita la casa di quella gente? Non è più la stessa. Ma là dentro ci sono delle persone, oh, sono certamente malato!" Si trovò vicino a una porta socchiusa da cui usciva la luce. Era una locanda di quel tempo, una specie di birreria. Il locale era arredato con mobili pesanti, come quelli in uso nell'Holstein; c'era brava gente; marinai, cittadini di Copenaghen e un paio di uomini dotti si trovavano lì a discutere intorno ai loro boccali e notarono appena colui che stava entrando. "Mi perdoni" disse il consigliere all'ostessa che gli stava venendo incontro "ma sto tanto male! Vuole per favore procurarmi una carrozza per andare a Christianshavn?" La donna lo guardò e scosse la testa; poi gli si rivolse in tedesco. Il consigliere pensò allora che lei non conoscesse il danese, e ripeté la richiesta in tedesco; questo, e i vestiti da lui indossati, confermarono a quella donna che si trattava di uno straniero; però capì subito che stava male e gli portò un boccale d'acqua un po' salmastra che era stata attinta dal pozzo. Il consigliere si mise la testa fra le mani, respirò profondamente e meditò su tutte quelle strane cose che si vedeva attorno. "Questo è il giornale di questa sera?" chiese tanto per dire qualcosa, quando vide la donna con un grande foglio di carta. Lei non capì, ma gli diede quel foglio, era un'incisione su legno raffigurante un miraggio che era stato visto fuori dalla città di Colonia. "È molto vecchio!" esclamò il consigliere, e si entusiasmo nel vedere un reperto così vecchio. "Come avete fatto a avere questo rarissimo foglio? È molto interessante, sebbene il tutto sia una favola. Ora si spiegano questi miraggi con l'aurora boreale, ma probabilmente c'entra anche l'elettricità!" Quelli che gli sedevano vicino e che ascoltavano il suo discorso, lo guardarono meravigliati; uno di loro poi si alzò, si tolse con rispetto il cappello e disse con un viso molto serio: "Voi siete certo una persona molto istruita, Monsieur". "Oh, no!" rispose il consigliere "so parlare un pò di tutto, come si dovrebbe saper fare." "La modestia è una bella virtù" disse quell'uomo "del resto dopo il suo discorso io devo dire mihi secus videtur, e quindi sospendo volentieri il mio Judicium." "Posso chiederle con chi ho il piacere di parlare?" chiese il consigliere. "Io sono baccelliere della Sacra Scrittura" rispose l'uomo. La risposta soddisfece il cancelliere, il titolo spiegava il suo abbigliamento. ' Certamente ' pensò tra sé ' è un vecchio maestro di una scuola di campagna, uno strano tipo, come ancora se ne incontrano nello Jutland. ' "Questo non è un locus docendi" cominciò l'uomo "però le chiedo di sforzarsi di parlare, lei ha certo una grande conoscenza delle cose antiche." "Sì, certo" rispose il consigliere. "Io leggo volentieri tutti quei vecchi scritti utili, ma mi piace anche leggere quelli più nuovi; non però le storie di tutti i giorni, di quelle ne abbiamo abbastanza nella realtà!" "Le storie di tutti i giorni?" chiese il nostro baccelliere. "Sì, intendo questi nuovi romanzi che ci sono adesso." L'uomo sorrise. "Oh, c'è comunque un grande ingegno in quelli; vengono letti persino a corte! Il re si diverte moltissimo col romanzo di Iffvent e Gaudian che tratta di Re Artù e dei suoi Cavalieri della Tavola Rotonda; addirittura ha scherzato sull'argomento con i suoi cortigiani!" "Quello non l'ho ancora letto" disse il consigliere "deve essere abbastanza nuovo, l'ha senz'altro pubblicato Heiberg." "No" rispose l'uomo "non è stato pubblicato da Heiberg, ma da Godfed von Ghemen." "Ah quello è l'autore!" esclamò il consigliere "è un nome molto vecchio. È lo stesso nome del primo stampatore che abbiamo avuto in Danimarca." "Sì, è il nostro primo stampatore" annuì l'uomo. Il discorso proseguiva bene; uno di quei bravi cittadini parlò della terribile pestilenza che c'era stata qualche anno prima, e intendeva nel 1484, il consigliere invece pensava che si parlasse del colera, e così il discorso filava. La guerra con i corsari del 1190 era tanto recente che se ne dovette parlare; quelli raccontarono che i corsari inglesi avevano catturato le navi nella rada, e il consigliere che conosceva molto bene gli avvenimenti del 1801, si mise a parlar male degli inglesi con grande passione. Ma il resto del discorso non andò altrettanto bene; ogni momento gli interlocutori riproponevano uno stile troppo solenne; quel bravo baccelliere era troppo ignorante e le più semplici affermazioni del consigliere a lui sembravano troppo fantastiche e azzardate. Allora si guardavano, e quando proprio non si capivano il baccelliere cominciava a parlare in latino, perché pensava così di essere capito meglio, ma non serviva a nulla. "Come si sente adesso?" chiese la padrona, tirando il consigliere per la manica; lui tornò in sé, perché parlando aveva dimenticato tutto quel che gli era successo.

"Oh, Signore, dove mi trovo!" esclamò, e gli vennero le vertigini solo al pensiero. "Dobbiamo bere del chiaretto! Idromele e birra di Brema" gridò uno degli ospiti "e lei deve bere con noi." Entrarono due fanciulle, una con un cappellino a due colori, versarono da bere e s'inchinarono. Il consigliere sentì i brividi alla schiena. "Che cos'è? che cos'è?" esclamò, ma fu costretto a bere con gli altri; quelli lo afferrarono e lui si disperò, e quando uno di loro disse che era ubriaco, non mise affatto in dubbio le parole di quell'uomo; chiese semplicemente di procurargli una carrozza, ma tutti credettero che stesse parlando russo. Non si era mai trovato in una compagnia così semplice e rozza. Sembrava persino che il paese fosse tornato ai tempi del paganesimo. ' Questo è il momento più terribile della mia vita ' pensò. Ma in quel momento pensò di infilarsi sotto il tavolo, di camminare carponi verso la porta e così cercare di uscire, ma gli altri capirono quello che voleva fare e lo afferrarono per le gambe, e così, per sua fortuna, perse le soprascarpe e subito si sciolse l'incantesimo. Il consigliere ora vedeva molto chiaramente davanti a sé un lampione acceso, e dietro una grande casa che riconobbe, poi riconobbe anche le case vicine; era Østergade, proprio come noi tutti la conosciamo. Lui si trovava sdraiato con le gambe contro un portone e lì di fronte c'era il guardiano notturno che dormiva. "Santo cielo! sono stato qui sdraiato per strada a sognare!" esclamò lui. "Sì, questa è Østergade! Ah, come è benedetta quella luce, e che colori! È proprio terribile: che effetti ha su di me un bicchiere di punch!"

Due minuti dopo si trovava in una carrozza che lo portò a Christianshavn; e pensando alla paura e alla miseria che aveva provato lodava di cuore quella felice realtà, il nostro tempo, che con tutte le sue mancanze era molto migliore di quello in cui era appena stato; e questo era un discorso davvero ragionevole!