Fiabe Amatoriali - Rosalpina: Il paese senza lacrime

libro animato

C'era una volta un piccolo paese chiuso e nascosto tra alte cime ghiacciate. Non era facile arrivarvi: bisognava camminare e camminare, attraversare scure gole dense di boschi, torrenti impetuosi, tremuli ponti di corde. Solamente in fondo, in fondo, là dove la linea verde della terra si congiungeva a quella azzurra del cielo, là dove, di notte, le stelle brillavano a migliaia nei prati scoscesi assieme alle stelle alpine ed alle genziane, iniziava il paese senza lacrime. Era un posto così piccolo e sperduto che nessuna carta, nemmeno la più particolareggiata ne faceva menzione. In realtà neppure gli abitanti del paese erano a conoscenza che, oltre le loro aguzze cime ghiacciate, ci fossero città e nazioni e persone. Erano convinti che il mondo si fermasse lì, in quel loro paese felice dove il cielo si stringeva alla terra in un amichevole abbraccio. Il paese senza lacrime era proprio piccino: una piazzetta acciottolata, affacciata su un panorama di rocce chiazzate di verde ed una spruzzata di casette tutte uguali dai muri bianchissimi ornati da finestrine ridenti di gerani. La gente del paese senza lacrime non era, ad un primo sguardo, in nulla dissimile da quella del resto del mondo: aveva due gambe, due braccia, due occhi, un naso e perfino una bocca. Beh,qualcosa di differente in realtà si notava.. Tutti, sia gli uomini, sia le donne e perfino i bambini, avevano stampato sul viso l'identica espressione di allegra spensieratezza. Non s'incontrava, neanche a cercarlo col lanternino, un bimbo che piangesse per un capriccio o una vecchina cui si scorgesse, tra le pieghe del viso, due labbra rivolte malinconicamente all'ingiù. Tutti sfoggiavano allegri sorrisi e le strette viuzze echeggiavano di risate argentine. La vita, in quel paese, scorreva come un tranquillo ruscello illuminato dal sole.

Un giorno un cacciatore che, attraverso la foresta, s'apprestava a tornare a casa col suo bottino di poveri uccellini impallinati, scorse, dove la boscaglia s'addensava umida e scura, una piccola forma tremante. Stupito s'avvicinò. Scostò qualche ramo imperlato di brina e a bocca aperta contemplò il misterioso essere che giaceva nell'erba. Era un ragazzetto, non più bambino, ma non ancora adolescente, con uno scompigliato cespuglio di capelli color buccia di castagna che spioveva sugl'occhi larghi di paura. "E, tu chi sei?" gli chiese nella sua lingua gutturale. Il ragazzino si rattrappì su se stesso: sembrava una bestiola presa in trappola. "Chi sei, dunque?" domandò nuovamente il cacciatore, questa volta accompagnando le parole con i gesti. "Mi.. mi chiamo Daniele" disse finalmente con una sottile vocina da bambino piccolo. Aveva sul labbro superiore una lieve peluria brillante che contrastava con l'aspetto ancora infantile. "Da dove vieni? Non ti ho mai visto qui" disse il cacciatore mentre tentava di far alzare il ragazzo. Ma Daniele era proprio esausto e scivolò di nuovo nell'erba. Non sapeva bene, neanche lui, come fosse arrivato in quel luogo. Ricordava solo di essersi perso nel bosco, di avere corso angosciato tra i lunghi rami che lo inseguivano ghignanti. I piedi sempre più stanchi inciampavano nel frusciante tappeto di foglie ramate. Per giorni e giorni aveva vagato,il piccolo cuore fremente per ogni ombra oscura che occhieggiava dietro la scorza rugosa degli alberi. Aveva attraversato ponti sospesi sulla schiuma di selvaggi torrenti,il silenzio lo aveva avvolto denso e pesante, solo scheggiato dall'urlo di qualche invisibile animale. Aveva avvertito su di sé le fredde dita della morte allungarsi,pronte a ghermirlo al primo segno di cedimento. Si era fatto forte e aveva camminato e camminato con i piedi feriti,i vestiti strappati dai rovi,la pancia vuota che gorgogliava,il cuore pesante d'angoscia e negl'occhi l'immagine della madre che lo cercava inutilmente. L'avrebbe più rivista? Avrebbe più sentito sulle guance il tocco speciale delle sue mani che lo accarezzavano? Abbassò le palpebre e chiuse fuori le sue paure. Era stanco,non poteva più lottare: si consegnò al destino, qualunque cosa lo aspettasse. Una lieve carezza lo svegliò. Aprì gli occhi: la coscienza faticava a disegnare i contorni delle cose. Alla fine mise a fuoco la figura di una ragazza. Era molto carina: occhi come caramelle d'orzo e capelli come miele selvatico e un piccolo naso all'insù. Ma ciò che più attirava l'attenzione era il suo sorriso: illuminava, netto,senza ombre,tutto il volto. Non ne aveva mai conosciuti di uguali. Un pò a segni, un pò a parole, si presentarono. La ragazza si chiamava Caterina. Era in quell'età in cui il corpo, segretamente, sboccia, s'addolcisce, perde le angolosità infantili, cogliendo di sorpresa la stessa bambina. A Davide piacque subito.

I discorsi di Caterina erano percorsi da zampillanti risatine. Era figlia del cacciatore che l'aveva trovato e ora abitavano insieme nella casina bianca con i gerani rossi alle finestre. Daniele si rese conto ben presto della felicità che, come un dolce sciroppo, scorreva per tutto il villaggio. "Ah, ah!" si sentiva echeggiare nelle case e per strada i visi sembravano avere rubato la luminosità al sole. Probabilmente l'aria che si respirava in quel luogo sperduto era impregnata di un'ilarità perenne e nessun abitante sfuggiva al misterioso influsso. Il tempo trascorreva veloce tra quella gente che non conosceva tristezza. I giorni si aggiunsero ai mesi e i mesi agl'anni. A lungo andare, però, tutta quell'ilarità risultava stucchevole ed insipida. Daniele si fece un bel giovane: il cespuglio spinoso sulla testa si trasformò in una lucente matassa di seta che scendeva a sfiorare gli occhi di scuro velluto. Le ragazze del paese se lo segnavano col dito, manifestando con sonore risate il loro apprezzamento. Daniele ne era lusingato, ma anche infastidito. A lui interessava sola Caterina.

Un giorno, nell'ora in cui il tramonto ramato si stemperava nelle prime ombre notturne, Daniele si recò alla cascata dietro il paese. L'acqua precipitava con selvaggia violenza lungo la gola verde di muschio, e, all'improvviso, quasi stregato da tutto quel fragore, la sua mente si staccò dal corpo, volò lontano, al di là delle cime ghiacciate, oltre il bosco popolato di ombre, fino alla casa dal poggiolo di legno annerito dal sole e dagl'anni. Appoggiata alla balaustra c'era una donna minuta con i capelli biondi un pò scoloriti e i dolci occhi bagnati di lacrime. Scrutava nel vuoto in cerca di qualcuno. "Sta cercando me!" mormorò il ragazzo, quasi in sogno. "Mamma.." gridò, tendendo istintivamente le braccia. Il suo grido echeggiò, ampliato dai dirupi, ma la mamma non poteva udirlo. La nostalgia per la madre, soffocata da quel mondo artificiale senza lacrime, gli rovinò addosso di colpo. Intuì che solo col pianto avrebbero potuto dare sollievo all'oscura angoscia che avvertiva nell'animo; ma i suoi occhi rimasero asciutti e la bocca, come il solito, stirata in un sorriso vacuo. Staccandosi a fatica dalla visione, alzò gli occhi verso le aguzze cime che foravano la notte e urlò con tutta la forza dei suoi polmoni: "Chiunque tu sia, mago o strega, che hai gettato un incantesimo su questo paese: io ti invoco! Lascia che il dolore si riversi fuori di noi e non rimanga nascosto nel cuore come un animale nella tana! Abbiamo il diritto d'essere uomini come tutti gli altri sulla terra!" Le parole del ragazzo tagliarono come lame affilate l'aria bruna. La seta pesante del cielo, punteggiata di stelle, ebbe un lungo brivido e una voce non umana precipitò rombando dagli spazi siderali: "Piccolo uomo temerario, come osi interpellare con tanta arroganza il dio del riso e del pianto? Io donai a questo popolo una vita senza pene. Da allora è sempre vissuto felice: perché vuoi insinuare il dubbio nei loro animi gioiosi?" "La loro è una gioia artificiale." replicò Daniele. "La gioia da sola, senza le altre emozioni dell'animo con cui confrontarsi, è piatta, non ha spessore. È come uno strumento monocorde in cui vibra in eterno un'unica nota. Non ha nulla d'umano." "Sciocco ragazzo, non sai godere del privilegio che la sorte ti ha donato!" disse il dio del riso e del pianto, "Scioglierò dal sortilegio te solo, ma dovrai abbandonare il mio felice paese e ritornartene in dietro, nel mondo degli uomini comuni. Tu mi hai chiesto di ridarti tutti i sentimenti umani ed io ti accontenterò. Soffrirai la paura, la solitudine, l'angoscia. Scoprirai che anche l'amore non è solo gioia pura, ma anche emozione palpitante, sofferenza sottile."

Il dio, dopo aver pronunciato queste parole, scomparve. Restò per qualche attimo solo l'eco crudele di una risata, che si allontanò scivolando nel vento. Un lungo brivido di terrore corse tra le scure chiome degl'alberi avvolti dalla notte. "Che succede, Daniele?" Una voce ben nota fece sobbalzare il ragazzo. Strizzò gli occhi: un tremulo velo di nebbia era calato all'improvviso, sfocando i contorni delle cose. Finalmente vide la sua amica Caterina. Gli anni avevano disegnato sulla sua figuretta morbide curve femminili; il viso conservava ancora la grazia selvatica dell'infanzia, con l'aggiunta però di un'intensità adulta nello sguardo. "Cosa ci fai qui, al buio? Con chi parlavi?" Domandò curiosa. Per la prima volta, guardandola, Daniele sentì nel petto il cuore fremere come un piccolo uccello. "Caty, vieni qua" le sussurrò con un'emozione nuova. Tese le braccia per stringerla a sé, ma urtò contro un invisibile ostacolo. Nuovamente l'aria nebbiosa fu percorsa da un brivido e la voce divina calò rombando dallo scuro velluto del cielo. "Ricorda le mie parole, ragazzo! Non potrai mai più avere contatti con questa gente: ormai tu appartieni ad un altro mondo. Vattene o il mio castigo ti colpirà terribile!" I due giovani con le mani poggiate sulla parete invisibile, vicini, ma divisi, ascoltarono in silenzio le dure parole. Caterina aveva ancora stampato sul viso il suo perfetto sorriso da bambola, ma gli occhi simili a caramelle d'orzo, persero per qualche istante la loro la lucentezza come se un grigio velo fosse calato ad oscurarli. Fu un attimo: lei apparteneva al paese felice e nessun altro sentimento poteva scalfire la sua serenità. "Scappiamo insieme, Daniele!" propose, mentre con le dita sottili disegnava, sull'invisibile parete,i contorni del volto crucciato. "Com'è possibile?" replicò il ragazzo" "Questo impalpabile ostacolo ti separa da me!" Volgendo poi lo sguardo con impeto verso il cielo stellato, lanciò la sua disperata richiesta: "Dacci, Signore del riso e del pianto, almeno una possibilità di riunirci. Ti promettiamo che ci allontaneremo subito dalla terra su cui regni." "Quello che mi chiedi è irrealizzabile", rispose la voce rotolando nel teso silenzio della notte. "A meno che.." "A meno che.." ripeté ansiosamente Daniele. "A meno che l'amore della tua ragazza sia così potente da sciogliere col suo calore l'incantesimo che la protegge." Caterina era confusa. Da alcuni anni lei e Daniele erano fidanzati: quando stava assieme a lui sentiva scorrere nelle vene una felicità così grande che quasi non riusciva a contenerla completamente. Non bastava tutto quell'amore per sciogliere l'incantesimo? Leggendole nel pensiero, il dio aggiunse: "Per te, ragazza, che conosci solo la pura gioia, è impossibile provare le sensazioni, talvolta dolorose, che inevitabilmente i sentimenti intensi portano con sé. Io ho donato al tuo popolo il riso perenne, ma vi ho reso immuni dalle emozioni profonde che consumano come la fiamma consuma la candela. Nubi gonfie di pioggia, trasportate dal vento, avevano ormai nascosto la dolce volta stellata. L'eco delle ultime parole sfumò confondendosi con un rombo lontano. I due ragazzi rimasero soli, avvolti dal silenzio della notte, finché le prime gocce iniziarono a frusciare leggere nell'oscurità del bosco. Essere così vicino, sentire il respiro l'uno dell'altro e non potersi neppure sfiorare era un terribile supplizio. La pioggia ora cadeva fitta, un lucido velo vibrante che scivolava sui loro corpi tesi. "Non potrò più stringerti tra le braccia! Cosa m'importa di stare in un mondo dove tu non ci sarai?" disse Daniele e la sua voce era già come morta. Caterina se ne stava rigida, immobile, le mani premute sull'invisibile parete, i capelli color miele selvatico gocciolanti. Ascoltava in silenzio le parole dell'amico mentre quel "più" le rimbombava nelle orecchie come un'esplosione. "Mi ritirerò nel bosco e lascerò che la vita si spenga lentamente in me. Prima voglio però accarezzare un'ultima volta il tuo dolce viso." Con tenerezza sfiorò la parete d'aria con dietro la faccia di Caterina. Passò le dita prima sui capelli grondanti, poi sugl'occhi simili a caramelle d'orzo, sul naso all'insù da bambina, sulla piccola bocca irrigidita in un sorriso vuoto. Vide le sue labbra tremare. "Che cosa intendi dire, Daniele? Non ho capito bene il tuo discorso." "Hai capito benissimo!" "No!" esclamò la ragazza. Il suono della voce fu come una freccia di fuoco scoccata nell'umidità silenziosa della notte. Inutilmente tentò di aggrapparsi alle braccia di Daniele, le sue dita scivolarono sul nulla che li separava.

Fu allora che dentro di lei qualcosa accadde. Sentì il sangue accelerare nelle vene e il cuore ritmare impazzito nel petto. Aveva smesso di piovere e un chiarore lattiginoso s'andava spandendo nel cielo. Si portò una mano sugl'occhi: li sentiva bruciare come il fuoco. Le guance erano rigate da strani rivoli lucenti... "Daniele, guarda" sussurrò Le immagini all'inizio gli arrivarono sfilacciate, come avvolte da una nebbia sottile; poi mise a fuoco meglio il volto di Caterina. La notte era ancora scura, ma un leggero chiarore le illuminava il viso e gli occhi lucidi. "Ma tu, tu..stai piangendo!" esclamò incredulo. Istintivamente Daniele la circondò con le braccia. Sentì il suo corpo bagnato tremare e con tenerezza strinse la ragazza al petto. Il tempo arrestò il suo corso, gli attimi persero i loro rigidi confini. Solo più tardi, molto tempo dopo, i due giovani si accorsero di percepire il calore reciproco. Nessuna barriera più li divideva. L'incantesimo era infranto. Caterina si volse per un attimo a guardare il suo paese felice nella luce rosata dell'alba. Dormiva tranquillo, isolato dalle alte cime ghiacciate. Poi s'addentrarono insieme nel bosco verso il mondo degli uomini normali.