Fiabe Classiche - H.C.Andersen: La figlia del Re della Palude (ultima parte)

la principessa al balcone

«Lascia che ti raggiunga!» ella gridò, «lascia che ti raggiunga e il coltello entrerà tutto dentro di te! Sei proprio pallido come il fieno, schiavo! Senza barba!» Ella gli andò addosso; si scontrarono in una dura lotta, ma fu come se una forza invisibile desse energia all'uomo cristiano. Egli la tenne ferma e la vecchia quercia lì vicino gli venne in aiuto, legando in un certo modo con le sue radici mezzo staccate dalla terra i piedi di lei che si erano infilati sotto di esse. Lì vicino zampillava una sorgente, ed egli gettò la fresca fonte sul petto e sul viso di lei, ordinando allo spirito impuro di uscire e la benedì secondo le usanze cristiane, ma l'acqua del battesimo non ha forza laddove la fonte della fede non scorra anche da dentro. Eppure ancora egli fu il più forte; sì, vi fu nella sua azione qualcosa di più che l'energia dell'uomo contro la maligna forza militante, perché ella ne fu come incantata, fece cadere le braccia fissando con sguardi meravigliati e guance che impallidivano quest'uomo che sembrò un potente mago, forte nella magia nera e nell'arte segreta. Egli lesse rune oscure, rune magiche che disegnò nell'aria. Ella non avrebbe battuto ciglio per l'ascia lucida o il coltello affilato se egli li avesse agitati davanti ai suoi occhi, ma ella lo fece quando egli tracciò il segno della croce sulla sua fronte e sul suo petto; ed eccola che ora stette seduta come un uccello addomesticato, con la testa reclinata sul petto.

Egli le parlò allora soavemente dell'atto d'amore che ella aveva fatto verso di lui quella notte, quando era venuta sotto le orrende spoglie della rana, e aveva sciolto il suo nastro per poterlo condurre fuori alla luce e alla vita. Anche lei era legata con vincoli più stretti che non quelli di lui, egli disse, ma anche ella doveva raggiungere, tramite lui, la luce e la vita. Egli voleva portarla alla città di Hedeby, da sant'Anscario; lì nella città cristiana si sarebbe sciolto l'incantesimo. Ma egli non osò portarla seduta davanti sul cavallo sebbene spontaneamente ella si mise lì. «Devi stare dietro sul cavallo, non davanti a me! La tua magica bellezza ha una forza che viene dal male, io la temo. La mia vittoria è in Cristo!» Egli si mise in ginocchio, pregò con tanta devozione e tanto fervore. Fu come se per questo la natura silenziosa della foresta fosse consacrata e trasformata in una santa chiesa; gli uccelli si misero a cantare come se facessero parte della nuova comunità dei fedeli, la menta crespa selvatica emanò un profumo come se volesse sostituire l'ambra grigia e l'incenso. Egli proclamò ad alta voce le parole della Scrittura: «Dall'alto una luce ci ha visitato per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace!». Ed egli parlò dell'attesa di tutta la natura e mentre parlava il cavallo che li aveva portati in una folle corsa, ora stava tranquillo scuotendo i rovi di mora in modo da far cadere le bacche mature e succose nella mano della piccola Helga, le quali si offrivano da sole come ristoro. Ella si fece sollevare pazientemente sulla schiena del cavallo, stava seduta lì come una sonnambula che non è sveglia e tuttavia non cammina. L'uomo cristiano legò insieme due rami con un filo di rafia per formare una croce, e la tenne sollevata in mano, e così attraversarono a cavallo la foresta, la quale si faceva sempre più fitta; la strada si faceva più profonda oppure non esisteva più. Il prugnolo faceva da barriera sulla strada, quindi bisognava aggirarlo. Vi era forza e ristoro nell'aria fresca della foresta, e una forza non inferiore nelle parole di clemenza che echeggiavano piene di fede e di amore cristiano nel profondo desiderio di portare l'essere sopraffatto alla luce e alla vita. Si dice infatti che la goccia di pioggia scava la dura pietra, le onde del mare arrotondano col tempo i sassi spigolosi strappati alla roccia; la rugiada della Grazia, che era arrivata per la piccola Helga, scavò la parte dura, arrotondò la parte tagliente. E’ vero che non si notava, ella stessa non lo sapeva, che cosa sa il germoglio sotto terra del fatto che attraverso l'umidità che ristora e il raggio caldo del sole esso nasconde in sé il proprio sviluppo e il suo fiore. Come la canzone della mamma al bambino si fissa insensibilmente nella mente ed egli balbetta le singole parole imitandole senza capirle, ma queste poi più tardi si compongono nel pensiero facendosi chiare col tempo, così agì anche qui il Verbo, parola capace di creare. Uscirono a cavallo dalla foresta, attraversarono la brughiera e di nuovo foreste prive di strade, finché verso sera incontrarono i briganti.

«Dove hai rubato quella bella ragazzetta!» gridarono fermando il cavallo e tirando giù i due cavalieri, poiché erano numerosi. Il sacerdote non aveva altra difesa se non il coltello che aveva tolto alla piccola Helga, con esso egli ferì chi capitava intorno a lui. Uno dei briganti brandì la sua ascia, ma il giovane cristiano fece un salto fortunato da una parte, altrimenti sarebbe stato colpito. Ora il taglio dell'ascia si infilò a tutta velocità nel collo del cavallo facendone uscire il sangue a fiotti e l'animale crollò a terra; allora la piccola Helga si precipitò, come risvegliata dal suo lungo e profondo sonno del pensiero e si gettò sull'animale anelante. Il sacerdote cristiano si mise davanti a lei come protezione e difesa, ma uno dei briganti colpì la sua fronte col suo pesante martello di ferro, sicché questa si schiacciò e il sangue e il cervello schizzarono tutt'attorno, ed egli cadde morto per terra. I briganti acchiapparono la piccola Helga per il suo braccio bianco, mentre l'ultimo raggio di sole si spense ed ella si trasformò in un orrendo batrace; la bocca verde chiaro coprì metà del viso, le braccia si fecero esili e viscide, una mano larga con la membrana tra le dita aprì il suo ventaglio. Allora i briganti la lasciarono terrificati; ella stette lì come quel mostro orrendo in mezzo a loro e secondo la natura della rana ella saltò in aria, più su di quanto era grande lei e sparì nel folto del bosco; allora i briganti intuirono che fosse la cattiva malizia di Loki, oppure segreta magia nera e spaventati fuggirono via.

La luna piena era già alta nel cielo, presto avrebbe emanato fulgore e luce. Dai rovi venne fuori a quattro zampe, sotto le orrende spoglie della rana, la piccola Helga, e si fermò davanti al cadavere del sacerdote cristiano e al suo corsiero ucciso; li guardò con occhi che sembravano piangere. La testa di rana fece un gra gra come se un bambino scoppiasse in lacrime. Ella si gettò a turno sull'uno e sull'altro, prese dell'acqua in mano la quale con la membrana era più grande e più cava e la spruzzò su di loro. Morti erano, morti sarebbero rimasti! Ella lo capì. Presto gli animali selvatici sarebbero venuti a mangiare il loro corpo; no, non doveva succedere! ecco Scavò allora nella terra più in profondità che poté; voleva fare loro una tomba, ma per scavare ella aveva soltanto un duro ramo dell'albero e le sue due mani, ma su di esse la membrana tirava, essa si spezzò, il sangue corse. Ella si rese conto che il lavoro non le sarebbe riuscito; prese allora dell'acqua e lavò il viso del morto, lo coprì con fresche foglie verdi, portò grandi rami per coprirlo, sparse le foglie facendole cadere tra i rami, prese poi le pietre più pesanti che riuscì a portare e le pose sui corpi morti e tappò i buchi col muschio. Pensò allora che il tumulo fosse robusto e protetto, ma durante questo pesante lavoro la notte era avanzata, e il sole era spuntato: la piccola Helga riapparve nella sua bellezza, con le mani che le sanguinavano e per la prima volta con lacrime sulle guance verginali che arrossirono. Fu allora nella trasformazione come se le due nature lottassero dentro di lei; ella tremolò, si guardò attorno come se si svegliasse da un sogno angoscioso, si precipitò verso il faggio slanciato, si aggrappò a esso per avere almeno un sostegno, e presto, in un attimo si arrampicò, come un gatto, su fino alla cima dell'albero e stette ferma. Rimase lì come uno scoiattolo angosciato, vi rimase per tutta la giornata nella profonda solitudine del bosco, dove tutto è silenzioso e morto. Morto, sì, vi erano un paio di farfalle che si aggiravano intorno per giocare o per lottare; vi erano lì vicino alcuni formicai, ciascuno con diverse centinaia di piccole creature indaffarate che correvano in avanti e indietro; nell'aria ballavano innumerevoli zanzare, sciame dopo sciame. Passarono a coro schiere di mosche che ronzavano, coccinelle, libellule e altri piccoli animali alati, il lombrico veniva fuori carponi dal terreno umido, le talpe vi spuntarono fuori, però tutto era silenzioso attorno, tutto morto, morto come si dice e si intende comunemente. Nessuno notò la piccola Helga tranne le ghiandaie che volarono intorno alla cima dell'albero gridando, la cima dove ella stava seduta; esse saltarono sui rami avvicinandosi a lei con audace curiosità.

Quando la sera si avvicinò e il sole incominciava a tramontare, la trasformazione la chiamò a nuovi movimenti; ella si lasciò scivolare giù dall'albero e nello spegnersi dell'ultimo raggio di sole, stette lì nelle spoglie ristrette della rana, con le membrane delle mani lacerate, ma ora gli occhi brillarono con un bellissimo splendore che quasi non avevano prima sotto le sembianze della bellezza. Erano degli occhi di ragazza soavissimi, devotissimi che brillavano da dietro la maschera di rana, testimoniando la profondità dell'animo, del cuore umano; e gli occhi della bellezza scoppiarono in pianto, piangendo le pesanti lacrime del sollievo del cuore. Vicino alla tomba eretta vi era ancora quella croce di rami, legati insieme con un nastro di rafia, l'ultima opera di colui che ora era morto e sepolto; la piccola Helga la prese, il pensiero venne da solo: ella la piantò tra le pietre sopra di lui e sopra il cavallo ucciso. Alla malinconia del ricordo comparvero le lacrime, e in quest'atmosfera segnata dal cuore ella tracciò lo stesso segno nella terra intorno alla tomba. La inquadrava con tanta grazia, e mentre con tutte e due le mani tracciava il segno della croce, la membrana tra le dita cadde come un guanto stracciato e quando si lavò nell'acqua della fonte guardando con stupore le sue mani fini e bianche, fece ancora il segno della croce nell'aria tra sé e il morto. Allora le sue labbra tremarono, la sua lingua si mosse e il nome che lei aveva sentito cantare e pronunciare più spesso durante la cavalcata attraverso la foresta divenne udibile dalla sua bocca, ella lo gridò: «Gesù Cristo!». Allora caddero le spoglie da batrace, e fu di nuovo la giovane bellezza. Essendo sfinita dalla stanchezza, la testa chinò, e dormì. Ma il sonno fu breve. Verso la mezzanotte ella fu svegliata:  davanti a lei stava il cavallo morto, così brillante, così pieno di vita, che la luce trasparì dagli occhi e dal collo ferito; vicino a esso apparve il sacerdote cristiano ucciso. “Più bello di Baldur!” avrebbe detto la moglie del vichingo, eppure egli venne in mezzo a lingue di fuoco. Vi era una serietà nei grandi occhi soavi, una sentenza di giustizia, uno sguardo tanto penetrante che illuminava in una certa misura gli angoli nascosti del cuore presso colei che era messa alla prova. La piccola Helga ne tremò, e la sua memoria fu destata con una forza come nel giorno del Giudizio Universale. Tutto il bene che le era stato fatto, tutte le parole care che le erano state dette furono come vivificati. Ella capì che era stato l'amore a sostenerla nei giorni della prova, durante i quali la progenie dell'anima e del fango fermenta e mira al suo obiettivo. Riconobbe di aver soltanto seguito gli impulsi degli stati d'animo e di non aver fatto niente per se stessa; tutto le era stato dato, tutto era stato come guidato. Ella si inchinò allora, misera, umile, piena di vergogna davanti a colui che sarebbe stato capace di leggere ogni piega del cuore,e in quell'istante sentì come un lampo della fiamma purificatrice: la fiamma dello Spirito Santo. «Tu, figlia del fango!» disse il sacerdote cristiano, «Dalla melma, dalla terra sei stata tratta, dalla terra dovrai di nuovo risorgere! Il raggio di sole dentro di te torna, cosciente della sua corporeità, alla sua origine, non il raggio del disco del sole, ma il raggio di Dio! Nessuna anima va verso la perdizione, ma lungo è il tempo terrestre, che è la fuga della vita nell'eterno. Io vengo dalla terra dei morti; anche tu dovrai un giorno viaggiare per le profonde valli per entrare nelle montagne della luce dove abitano la grazia e la compiutezza. Non ti porto alla città di Hedeby per il battesimo cristiano, perché prima devi sfondare lo scudo di acqua sopra il fondo abissale della palude, svellere la radice viva della tua vita e della tua culla, compiere la tua opera prima che avvenga la consacrazione». Ed egli la sollevò sul cavallo, le diede un incensiere d'oro come quello che ella aveva visto prima nella fortezza dei vichinghi; da esso uscì un profumo tanto soave e tanto forte. La ferita aperta sulla fronte del morto luceva come un diadema brillante; egli prese la croce dalla tomba, la sollevò in aria e ora volavano a grande velocità nel cielo, sopra la foresta che fischiava, sopra i tumuli dove i guerrieri erano sepolti, seduti sui loro destrieri uccisi. E le figure immense si alzarono, uscirono a cavallo e si fermarono in cima al tumulo; al chiaro di luna brillava intorno alla loro fronte il largo anello d'oro con il nodo d'oro, il mantello sventolava al vento. Il serpente del Midgard, che custodiva i tesori, sollevò la testa e li seguì con lo sguardo. Il popolo dei nani guardava fuori dai tumuli e dai solchi dell'aratro, formicolava con luci rosse, blu e verdi, un formicolare che sembrava come le scintille nelle ceneri della carta bruciata.

Sorvolarono foreste e brughiere, ruscelli e stagni, salendo verso la Palude Selvatica; sopra di esso si librarono in grandi cerchi. Il sacerdote cristiano sollevò molto in alto la croce, questa brillava come l'oro, e dalle sue labbra si sentì il canto della messa. La piccola Helga cantava con lui come un bambino canta insieme alla mamma; faceva oscillare l'incensiere, arrivò un profumo di altare tanto forte, tanto miracoloso che i giunchi e le canne della palude ne fiorirono. Tutti i germogli spuntarono fuori dalle profondità abissali, tutto quello che aveva vita si sollevò, si spanse un velo di ninfee come se fosse un tappeto intessuto di fiori e su di esso dormiva una donna giovane e bella. La piccola Helga credette di vedere se stessa, la sua immagine rispecchiata nell'acqua tranquilla; era in vero la sua mamma la donna  che ella vide: la moglie del Re della Palude, la principessa delle terre del Nilo. Il sacerdote cristiano morto ordinò che la donna che dormiva venisse sollevata e messa sul cavallo, ma questo affondò sotto il suo peso come se il corpo dell'animale fosse soltanto un lenzuolo mortuario che vola al vento, ma il segno della croce diede forza al fantasma dell'aria e tutti e tre cavalcarono fino alla terra ferma. Allora il gallo cantò nella fortezza del vichingo e le visioni si sciolsero in nebbia, la quale fu portata dal vento, ma l'una di fronte all'altra rimasero mamma e figlia.

«È me stessa che vedo nell'acqua profonda!» disse la mamma. «È me stessa che vedo nello scudo lucido!» esclamò la figlia e si avvicinarono l'una all'altra, petto contro petto, braccia contro braccia. Il cuore della madre batté più forte ed ella capì. «Mia figlia! Il fiore del mio proprio cuore! Il mio loto delle acque profonde!» Ed ella abbracciò la sua bambina e pianse; le lacrime furono un nuovo battesimo di vita e di amore per la piccola Helga. «Sono venuta qui sotto la spoglia di cigno che poi buttai via!» disse la madre, «sprofondai attraverso la palude che oscillava, giù in profondità nel fango della palude, che si chiuse come un muro intorno a me; ma ben presto sentii una corrente più fresca, una forza mi tirò più giù, sempre più giù, sentii la pressione del sonno sulle mie palpebre, mi addormentai, sognai. Mi sembrò di stare di nuovo nella piramide d'Egitto, ma davanti a me vi era ancora il ceppo di ontano che dondolava, il quale mi aveva spaventata sulla superficie della palude, osservai le fessure nella corteccia, ed esse davano una luce di diversi colori e diventarono geroglifici. Era l'involucro della mummia che io guardavo, esso si ruppe e da lì uscì il re vecchio migliaia di anni, la figura della mummia, nera come la pece, nera e lucida come la lumaca del bosco oppure come il fango grasso e nero, il Re della Palude o la mummia della piramide, non lo capii. Egli mi strinse tra le sue braccia e fu come se dovessi morire. Mi sentii di nuovo viva quando avvertii sul mio petto un calore e un piccolo uccello vi batté le ali, cinguettando e cantando. Esso volò via dal mio petto su in alto verso il soffitto buio e pesante, ma legò ancora su di me un lungo nastro verde; sentii e capii le note della sua nostalgia: “Libertà! Sole! Dal Padre!”. Allora pensai a mio padre nelle terre nostrane illuminate dal sole, alla mia vita, al mio amore, e sciolsi il nastro, lasciandolo volare via, verso il padre. Da quell'ora non ho sognato, dormivo di un sonno certamente tanto pesante e tanto lungo, fino a ora che le note e il profumo mi hanno sollevata e sciolta!»

Il nastro verde del cuore della madre all'ala dell'uccello, dove svolazzava ora, dove era stato buttato? Soltanto la cicogna l'aveva visto; il nastro era il gambo verde, il fiocco il fiore lucido, e la culla per la bambina che ora era cresciuta in bellezza e che riposava di nuovo vicino al cuore della madre. E mentre stavano lì abbracciate papà cicogna girava intorno a loro, poi volò a tutta velocità al nido, vi prese le spoglie di piuma nascostevi per anni, ne buttò una a ciascuna di loro e questa si avvolse intorno a loro ed esse si sollevarono da terra come due cigni bianchi. «Parliamo adesso insieme!» disse papà cicogna, «ora capiamo uno la lingua dell'altro, sebbene il becco abbia un taglio diverso da un uccello all'altro! Capita proprio a proposito che siate venute questa notte, domani saremmo partiti, la mamma, io e i piccoli! voliamo verso Sud! Sì, guardatemi bene! Io sono infatti un vecchio amico del paese del Nilo, e lo è anche la mamma, ce l'ha più nel cuore che non nelle parole. Lei ha sempre pensato che la principessa si sarebbe salvata; io e i piccoli abbiamo portato qui su le spoglie di cigno. Ebbene, come sono felice! E che fortuna che io sia ancora qui! Quando spunta il giorno migriamo via. Voliamo davanti, volate dietro a noi, così non sbagliate strada; io e i piccoli vi terremo d'occhio!» «E il fior di loto che io dovevo portare,» disse la principessa egiziana, « volerà sotto la spoglia di cigno accanto a me! Ho portato con me il fiore del mio cuore, così si è risolta la questione. A casa, a casa!» Ma Helga disse di non poter lasciare la terra danese prima di aver visto ancora una volta la sua madre adottiva, la cara moglie del vichingo. Nella sua mente riaffiorarono tutti i bei ricordi, tutte le care parole, tutte le lacrime che la madre adottiva aveva pianto per lei, ed era in quell'istante quasi come se ella l’amasse di più della sua vera madre. «Sì, dobbiamo andare alla casa del vichingo!» disse papà cicogna, «lì aspettano infatti la mamma e i piccoli chiacchieroni! La mamma, però, non dice molto, è sbrigativa ed energica, e poi quello che pensa è ancora meglio! Voglio subito fare una gracchiata per avvisare che arriviamo!» E poi papà cicogna gracchiò col becco ed egli e i cigni volarono fino alla fortezza dei vichinghi.

Lì tutti dormivano ancora di un sonno profondo; soltanto la sera tardi la moglie del vichingo era riuscita a riposare; era angosciata per la piccola Helga che ora da tre giorni e tre notti era sparita col sacerdote cristiano. Doveva averlo aiutato ad andare via, infatti era il cavallo di lei che mancava nella stalla, ma si domandava quale era la forza che aveva provocato tutto questo. Pensava a tutti i miracoli di cui si sentiva parlare a proposito del Cristo bianco e di coloro che credevano in Lui e Lo seguivano. I pensieri che si alternavano presero forma nella vita del sogno. Le sembrò di stare ancora sveglia riflettendo nel letto e fuori regnava il buio. Venne la tempesta, ella sentì il rullio del mare a Ovest e a Est proveniente dalle acque del Mare del Nord e del Kattegat; l'immenso serpente che faceva il giro della terra nella profondità del mare tremava in spasimi. Si avvicinava il crepuscolo degli Dei, il Ragnarok, come i pagani chiamavano l'ora estrema quando tutto sarebbe perito, perfino gli eccelsi Dei. Il coro dei galli risuonò e gli Dei cavalcarono sopra l'arcobaleno, vestiti di acciaio per combattere l'ultima lotta; davanti a loro volarono le valchirie alate e la fila si chiuse con le figure dei guerrieri morti; tutta l'aria intorno a loro brillò con lampi di luce dell'aurora boreale, ma fu l'oscurità a vincere. Il momento fu orrendo. E vicino all'angosciata moglie del vichingo la piccola Helga stava seduta per terra nella forma orrenda della rana, anche ella tremò e si strinse alla madre adottiva che la prese nel suo grembo e la tenne stretta con amore, per quanto potessero sembrare orrende le spoglie del batrace. Nell'aria si sentirono colpi di spada e di mazza, di frecce che tagliavano l'aria come se fosse una grandinata tempestosa che passasse sopra di loro. Era arrivata l'ora in cui il cielo e la terra si sarebbero frantumati, in cui le stelle sarebbero cadute, in cui tutto sarebbe perito nel fuoco del gigante Surtur; ma ella sapeva che una nuova terra e un nuovo cielo sarebbero rinati, il grano avrebbe ondeggiato laddove ora il mare ragliava sopra il fondo sabbioso arido, il Dio innominabile avrebbe regnato e a Lui salì Baldur, il dolce, l'affettuoso, liberato dal Regno dei Morti. Egli venne. La moglie del vichingo lo vide, e riconobbe il suo viso: era il sacerdote cristiano catturato. «Cristo bianco!», gridò ad alta voce, e nel fare il nome, ella strinse a sé e baciò la fronte della sua orrenda figlia rana. Ed ecco che le spoglie da batrace caddero e la piccola Helga stette lì in tutta la sua bellezza, dolce come non lo era mai stata prima e con gli occhi che brillavano; ella baciò le mani della madre adottiva, la benedì per tutte le cure, tutto l'amore che lei le aveva accordato nei giorni della tribolazione e della prova; la ringraziò per i pensieri che ella aveva depositato in lei e che aveva risvegliato, la ringraziò per aver fatto il nome che ella ripeté: «Cristo bianco!». E si sollevò come un enorme cigno, le ali si stesero grandissime con un sussurro come quando la schiera degli uccelli migratori vola via.

La moglie del vichingo si svegliò, mentre fuori si sentiva ancora lo stesso forte colpo di ala. Sapeva che era il periodo in cui le cicogne se ne andavano da lì, e volle vederle ancora una volta prima della loro partenza per dir loro addio. Si alzò, uscì sul balcone ed ecco che vide sulla cima del tetto della casa di fianco una cicogna accanto all'altra e intorno al cortile, e sopra i grandi alberi grandi schiere volavano formando grandi giri; ma proprio di fronte a lei, sul bordo del pozzo, dove la piccola Helga era stata seduta tanto spesso a spaventarla con la sua selvatichezza, stavano ora due cigni e la guardavano con occhi intelligenti, ed ella si ricordò del suo sogno, che la colmava ancora completamente, esattamente come la realtà. Pensò allora alla sua piccola Helga sotto la spoglia di cigno, pensò al sacerdote cristiano e si sentì all'improvviso meravigliosamente felice nel cuore. I cigni batterono le ali, piegarono i loro colli come se anche essi volessero darle il loro saluto; e la moglie del vichingo stese le braccia verso di loro come se ella capisse. Sorrise nel pianto e nei suoi tanti pensieri. Allora tutte le cicogne si sollevarono con fragore di ali e gridolii per il viaggio verso Sud. «Non aspettiamo i cigni!» disse mamma cicogna, «se vogliono venire con noi, che vengano! Non possiamo stare qui fino alla partenza dei pivieri. C'è però qualcosa di bello a viaggiare così, tutti in famiglia: non come i fringuelli e i combattenti dove i maschi e le femmine volano per conto loro, e a dire il vero non è neanche decoroso! E come volano i cigni?» «Ognuno vola a modo suo.» disse papà cicogna, «i cigni di traverso, le gru a triangolo e i pivieri in linea serpeggiante.» «Non nominare il serpente quando voliamo quassù!» disse mamma cicogna, «fa soltanto venire ai piccoli delle voglie che non si potrebbero soddisfare!» «Quelle laggiù sono le grandi montagne di cui sentii parlare?» chiese Helga sotto la spoglia di cigno. «Sono nuvole da temporale che passano sotto di noi!» disse la madre. «Che cosa sono quelle bianche nuvole che si innalzano così in alto?» chiese Helga. «Sono le montagne eternamente coperte di neve quelle che vedi!» disse la madre, e sorvolarono le Alpi, in direzione del Mar Mediterraneo azzurreggiante. «La terra d'Africa! La spiaggia dell'Egitto!» esultò la figlia del Nilo sotto la spoglia di cigno, vedendo da su in aria una specie di striscia giallo biancastra in forma di onda, il suo paese d'origine. Anche gli uccelli la videro e accelerarono il loro volo. «Sento il profumo del fango del Nilo e delle rane bagnate!» disse mamma cicogna, «mi fa il solletico dentro! Sì, adesso assaggerete e vedrete Marabù, Ibis e Gru! Sono tutti della famiglia, ma non sono così belli come noi; si mostrano signorili, soprattutto l'Ibis. Certo è stato viziato dagli egiziani: fanno di lui una mummia, lo imbottiscono di erbe aromatiche. Io preferirei essere imbottita di rane vive, anche voi e lo sarete! Meglio qualcosa nello stomaco quando si è ancora vivi che essere di ornamento quando si è morti! Questo è il mio parere ed è sempre quello giusto!» «Adesso sono arrivate le cicogne!» dissero nella casa ricca sulle rive del Nilo, dove nella grande sala, su morbidi cuscini coperti da pelle di leopardo, il signore reale era sdraiato, né vivo, né morto, sperando nel fior di loto portato dalla profonda palude del Nord. Parenti e servi stavano intorno a lui. E nella sala entrarono a volo due splendidi cigni bianchi, che erano arrivati insieme alle cicogne. Gettarono via le accecanti spoglie di piuma ed ecco apparire due belle donne, simili come due gocce di rugiada; si chinarono sopra il pallido vecchio appassito, gettarono indietro i loro lunghi capelli e nel momento in cui la piccola Helga si chinò sul nonno, le sue guance arrossirono, i suoi occhi presero a brillare, la vita invase le membra irrigidite: il vecchio si alzò fresco e ringiovanito. La figlia e la nipotina lo tennero nelle loro braccia come per un saluto mattutino dopo un lungo sogno pesante. E ci fu gioia in tutta l'abitazione e anche nel nido delle cicogne, ma lì fu soprattutto per il buon cibo, il formicolio delle tante rane; e mentre gli eruditi frettolosamente annotarono senza ordine la storia delle due principesse e del fiore della salute, che fu un grande avvenimento e una grande benedizione per la casa e per il paese, i genitori cicogne la raccontarono a loro modo e alla loro famiglia, ma soltanto dopo che erano tutti sazi, sennò avrebbero avuto altre cose da fare che non ascoltare storie. «Adesso diventerai qualcuno!» sussurrò mamma cicogna. «Oh, che cosa potrei diventare!» disse papà cicogna, «e che cosa ho fatto? Niente!» «Tu hai fatto più di tutti gli altri! Senza di te e senza i piccoli le due principesse non avrebbero mai rivisto l'Egitto e non avrebbero mai curato il vecchio. Diventerai qualcuno! Ti daranno di sicuro il grado da dottore e i nostri piccoli nasceranno da allora in poi con questo, e i loro piccoli ancora in avanti! Già assomigli davvero a un dottore egiziano, ai miei occhi!» Gli eruditi e i saggi elaborarono l'Idea Fondamentale, come la chiamarono, che attraversò l'intero evento: «Dall'amore nasce la vita.», spiegandola in diversi modi: «Il raggio caldo del sole era la principessa egiziana; ella scese dal Re della Palude e dal loro incontro spuntò fuori il fiore.» «Non riesco bene a ripetere le parole!» disse papà cicogna che aveva ascoltato su dal tetto e che doveva farne il resoconto al nido. «Era così complicato quello che dicevano, era così intelligente che ricevettero immediatamente un grado e dei regali, perfino il capocuoco ebbe una grande onorificenza. Era probabilmente per la minestra!» «E tu che cosa ricevesti?» chiese mamma cicogna, «non avranno dimenticato, spero, il più importante e quello sei tu! Gli eruditi hanno soltanto parlato riguardo a tutto questo! ma il tuo turno verrà, spero!»

Nella tarda notte, quando la pace del sonno riempiva la ricca casa felice, c'era ancora uno che vegliava, e questo non era papà cicogna, sebbene egli stesse montando la guardia dormendo su una sola gamba su nel nido. No, era la piccola Helga quella che vegliava sporgendosi dal balcone e guardava l'aria limpida con le grandi stelle lucenti, più grandi e più brillanti di quanto ella le aveva viste a Nord, eppure le stesse. Ella pensava alla moglie del vichingo vicino alla Palude Selvatica, ai soavi occhi della madre adottiva, alle lacrime che aveva pianto sulla misera bambina rana, che ora stava al chiarore e allo splendore delle stelle vicino alle acque del Nilo nella deliziosa aria primaverile. Pensò all'amore nel petto della donna pagana, quell'amore che aveva dimostrato a una misera creatura che sotto le spoglie di una persona umana era un animale malvagio e sotto le spoglie dell'animale era disgustosa da vedere e da toccare. Guardò le stelle lucenti e si ricordò il chiarore della fronte del morto quando volarono sopra le foreste e i pantani; nella sua memoria risuonavano note, parole che lei aveva sentito pronunciare quando avanzarono a cavallo ed ella era come sopraffatta dall'emozione; parole sul grande principio dell'Amore, l'Amore più eccelso, che abbracciava tutte le stirpi. Sì, quante cose non erano state date, vinte, ottenute! Il pensiero della piccola Helga abbracciava, di notte, di giorno, tutta l'intera sua felicità e la guardava come il bambino che si rigira velocemente da colui che dona ai doni, a tutti i bei regali; fu come se ella si unisse alla felicità crescente che avrebbe potuto venire, che sarebbe venuta. Ella infatti era stata portata attraverso miracoli a una gioia e a una felicità sempre più grandi e in queste si perse un giorno, completamente, tanto da non pensare più a colui che dona. Era l'ardire dello spirito della giovinezza, che fece il suo rapido colpo! I suoi occhi ne brillarono, ma ella ne fu immediatamente richiamata fuori da un forte rumore giù nel cortile sotto di lei. Laggiù vide due immensi struzzi che correvano velocemente in cerchi stretti; un animale che non aveva mai visto prima: un uccello tanto grande, tanto goffo e pesante, con le ali che sembravano tarpate, e che sembrava molestato, ed ella chiese cosa gli era successo; e per la prima volta ella sentì quella leggenda che gli egiziani raccontano a proposito dello struzzo. La sua stirpe era stata bella una volta, le sue ali grandi e robuste.

Una sera gli uccelli potenti della foresta gli dissero allora: «Fratello! domani vogliamo, se Dio lo vuole, volare fino al fiume per bere?». E lo struzzo rispose: «lo voglio!». Quando si fece giorno, volarono via, prima molto in alto verso l'occhio di Dio, il sole, sempre più in alto, e lo struzzo molto davanti a tutti gli altri, che volava orgoglioso verso la luce; aveva fiducia soltanto nelle proprie forze e non in Colui che dona. Non disse: «se Dio vuole!» quando l'angelo della punizione tirò via il velo da colui che irradiava fiamme, e in quello stesso istante le ali dell'uccello furono ustionate, ed esso sprofondò, misero, fin giù sulla terra. Così, insieme alla sua stirpe, non ha più avuto la forza di sollevarsi; esso fugge spaventato, si precipita in cerchi nello spazio stretto. La sua storia è diventata per noi uomini un monito per dire in tutti i nostri pensieri e in tutti i nostri atti: «se Dio vuole!». Ed Helga inclinò pensierosa la testa, guardò lo struzzo che correva, vide la sua angoscia, vide la sua stupida gioia alla vista della propria grande ombra sul muro bianco illuminato dal sole. E la gravità gettò le sue radici profonde nell'animo e nel pensiero. Una vita tanto ricca, nella felicità crescente, era stata data, era stata vinta… che cosa sarebbe successo, che cos’altro le avrebbe riservato il destino? La cosa migliore: «se Dio vuole!».

Nella primavera precoce, quando le cicogne ripartirono per il Nord, la piccola Helga prese il suo braccialetto d'oro, vi incise il suo nome, fece cenno a papà cicogna, gli mise l'anello d'oro intorno al collo pregandolo di portarlo alla moglie del vichingo, che da esso avrebbe capito che la figlia adottiva era in vita, era felice e si ricordava di lei. “E pesante da portare!” pensò la cicogna quando gli venne messo intorno al collo, “ma non bisogna buttare l'oro e l'onore sulla pubblica via. Capiranno lassù che la cicogna porta fortuna!” «Tu depositi l'oro, e io deposito le uova!» disse mamma cicogna, «ma tu lo fai una volta sola, io lo faccio tutti gli anni! Eppure nessuno di noi ha diritto a un apprezzamento! E’ mortificante! » «Rimane la coscienza di averlo fatto, mamma!» disse papà cicogna.

«Quella non te la puoi attaccare in modo vistoso!» disse mamma cicogna, «non porta né vantaggi, né pasti!» E poi se ne volarono via.

Il piccolo usignolo che cantava nel cespuglio di tamarindo, pensando anche lui di partire ben presto per il Nord. Lassù alla Palude Selvatica la piccola Helga l'aveva spesso sentito. Ella volle mandare con lui un messaggio, perché aveva imparato la lingua degli uccelli da quando aveva volato sotto la spoglia di cigno; l'aveva da allora spesso parlata con la cicogna e la rondine, quindi l'usignolo l’avrebbe capita, ed ella lo pregò di volare su fino alla foresta di faggi sulla penisola dello Iutland, dove era stata eretta la tomba con pietre e rami, e gli disse di pregare tutti gli uccellini di lassù di prendersi cura della tomba e di cantare un canto e ancora un canto. E l'usignolo se ne volò via, e anche il tempo se ne volò via! L'aquila stava sulla piramide e vide nell'autunno una fastosa spedizione con cammelli riccamente caricati, uomini lussuosamente vestiti e armati su cavalli arabi frementi, bianchi e brillanti come l'argento e con narici rosse che tremolavano; la criniera grande e fitta che cadeva sulle esili gambe. Ricchi ospiti, un principe reale dal paese d'Arabia, bello come un principe deve essere, fecero la loro entrata nella casa orgogliosa dove ora il nido delle cicogne era vuoto. Coloro che vi abitavano erano infatti in un paese del Nord, ma presto sarebbero tornati. E vennero proprio quel giorno quando si era al massimo della gioia e dell'allegria. Vi erano feste di nozze e la piccola Helga era la sposa, vestita di seta e gioielli; lo sposo era il giovane principe della terra d'Arabia. Stavano seduti a capotavola tra la madre e il nonno. Ma ella non guardava la guancia bruna e mascolina dello sposo, dove la barba nera si increspava, non guardava i suoi focosi occhi scuri che la fissavano: ella guardava fuori, in alto verso la stella che ammiccava e luccicava e dal cielo brillava verso la terra. Si sentì allora uno strepito di forti colpi d'ala fuori nell'aria: le cicogne tornavano a casa. E la vecchia coppia di cicogne, per quanto potesse essere stanca dopo il viaggio e per quanto avesse certamente bisogno di riposo, volò immediatamente giù sulla ringhiera della veranda, poiché sapevano quale festa fosse. Avevano già sentito alla frontiera del paese che la piccola Helga li aveva fatti dipingere sul muro, perché facevano parte della sua storia. «È molto ben pensato!» disse papà cicogna. «È molto poco!» disse mamma cicogna, «di meno, certo, non poteva essere fatto!» E quando Helga le vide, si alzò e andò nella veranda da loro per accarezzarle giù per la schiena. La vecchia coppia di cicogne fece la riverenza col collo e i più giovani dei piccoli li guardarono e si sentirono onorati. Ed Helga guardò in alto verso la stella che luceva, che brillava sempre più limpida; e tra essa e lei si muoveva una figura, più pura dell'aria e per questo visibile, che si librava proprio vicino a lei: era il sacerdote cristiano morto. Anche lui arrivò il giorno della sua grande festa, e veniva dal Regno dei Cieli. «Lì, lo splendore e la magnificenza sorpassano tutto ciò che la terra possa conoscere!» egli disse. E la piccola Helga pregò, con tanta dolcezza e tanto fervore come non aveva mai pregato prima, di potere, per un solo istante, guardare dentro, per poter dare una sola unica occhiata nel Regno dei Cieli, al Padre. Egli allora la sollevò nel chiarore e nella magnificenza, in un fiume di note e di pensieri. Non fu soltanto intorno a lei che vi furono la luce e la musica, ma anche dentro di lei. Non ci sono parole per esprimere tutto questo. «Ora dobbiamo tornare indietro, tu manchi loro!» egli disse.

«Ancora un'unica occhiata!» ella pregò; «soltanto un unico breve istante!» «Dobbiamo tornare sulla terra, tutti gli ospiti se ne vanno!» «Soltanto un'unica occhiata! L'ultima!»

E la piccola Helga stette di nuovo nella veranda, ma tutti i fuochi là fuori erano spenti, tutte le luci nella sala degli sposi erano sparite, le cicogne erano sparite, non si vedeva nessun ospite, nessuno sposo, tutto fu come portato via dal vento in tre brevi istanti. Allora Helga fu presa dall'angoscia: attraversò la grande sala vuota per entrare nella stanza seguente, dove vi dormivano soldati stranieri, aprì la porta laterale che dava sulla sua stanza, e pensando di stare lì, si trovò fuori nel giardino (prima infatti qui non era così). Il cielo brillava di rosso, era verso l'alba. Tre istanti soltanto nei cieli e una intera notte terrestre era passata! Allora ella vide le cicogne; fece loro un grido parlando la loro lingua e papà cicogna girò la testa, udì e si avvicinò. «Parli la nostra lingua!» egli disse, «che cosa vuoi? Perché vieni qui, tu, donna forestiera?» «Ma sono io! sono HeIga, non mi riconosci? Tre istanti fa parlavamo insieme, là nella veranda.» «C'è un equivoco!» disse la cicogna, «hai sognato tutto!» «No, no!» ella disse ricordandogli la fortezza dei vichinghi e la Palude Selvatica il viaggio per venire fin lì. Allora papà cicogna batté le ciglia: «Ma questa è una vecchia storia, l'ho sentita dai tempi della mia bis-bis-nonna! Sì, è vero che vi fu qui in Egitto una certa principessa dalla terra danese, ma ella sparì la sera delle sue nozze centinaia di anni fa e non tornò mai più! Lo puoi leggere tu stessa qui sul monumento nel giardino, vi sono scolpiti e cigni e cicogne e su in cima ci stai tu nel marmo bianco.» Così era. La piccola Helga vide questo, capì, e cadde in ginocchio. Mentre il sole si mise a brillare, così come era successo in quei giorni ormai lontani, quando le spoglie di rana caddero ai suoi raggi e apparve la bella figura umana, così ora si sollevò nel battesimo della luce una figura di bellezza più limpida, più pura dell'aria, un raggio di luce, verso il Padre. Il corpo sprofondò nella polvere: dove ella era, giacque un fiore di loto appassito.

«Ma questa è una nuova fine della storia!» disse papà cicogna, «questa non me la sarei davvero aspettata! Ma mi piacque assai!» «Chissà cosa ne direbbero i piccoli?» chiese mamma cicogna, «Eh sì, questa è certamente la cosa più importante!» disse papà cicogna.