Fiabe Amatoriali - I.Coretti: La fata e la civetta
Un grazie particolare all'Autore per l'illustrazione in accompagnamento al testo. © I.Coretti
La Regina della Notte, avvolta nel nero manto stellato, coprì il mondo e lo cullò nella quiete della sua sfavillante oscurità. Le stelle si accesero come lanterne nel cielo. Poi, giunse su un cocchio di nere nubi, la Signora della Pioggia, nel suo abito fluttuante mutava in forme diverse. Il Dio del Vento le volava alle spalle; si gonfiava, le sue gote si riempivano di bufera per sprigionarsi in un poderoso soffio. Le stelle vennero nascoste dalle nuvole che si diramarono ed estesero per tutto il cielo mentre il vento scese sulla terra strappando i vecchi vestiti delle piante. Pizzicava i rami come fossero corde di un'arpa, generando suoni sibilanti come acuti lamenti. La Signora della Pioggia, con il suo annaffiatoio, versava catenelle di acqua sul mondo come se stesse bagnando un'aiuola di fiori. Ogni goccia emanava la sua musica scrosciando sui vetri delle finestre, battendo sul selciato delle strade, contro le tegole. Era il canto e la danza della tempesta. Ognuno cercò un riparo nella notte. Anche gli animaletti del bosco si rifugiarono nelle loro tane in cerca di un po' di calore, di un giaciglio sicuro, mentre nello stagno le rane gracidavano saltellando allegramente. Trasportata dal vento, aggrappata ad una foglia che teneva sul capo, stava una fata. Volava, spiegando a fatica le sue flebili ali. Il Dio del vento la trascinava ora da una parte e ora da un'altra e a ben poco servirono i suoi sforzi per cercare di domarlo. Finì sul davanzale di una finestra. Il suo corpicino si attaccò ai vetri che emanavano una grande luce proveniente dall'interno della casa. Finalmente poteva avere un po' di quiete. Era infreddolita e, spiando attraverso i vetri, vide un grande camino che, come un imperatore nella corte, dominava col suo tepore il cuore della stanza. Intorno al focolare stavano una coppia di contadini e i due figlioletti, fratellino e sorellina. Di tanto in tanto la mamma tornava a controllare delle patate che aveva messo a cuocere sotto la cenere mentre raccontava una favola. Era una casetta modesta. Da un lato c'era il tavolo con la credenza mentre, nell'altro angolo della stanza, nascosto da un grazioso paravento decorato con figurine colorate, si intravedeva un gran lettone dove avrebbero dormito tutti insieme. Il contadino, per evitare che gli animali soffrissero il freddo di quella notte, gli aveva accolti tutti nella casetta. Intorno al fuoco stavano tre ochette bianche, una gatta che allattava i suoi piccoli dentro una scatola, un coniglietto, un gallo e una gallinella con sette pulcini. Accanto al camino, all'interno di un vaso di terracotta, c'era un piccolo abete decorato con nastri colorati, campanelle, candeline e palline variopinte. Era la notte di Natale. Una notte fredda, con pioggia e vento. Non era la classica notte natalizia sotto la neve come di solito si immagina che sia. La fatina spostò lo sguardo e vide, o almeno le sembrò di vedere, degli gnomi che stavano fermi, immobili, come fossero delle statue all'interno di un minuscolo paesino costruito su un tavolino di legno. C'erano tre casette di cartone accanto a una montagna fatta con fogli di giornale dipinto. Da quel piccolo villaggio partivano pastori e contadini con schiere di animali e si dirigevano, senza mai arrivare, verso una piccola capanna dal cui tetto pendeva un angelo. All'interno della capanna c'erano una donna avvolta in un manto blu e un uomo, entrambi con le mani giunte, dietro di loro giaceva un bue. Vegliavano un bimbo deposto in una culla fatta di paglia. Quelli che la fata credeva gnomi erano in realtà le statuine del presepe e la donna e l'uomo nella capanna raffiguravano la madonna e San Giuseppe, mentre nella culla era custodito Gesù bambino. I contadini erano molto poveri per comprare le statuine e quindi le avevano realizzate con la pasta del pane avanzato, ammorbidita, modellata, essiccata e successivamente dipinta con della tempera. Ma il pane non era bastato per realizzare anche l'asinello. Come tutti sanno nella capanna, assieme a Maria e Giuseppe, doveva esserci anche un asino, oltre al bue, per scaldare Gesù con il fiato. I bambini, in cuor loro, avrebbero tanto voluto che ci fosse anche l'asinello, ma non dicevano niente e si accontentavano di quel che avevano. C'era felicità in quelle semplici mura e, nonostante la povertà, gioivano dell'amore che li legava e questo era il tesoro più prezioso.
Il vento riprese a soffiare con forza al punto da trascinare con sé la piccola fata che librò in volo finchè il vento si calmò e la adagiò, con fare gentile, sulle scale di un grande cortile. Voltò la testa e vide ergersi imperiosa un' immensa villa. Enormi finestre a vetro incorniciate da lussuosi tendaggi proiettavano una luce abbagliante nel cortile e si udivano voci, risate, canti. Schiuse le ali e volò verso la prima finestra. Vide una grande tavola imbandita di ogni prelibatezza e gente riccamente vestita. Volti ridenti, voci che si confondevano in un grande brusio, mentre in un angolo della sala una giovane intonava al pianoforte delle canzoni di tradizione natalizia. Due bambini invece scalpitavano impazienti seduti a tavola. Nonostante i rimproveri di una signora che li esortava a mangiare quel che restava nel loro piatto, i due discoli non ne volevano sapere. Avranno avuto su per giù la stessa età dei fratellini che la fata aveva visto prima nella casetta povera. Anche loro fratello e sorella, vestiti con tessuti pregiati e pettinati con cura. Ad un certo punto tutti si riunirono intorno al pianoforte accanto alla giovane musicista per cantare in coro. Allora, i due monelli, approfittando della distrazione degli adulti, scivolarono sotto il tavolo ed entrarono in un'altra stanza. La finestra della nuova sala dava anche essa sul cortile e la fata riuscì a vedere cosa facevano. Scrutò dentro: che meraviglia, l'albero di natale più alto del mondo arrivava fino al soffitto, sontuosamente addobbato. Poco distante c'era un immenso presepe. La fata credette di nuovo che si trattasse di gnomi, ma riconobbe la stessa rappresentazione che aveva visto nell'altra casa, una capanna con una donna vestita di azzurro, un uomo e un bimbo in culla, solo che qui oltre al bue c'era anche un somaro. "Ma perché restano così immobili quegli gnomi? E che ci faranno mai dentro la casa di essere umani? In ogni caso li invidio, loro lì al caldo e io qui preda del freddo." A queste parole si sentì avvolgere da un manto di piume delicato che le fece sentire subito meno freddo. "Buonasera amica fata, sono la zia civetta, riscaldati pure sotto le mie ali, non fare i complimenti." Accanto a sé c'era una grande civetta dall'aria amichevole e simpatica, non ne aveva mai vista una da così vicino. Non ne ebbe affatto paura. Subito trovò in lei un'amica e poi era stata gentile a scaldarla udendola lamentarsi per il freddo. Poi la civetta, ridendo di ciò che aveva sentito dire dalla fata poco prima, spiegò con aria dotta "Non sono gnomi quelli che vedi lì dentro, ma sono statuine di gesso, sono alte come uno gnomo certo, ma non lo sono. Gli uomini non credono nella presenza degli gnomi e nemmeno nelle fate." La fata non si dimostrò molto contenta di apprendere che la loro esistenza fosse messa in dubbio e allora chiese cosa raffigurassero quelle statuine disposte nell'angolo. "Sono le statue del presepe" proseguì la civetta. "Attraverso loro si ricorda la nascita di Gesù bambino che venne al mondo molti anni fa per salvare gli uomini. Nacque in una mangiatoia e, siccome quella notte faceva molto freddo, venne scaldato dal fiato di un bue e un asinello. In questa santa notte viene celebrato il giorno della sua nascita. Ed è usanza degli esseri umani fare festa, scambiarsi dei doni e sforzarsi di essere più buoni in memoria dell'arrivo di Gesù. La cosa che mi rattrista è che solo in previsione di questa festa la gente cerca di compiere buone azioni mentre, il resto dell'anno, facilmente se ne dimenticano." La fata era completamente attratta dal racconto della zia civetta ma improvvisamente la loro attenzione venne richiamata dai due monelli della casa. In preda alla curiosità e impazienti di scartare i regali che avevano ricevuto, di nascosto dagli adulti, avevano iniziato ad aprire i pacchi sotto l'albero ma non si dimostrarono molto soddisfatti. "Ogni anno mi regalano un trenino, non lo voglio, non mi piacciono i trenini" brontolava il fratellino scaraventando con disprezzo un trenino tutto colorato contro il muro. "E io ho ricevuto una bambola con i riccioli biondi, quante volte devo dire che non voglio più bambole così. Questi giocattoli sono bruttissimi!" e così dicendo buttò la bambola sul pavimento e ci saltò sopra sciupandole il vestitino. Non contenti si accostarono al presepe e, pensando di fare un dispetto, rovesciarono a tetto in giù tutte le casette scomponendo l'ordine delle statuine. Nel fare ciò ridevano di gusto e incautamente lasciarono cadere il povero asinello che finì in un angolo del pavimento. Finalmente, richiamata dal baccano, sopraggiunse la loro balia che, nel vedere ciò che avevano fatto, li sculacciò e li riportò nella sala della cena rimproverandoli di santa ragione. "Che bambini impertinenti" disse la fata "hanno ricevuto magnifici regali e hanno guastato un presepe così bello. Non meritano di avere cose tanto preziose. Dall'altra parte del villaggio invece vivono due bambini molto poveri in una piccola casetta. Nonostante la povertà mi sono sembrati felici di quel poco che la vita gli ha offerto. Pensa, hanno un presepe molto povero e senza somarello."
In quel frangente, come per magia, la povera bambolina si animò improvvisamente. Si sedette sul pavimento, portò le mani sulla testa per sistemarsi la cuffietta, si spolverò il grembiulino e iniziò a piangere "Quella bambina viziata mi ha rovinato il vestito, è tutto sporco e malconcio, per poco non mi faceva male, io non voglio essere il giocattolo di una bambina che non mi vuole bene" diceva. Si avvicinò a fatica il trenino che non stava di certo meglio della bambola e iniziò a sbuffare in segno di approvazione. "Anche io vorrei stare con dei bambini che sappiano volermi bene" aggiunse ragliando l'asinello dal suo angolino. La fata e la civetta osservarono tutto con estremo stupore. "Credi che i poveri bambini di cui mi hai parlato avrebbero cura di questi giocattoli?" chiese la civetta. La fata annuì senza esitazione. Allora la civetta, pur di attirare l'attenzione dei balocchi, spiegò le ali ed emise suoni curiosi. I giocattoli, senza il minimo timore, si accostarono al vetro e chiesero ai due sconosciuti che cosa volessero e la fata raccontò loro dei bambini poveri che vivevano in una piccola casa. "Vorremmo condurvi da loro, vi amerebbero e giocherebbero con voi gioiosamente" disse. La bambolina si consultò col trenino e con l'asinello. Dopotutto non era importante che ad accoglierli fosse una casa ricca o povera, poiché la maggiore ricchezza ritennero che fosse quella di essere amati. "Veniamo con voi, vi seguiremo se siete certi che riceveremo cure e attenzioni" concluse risoluta la bambola dopo un breve momento di riflessione. Giunta a questa decisione aprì la finestra. Un soffio di vento guizzò all'interno della stanza, le imposte iniziarono a sbattere e, in un baleno, la bambola, il trenino e l'asinello si ritrovarono nella fredda notte con la fata sul dorso della civetta che li guidava verso la povera casetta. Attraversarono l'immenso cortile. Le voci e le luci divennero sempre più lontane. Quando si trovarono sulla strada selciata del paesello, il trenino invitò la bambola e l'asinello ad adagiarsi sui tetti dei vagoni e iniziò a camminare lungo i viottoli seguendo l'uccello in volo con la fata che gli indicava il tragitto. I due singolari passeggeri sgranarono gli occhi, non avevano mai visto il mondo al di fuori della scatola da confezione dove avevano alloggiato per molto tempo dopo la loro nascita, degli scaffali della bottega che gli aveva venduti, della casa dove erano finiti. Qualsiasi cosa destò in loro stupore. Le finestre delle numerose case che costeggiavano la strada erano come dei quadri viventi considerando che, attraverso i vetri, si vedeva ciò che avveniva all'interno di ciascuna abitazione. "Questa sarà la nostra buona azione di Natale. Vedrete che renderemo felici i cuori di quei poveri bambini" fece la civetta. Dopo aver sorvolato i tetti del paese, finalmente planò davanti una porticina rossa e, dietro di lei, giunse il trenino piuttosto affaticato dal viaggio e dal peso dei suoi passeggeri. La fata volò alla finestra e vide quella povera famigliola raccolta intorno al presepe che dedicava una preghiera al buon Gesù. Quello era il momento per consegnare il loro regalo, pensò. Quindi raggiunse in volo la catena della campanella che era appesa fuori la porta e la tirò. Ne uscì un suono deciso che interruppe la preghiera. "Chi sarà mai a quest'ora?" domandò la mamma. "Sarà Gesù bambino che ci porta il suo dono" risposero i fanciulli. La donna accorse ad aprire e non vide nessuno. Dopo aver scrutato qua e là con la testa fece per richiudere l'uscio quando, abbassando lo sguardo, vide ai suoi piedi la bambolina e il trenino. "Bambini guardate, deve essere davvero passato di qui il buon Gesù o qualcuno mandato da lui per lasciarci un dono" gridò incredula. Tutti accorsero sull'uscio e, dopo una breve esitazione, raccolsero i balocchi. La bimba subito iniziò a prendersi cura della bambola con fare materno, il fratellino invece saltò di gioia per il trenino e, nonostante non fosse in ottime condizioni, gli sembrava il trenino più bello del mondo. "Ma c'è qualcos'altro qui" fece il babbo che, chinandosi verso una piccola pozzanghera, estrasse fuori il somarello. "Ora si che Gesù potrà essere riscaldato, l'asinello è giunto per unirsi con il bue nella mangiatoia." I bambini erano fuori di sé dalla gioia. Quello era il natale più bello che avevano mai vissuto. L'asinello raggiunse la mangiatoia. Aveva un aspetto leggermente diverso dalle altre statuine fatte di pane. Era più grande e più bello.. e lui lo sapeva, ma non si dava arie, contento di trovarsi in quella casa dove regnavano la pace e l'amore. Tutti si riunirono accanto al camino ridendo e cantando. Era davvero una notte densa di magia. Intanto la fatina e la civetta, all'interno della cavità di un albero davanti alla finestra della casa, avevano trovato anche loro un caldo giaciglio, soddisfatte di aver contribuito a quella felicità. Ma accadde ancora una cosa: richiamate da un forte bagliore la fata e la civetta voltarono gli occhi al cielo e, in quel momento, videro risplendere una stella che nuotava tra gli astri lasciando dietro di sé uno strascico luminoso. La forte luce emanata dalla stella le baciò, accarezzando con i caldi raggi anche un roveto appassito che si estendeva ai piedi del loro albero. In quell'istante si verificò un piccolo miracolo. Sbocciarono le rose del roveto. "Gesù ci sta sorridendo" sussurrò la civetta commossa, "come segno della sua benedizione ha fatto sbocciare le rose in questa fredda stagione." Finalmente cadde la neve, come piume d'oca i fiocchi si adagiavano nelle strade, sui tetti, sul roveto.. ma le rose non appassirono.. erano le rose di Gesù bambino che, dall'alto dei cieli, guardava il mondo seduto sulla sua stella.