Fiabe Amatoriali - I.Coretti: La storia trovata nel baule

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Un grazie particolare all'Autore per l'illustrazione in accompagnamento al testo. © I.Coretti

libro animato

Era proprio un vecchio baule quello della nonna. La vernice verde non era più omogenea e strati di polvere erano diventati solidi visto che ormai si erano depositati da anni negli avvallamenti delle decorazioni scolpite sul legno. Era probabilmente un oggetto centenario che, se non fosse stato per la gran quantità di scartoffie e libri che conteneva, qualcuno avrebbe forse pensato di gettare sul fuoco. Il baule era custode silenzioso e fedele di libri, manoscritti e.. ricordi. Ricordi impressi nelle pagine segnate dal tempo, ricordi racchiusi in un disegno, nell'inchiostro sbiadito di un appunto.Erano molti anni che lo studente non entrava nella mansarda. Nelle travi del soffitto pendevano lussuose tele tessute con abilità dai ragni che vi dimoravano e questo dimostrava che nessuno era più entrato in quel posto altrimenti avrebbero provveduto a ripulire la stanza. Ma l'attenzione dello studente era per l'antico baule, raccoglitore di tutta la sua infanzia. Quanti pensieri ed emozioni gli tornarono alla mente e al cuore. I libri di scuola, matematica, storia, geografia.. ognuno di loro aveva nei margini bianchi delle pagine annotazioni o scarabocchi. Poi trovò i libri di favole che leggeva da bambino, antologie dei fratelli Grimm, Andersen, Perrault.. si soffermò a guardare le illustrazioni che tanto lo facevano sognare trasportandolo in un mondo incantato. Che nostalgia lo invase.. ma era piacevole. Tra le mani si ritrovò ad un tratto un quaderno di disegni, li aveva fatti lui, erano disegni che raffiguravano il mondo fantastico con fate, folletti e cavalieri. Le pagine avevano i bordi ingialliti e gli odori rimandavano ad un ricordo lontano. Ecco che, sfogliando il quaderno, i suoi occhi si soffermarono su un piccolo manoscritto, era una favola che aveva scritto da bambino. Il cuore si strinse dall'emozione e un fremito piacevole lo invase. Si accovacciò sul polveroso pavimento e trepidante iniziò a leggere il racconto che iniziava così:

Il sole si apprestava a calare quando un giovane taglialegna si accorse di essersi troppo dilungato nella foresta. Intento a raccogliere le fascine che si era procurato in quella giornata gli era sfuggito il sopraggiungere dell'imbrunire. Era molto povero e a stento riusciva a vivere del suo lavoro e a mantenere la sua povera e vecchia madre. Entro breve solo i riflessi lunari avrebbero schiarito la nera foresta. L'uomo si caricò finalmente sulle spalle le fascine quando si sentì afferrare per le caviglie, per i polsini della consumata camicia e per i capelli, come se ad afferrarlo fossero dei minuscoli e fastidiosissimi insetti. D'istinto lasciò cadere la legna per terra e fece per scrollarsi di dosso i presunti insetti ma subito si bloccò nel suo gesto trovandosi a un palmo dal naso una piccolissima creatura volante, una donnina in miniatura tutta nuda, vestita solo dai suoi lunghi capelli dorati, sospesa in aria da due flebili ali di libellula, avvolta in una luce tenue.. e c'erano anche piccoli uomini nudi coperti di foglie secche, dotati anche essi di ali. Erano fate e principi del bosco quelli che lui credeva insetti. La fata lo guardò con severità, l'uomo era come se fosse immobilizzato. Ad un certo punto la fata proferì con una vocina acuta: "Tu vieni a privarci delle nostre dimore, noi fate e principi viviamo all'interno degli alberi, ora tu verrai punito per quel che hai fatto, ti tramuteremo in un sasso e così non andrai più via da questo bosco che stavi uccidendo con la tua ascia.. e su di te balleremo nelle nostre notti al chiar di luna." "Pietà!" gridò l'uomo cadendo in ginocchio dalla paura, "Non sapevo di far del male a voi fate abbattendo gli alberi, ma è l'unico lavoro che ho per sopravvivere e sono molto povero, ma se dovrò scegliere di morir di fame o lasciare a voi le vostre felici dimore, giuro che scelgo di rimanere povero ma per pietà non tramutatemi in sasso!" La fata lo vide tanto disperato e lo sentì cosìsincero che alla fine non ebbe cuore di mutarlo in pietra, anzi si lasciò commuovere da ciò che il taglialegna disse. "Alzati, non disperarti, se prometti che non abbatterai mai più gli alberi di questo sacro bosco sarai salvo" disse la fata. Il taglialegna promise di cuore, allora le fate lo guidarono ai piedi di una quercia enorme, con una cavità al centro del tronco al cui interno era custodito un bocciolo dai petali azzurri, un fiore misterioso agli occhi del taglialegna che non ne aveva mai visto prima d'ora uno simile. La fata toccò il bocciolo facendo piovere su di esso una piccola cascata di stelle luminose. I petali si schiusero e avvenne una cosa straordinaria. All'interno del fiore c'era una piccola bambina, nuda, dai lunghi e fluenti capelli. La sua pelle brillava ed emanava luce abbagliante come fosse un cielo stellato "Non è una bambina come le altre, è figlia della luna e delle stelle le quali, sul suo candido incarnato, hanno impresso il loro suggello lasciando l'impronta luminosa della loro luce, è una bambina fatata, abbine cura, accudiscila e crescila come alleveresti un figlio e sarà la tua fortuna e la tua gioia. Ricorda però, anche se la fortuna ti cullerà nell'avvolgente calore del suo manto, sei tu il fautore della tua gioia. La felicità o infelicità sarà solo conseguenza naturale delle tue azioni. Addio." Detto questo le fate e i principi svanirono salendo tra le alte cime degli alberi lasciando dietro di loro una lunga scia luminosa.

L'uomo raccolse il fagotto e, accesa una torcia, si avviò lungo il sentiero tenebroso finchè giunse a casa. La madre, vedendolo rientrare con una bambina, dimostrò subito di esserne contenta e sorpresa, da sempre desiderava avere una nipotina però era anche preoccupata pensando che una nuova bocca da sfamare sarebbe stata insostenibile per loro ma il figlio gli raccontò delle fate e della loro promessa. Ben presto la vita del taglialegna cambiò, ricevette in dono denari da un anziano e ricco zio e oltretutto trovò un nuovo lavoro, divenne un commerciante di stoffe, mestiere che gli propose un tessitore del paese che lo aveva in simpatia. Poteva sembrare un caso, una coincidenza, ma tutto iniziò ad avvenire proprio dopo aver accettato di accudire la bambina, chiamata Stellina. L'uomo si fece una nuova casa bella e spaziosa e rivestì d'abiti preziosi la mamma e Stellina. Ora vivevano davvero in serenità e gioia e il buon uomo crebbe la bambina, tenendo fede alla promessa fatta alle fate.

Stellina veniva su davvero bene, buona e diligente. A sedici anni era davvero una bellissima ragazza, con occhietti vispi color del cielo e morbidi riccioli d'oro che le incorniciavano il roseo visetto. La sua pelle brillava come un gioiello prezioso, come un cielo incastonato di luminose stelle d'argento. I ragazzi del paese perdevano la testa per lei, la riempivano di attenzioni e di regali, si offrivano per accompagnarla a casa dopo la scuola, ma lei non aveva malizia e non scambiava per corteggiamento gesti che semplicemente reputava atti di gentilezza. Le sue compagne di scuola avrebbero tanto voluto essere al suo posto ma non la invidiavano, Stellina era tanto buona e cara con tutti che era impossibile volerle male. La nonna era orgogliosa e fiera di avere una nipotina così speciale. Stellina l'aiutava nelle faccende domestiche e, quando aveva tempo da dedicare alle sue passioni, soleva sedersi su un robusto ramo di una quercia sulla collina dove leggeva e scriveva poesie e canzoni.

Un giorno che il buon uomo stava tornando dal mercato del paese, mentre era sulla sua carrozza, un leggero venticello gli portò via il cappello facendolo planare ai piedi di una rosa cresciuta in un laghetto di fango. Non pareva affatto una rosa come le altre, aveva petali così vermigli che sembravano fatti di sangue. Stette qualche istante a contemplare quell'insolito fiore. A un certo punto ebbe la sensazione che il fiore gli parlasse e lo invitasse a raccoglierlo con voce suadente. "Coglimi, spezza il mio stelo, strappami da questo luogo fangoso, coglimi.. adesso" questo sembrava dicesse il fiore. L'uomo allungò il braccio e staccò il fiore dal suo gambo ma all'improvviso dai petali uscì una nube rossa e, quando il fumo si dissolse nell'aria, l'uomo si vide dinanzi una donna vestita di rosso tramonto con un ampio cappello dello stesso colore. La donna lo guardò in silenzio per qualche secondo, era vecchia, la pelle aggrinzita e verdognola, occhi crudeli all'insù, bocca armata di denti aguzzi come quelli di un lupo. Iniziò a ridere e additandolo disse: "Sono la strega Scarlatta, le fate maledette mi avevano relegata all'interno di una rosa e ora, grazie a te, sono salva da quella prigionia – Era davvero brutta e, a giudicare dall'aspetto terrificante, anche molto cattiva. Le fate mi cercheranno per punirmi e io non posso mantenere il mio aspetto, mi trasformerò in una giovinetta graziosa e tu mi aiuterai a nascondere a tutti la mia vera identità, mi sposerai ma guai a te se rivelerai a qualcuno chi sono. Accetta di avermi per moglie se non vuoi che scaraventi su di te il castigo della sfortuna!" Il povero uomo si sentì in obbligo di accettare la volontà della strega la quale, voltando dietro un albero, ne riuscì più bella di un raggio di sole, aveva capelli lunghi che cadevano in delicati boccoli rosso fuoco sulle spalle, occhi azzurri luminosi come pietre preziose anche se avevano un qualcosa di cattivo, qualcosa che lasciava presagire il perfido cuore della donna. L'indomani, con grande sorpresa di tutti, si celebrarono le nozze. Presto, la donna, non tardò a palesare tutta la sua profonda cattiveria, maltrattando Stellina. Le dava ordini in continuazione: "Vai alla fonte e riempi due secchi d'acqua, non lagnarti e non dire che sono pesanti altrimenti ti darò ai cani per merenda, devi guadagnarti quel che ti diamo da mangiare – e così era tutti i giorni." Il marito taceva mentre la vecchia madre difendeva Stellina ma la donna cattiva maltrattava anche lei.

La vecchia madre ben presto si ammalò e morì e il povero uomo rimase solo con Stellina e la strega. Non faceva altro che maledire, in cuor suo, il giorno che raccolse la rosa. Una sera, sul calar del sole, si fece coraggio e tornò nel bosco delle fate, le chiamò e dalle chiome degli alberi emersero numerosissime creature di luce: "Giovane taglialegna come mai ci invochi?" Il buon uomo raccontò loro tutta la storia della strega Scarlatta e loro lo rimproverarono poiché essa era davvero pericolosa e nemica di tutte le fate dei boschi. "Prendi questa rosa" dissero, "e pungile un dito con una spina dello stelo, essa tornerà prigioniera nel fiore e non potrà mai più far del male a nessuno." L'uomo prese la rosa magica e rientrò a casa. La donna era seduta sulla sedia a dondolo accanto al camino e aveva la testa china in avanti, addormentata. Il fuoco ardeva vivo e le scintille sembrava che danzassero, la fruttiera sul tavolo anche pareva animarsi, le mele era come se avessero improvvisamente avuto occhi per sbirciare quanto stava per accadere, così anche l'orologio a pendolo si era fermato per meglio osservare. Era come se gli oggetti della casa fossero in attesa del momento in cui si sarebbero liberati della strega. L'uomo avanzò adagio verso di lei, trattenendo il respiro per non far rumore. Lentamente si apprestava ad accostare alla mano della donna la rosa fatata. Stava quasi per pungerla quando inaspettatamente essa spalancò gli occhi, emise un urlo terrificante e dalla sua bocca si sprigionò una bufera potente che smosse tutta la stanza. Sollevò un braccio in aria e dalle mani fuoriuscirono scintille che scaraventò contro l'uomo. "Adesso tu, marito stufo, volerai lontano con le ali di gufo!" così dicendo si aprì la finestra e si sentì uno sbattere di ali. L'uomo, trasformato in un gufo, volò lontano, verso la luna.

L'indomani la strega ordinò a Stellina di preparare i bagagli perché l'avrebbe condotta in un posto dove sarebbe stata felice. La fanciulla non capiva. "Ma dov'è mio padre?" domandava, ma la strega non rispondeva. Stellina cominciò a pensare che la matrigna avesse fatto qualcosa di male al suo amato padre e nel formulare certi pensieri piangeva in silenzio mentre piegava i suoi pochi vestitini per metterli nella valigia. Lustrò una mela da portare con sé per il viaggio e il frutto strizzò gli occhi, con meraviglia di Stellina e le disse: "Altri non è che una strega malvagia la matrigna dal cuor duro, il papà in gufo ha mutato e nel cuore del bosco il volo ha spiccat." Stellina non credeva alle sue orecchie e, credendo di sognare, corse a lavarsi la faccia alla fonte, l'acqua si animò e le disse: "Altri non è che una strega malvagia la matrigna dal cuor duro, il papà in gufo ha mutato e nel cuore del bosco il volo ha spiccato." Allora corse allo specchio per vedere se sul viso avesse segni di stanchezza e se per questo aveva tali visioni ma lo specchio diventò vivo e proferì: "Altri non è che una strega malvagia la matrigna dal cuor duro, il papà in gufo ha mutato e nel cuore del bosco il volo ha spiccato." Allora era vero, non stava sognando, la matrigna era una strega e aveva trasformato il suo papà. La fanciulla stizzita andò dalla matrigna e le domandò con più decisione e veemenza dove avesse mandato suo padre. La strega finse ancora di non sentire e sollecitò con durezza Stellina a fare in fretta con i preparativi perché era ora di mettersi in viaggio. La ragazza allora le mise davanti la faccia lo specchio animato: "Specchio, svela le sembianze di questa donna dal cuore malvagio!" gridò. La donna si coprì il volto con le mani cercando di non riflettersi mentre la pelle si squarciava e cadeva a brandelli come fosse stata di plastica. La megera urlava e si agitava finchè non riacquisì totalmente il suo orribile aspetto. Intanto echeggiò ancora una volta la voce dello specchio che disse: "Altri non è che una strega malvagia la matrigna dal cuor duro, il papà in gufo ha mutato e nel cuore del bosco il volo ha spiccato." La strega afferrò lo specchio e lo scaraventò a terra frantumandolo in mille pezzi e gridò con rabbia: "Mi hai scoperta, ebbene sono una strega, ti avevo già promessa in dono a mio cugino l'Orco, ma volevo offrirti a lui in moglie, volevo essere buona e invece gli sarai utile solo per dar la caccia ai topi poiché ora ti tramuterai in un gatto!" A queste parole Stellina sentì il suo corpo modificarsi improvvisamente, accusò dolori lancinanti mentre man mano incominciò a rimpicciolire e folti peli bianchi e lunghi le ricoprirono l'incarnato stellato. Quando non avvertì più i dolori della metamorfosi i suoi occhi fissarono i tasselli di vetro cosparsi sul pavimento e vide che non aveva più immagine umana, ma quella di un bianco felino. Ma non camminava a quattro zampe, il potere della strega non era stato abbastanza forte per trasformare la figlia della luna e delle stelle in un vero e proprio gatto. Ne aveva le sembianze si, ma camminava e parlava da essere umano. La strega si dannò, non riuscendo a comprenderne la ragione. Ma era così furibonda che non vedeva l'ora di sbarazzarsi di Stellina. La invitò a salire a bordo di un cocchio trainato da un grosso cane nero che aveva enormi ali da pipistrello e sette orribili teste e si diresse in un paese vicino, nel folto di un vigneto, dove sorgeva la casa del cugino, un Orco terribile dalla testa canuta, gli occhi strabici grossi come tazzine di caffè e denti appuntiti come quelli di un coccodrillo. Era perennemente ubriaco. Viveva nel vigneto con le sue due bruttissime figlie, due Orchesse che erano obbligate notte e giorno a pigiare l'uva per produrre sempre vino fresco per il loro terribile papà. Nonostante l'aspetto Tina e Tonia, così si chiamavano, avevano un cuore buono e tenero che non si sarebbero dette figlie di un Orco. La strega lasciò Stellina in quella casa dove venne accolta con gioia dall'Orco che pensava «Mi sarà utile per pigiare ancora più uva, quelle due fannullone delle mie figlie non ricavano abbastanza vino che mi fanno morire di sete. Poi terrà i topi lontani da casa mia e il giorno che mi sarò stancato mi farò un bell'arrosto di gatto.» Così iniziarono per Stellina giornate faticose volte alla raccolta di grappoli di uva, poi doveva immergersi in una grossa tinozza dove pigiava insieme alle Orchesse. "Nostro padre un giorno o l'altro ci mangerà, non ha cuore nemmeno verso di noi che siamo le figlie" disse Tina. "È così," proseguì Tonia, "noi eravamo quindici sorelle e avevamo anche una brava e buona madre, ma l'Orco nel corso di questi anni ha divorato tutti, prima la nostra cara mamma e poi, mano a mano, tutte le nostre sorelle. Rimaniamo solo io e Tina ma presto sappiamo che mangerà anche noi senza nessuna pietà." Stellina si impressionò molto per questo racconto.

Capitò che l'Orco le ordinasse di dar la caccia ai topi che vivevano nel vigneto e di mangiarli. "Ma io non mangio i topi, non chiedetemi di fare una cosa tanto tremenda" supplicò Stellina. "Fallo!" replicò l'Orco "ma che razza di gatto sei? Tutti i gatti mangiano i topi e se non lo farai e rivedrò ancora un solo topo nel mio terreno allora io divorerò te!" Stellina pensò di radunare tutti i topolini, che erano diventati suoi amici, e di condurli in una casetta che ricavò dal tronco cavo di un albero pregandoli di non farsi mai più vedere nel cortile dell'Orco, altrimenti l'avrebbe mangiata.

Stellina pensava ogni momento al suo povero babbo e voleva tanto andare a cercarlo. Così un giorno propose alle due Orchesse di fuggire da quella schiavitù. "Come possiamo fare? L'Orco ha un fiuto infallibile e ci ritroverebbe in capo al mondo" dissero le sorelle. Ma Stellina non voleva rassegnarsi, voleva riabbracciare il suo buon padre e riconquistare le sue sembianze umane. Andò dai suoi amici topolini, era afflitta e non sapeva cosa fare. "Cosa ti preoccupa?" le domandò la Regina dei topi. "Voglio fuggire dalla schiavitù dell'Orco e andare a cercare il mio buon padre, ma anche se scappo l'Orco mi ritroverà ovunque io vada, ha un fiuto infallibile" disse la gattina. La Regina stette un minuto in silenzio e dopo salì su una zampetta di Stellina e le disse: "Stasera offriti di preparare la cena per l'Orco, preparagli un dolce, a lui piacciono tanto, una bella torta con tanto di decorazioni e frutti che la guarniscano, ma devi portare anche noi in cucina, devi fare tutto quello che ti dico e sarai salva" Stellina non sapeva ancora quale fosse l'idea della Regina ma aveva fiducia e portò sia lei che gli altri topolini nella cucina. "Cosa vuoi fare Stellina?" chiesero le figlie dell'Orco. "Cucinerò un dolce per vostro padre, aiutatemi a prepararlo e a guarnirlo e vedrete che stasera saremmo noi tutte finalmente libere." Sentendo queste parole le Orchessine si entusiasmarono e allegramente si misero a collaborare con Stellina. Arrivò l'Orco, il suo pesante passo faceva traballare il pavimento e la sua voce cavernosa smuoveva i mobili. Era stato tutto il giorno fuori città ed era molto affamato. "Tina, Tonia!" gridò, "ho fame, preparatemi un bell'arrosto di gatto, accendete il fuoco e cucinatemi quel gattaccio che pigia l'uva con voi!" Voleva mangiare Stellina, era giunto il suo turno, ma le Orchessine dissuasero il padre raccontandogli che Stellina era talmente contenta di stare in quella casa e così riconoscente all'Orco per la sua bontà, che aveva impiegato tutto il giorno per preparare una torta come segno di riconoscenza. L'Orco si intenerì sentendo che la gattina aveva un sentimento di gratitudine verso di lui, così disse: "E va bene, accetto il dono della gatta, la farò contenta mangiando il suo dolce, poi mangerò lei!" Le Orchessine fecero dunque cenno a Stellina di entrare con il dolce posto su un vassoio d'argento. Era una magnifica torta, di così belle raramente se ne vedevano, ricoperta di panna decorativa, guarnita di frutta. L'Orco ne ebbe subito un gran desiderio e appena il dolce venne posato sul tavolo davanti a lui, si avventò come un animale affamato per saziarsene selvaggiamente ma accadde l'imprevisto. Nascosti nelle decorazioni di panna e nella frutta c'erano migliaia di topi che assalirono l'Orco. Il gigante si dimenava, urlava, si rotolava per terra e contro le pareti. I topi senza tregua gli rosicchiavano il naso e le ginocchia. Le sue urla divennero sempre più strazianti. "Scappate!" gridò la Regina dei topi, "non vi potrà mai più trovare con il fiuto poiché gli abbiamo rosicchiato il naso e non vi potrà rincorrere, ora non ha più le ginocchia." Stellina e le Orchessine fuggirono, lasciandosi alle spalle una orribile scena, con quel mostro che urlava da far tremare le montagne. "Ora siamo libere" dissero le Orchesse a Stellina "ma non ti lasciamo da sola. Tu sei stata tanto buona con noi, ci hai salvate da un destino che sembrava ormai segnato e noi vogliamo ricambiare la tua generosità aiutandoti a ritrovare tuo padre." La gattina dimostrò la sua gioia abbracciando le sue nuove amiche. Camminarono per un lungo tratto, attraversarono paesi chiedendo a tutti se avevano visto un gufo, ma nessuno sapeva dare utili indicazioni o, se l'avevano visto, non sembrava quasi mai trattarsi del gufo stregato.

Venne sera e le tre viandanti sostarono in una capanna abbandonata alle porte di un grande bosco. All'interno trovarono molta paglia buona con la quale ricavarono i giacigli per dormire, era stata davvero una giornata faticosa quella e ora desideravano tutte e tre solo riposare. La luna salì al cielo per nuotare tra le nubi e le cicale e i grilli cantavano in armonia. Stellina non dormiva, si agitava tra la fresca paglia e continuava a pensare al suo buon padre. Allora si alzò e andò ad adagiarsi al davanzale della finestrella di legno. Era una bella notte, il cielo aveva sprazzi di nuvole ma era tutto punteggiato di stelle brillanti, il bosco di fronte alla capanna era animato da animali notturni, volpi e donnole che sfuggivano allo sguardo tanto erano veloci, le rane nel ruscello gracchiavano.. che bello che era il paesaggio che si dipingeva dinanzi a lei rischiarato solo dalla pallida luce lunare. Improvvisamente sentì uno sbattere di ali sopra di lei, alzò lo sguardo e vide un enorme gufo che planava in direzione di un punto luminoso e lontano nel cuore del bosco. La gattina pensò subito a suo padre, uscì dalla capanna e si avviò in direzione del puntino di luce. Man mano che proseguiva il puntino di luce diventava sempre più chiaro, suoni d'arpe provenivano da lì, una musica soave. Giunse nel cuore di una radura dove numerose donnine alate e luminose danzavano sopra i cappelli dei funghi. Seduta su un fiore stava una fanciulla bellissima, la più bella di tutte, guardava con occhi spenti la danza fatata, era visibilmente triste. Al suo fianco c'erano bellissimi giovani anche essi dotati di ali, erano i principi delle fate e pizzicavano le corde di un'arpa che ciascuno aveva con sé. Erano tutti molto tristi, anche le fate danzatrici avevano qualcosa di malinconico nelle loro movenze. Lì, posato sul ramo di un albero, c'era il gufo che aveva visto ad ali spiegate poco prima. Stellina si nascose dietro un tronco ma un principe la vide. I loro sguardi si incontrarono silenziosamente. Era bello, aveva occhietti obliqui e le dimensioni di un insetto, ma aitante nella sua contenuta statura. Stellina sentì il suo cuore battere come non le era mai successo prima. Ad un tratto il principe ruppe il silenzio e disse ad alta voce: "Maestà abbiamo un ospite!" La danza cessò e Stellina non sapeva se scappare o restare. La Regina delle fate, questa era la fanciulla seduta sul fiore, sorrise e andò incontro alla gattina. Nonostante le sembianze mutate la riconobbe: "Stellina, principessa delle fate!" La gattina si sentì confusa mentre tutte le fate e i principi esultarono e ripresero a danzare sui funghi e i fiori in preda a una improvvisa euforia. Il gufo iniziò a ruotare per aria. Tutti erano immensamente felici. La Regina allora raccontò a Stellina di essere in realtà figlia della luna e delle stelle e che il gufo, suo padre, aveva accettato di prendersene cura quando era ancora molto piccola per ricordare. Le svelò di essere una fata come loro ma che nulla potevano contro il potere della strega Scarlatta. Sia lei che il buon padre avrebbero riacquisito le loro sembianze solo se la malvagia strega si fosse punta il dito con una spina di rosa tornando prigioniera del fiore. Il gufo avvolse le sue grandi ali attorno alla gattina, che gioia e che commozione fu per entrambi. Finalmente si erano ritrovati. "Ma perché avevate tutti un'aria così triste prima?" domandò Stellina. Allora la Regina raccontò che quella notte stavano celebrando l'ultima danza delle fate perché l'indomani sarebbe giunta nel bosco la strega Scarlatta che avrebbe distrutto tutti gli alberi e, così facendo, avrebbe procurato la morte a tutte le fate e i principi. "È terribile" esclamò Stellina e subito chiese come avrebbe potuto evitare che ciò accadesse. "Prendi questa rosa rossa dallo stelo spinoso. Dovrai far pungere un dito della strega per far si che noi possiamo salvarci" e con queste parole della Regina tutte le fate svanirono con il sorgere dell'aurora. Stellina corse alla capanna e raccontò alle Orchesse quanto accaduto. "Ecco nostra zia" urlò Tonia indicando il cielo dove volava su un carro trainato dal cane terribile a più teste la malvagia strega. La megera planò nel folto del bosco e con la sua ascia d'oro iniziò a colpire i tronchi degli alberi senza pietà. Urla di dolore echeggiarono nel bosco, ad ogni colpo d'ascia. Stellina, che intanto da buona fata aveva imparato a fare qualche semplice magia, baciò l'albero che la strega stava colpendo e questo divenne d'oro. La strega stava per sferrare un altro colpo ma l'ascia, come fosse anche essa preda di un incantesimo da parte di Stellina, scivolò senza scalfire il tronco d'oro, le sfuggì dalle mani e, accidentalmente, mozzò di netto una delle teste del cane. La bestia si agitò ma non morì, aveva ancora sei teste. La strega allora inveì contro una nuova quercia ma Stellina toccò anche questa mutandola in oro. L'ascia sfuggì ancora la presa della strega tagliando un'altra testa del cane che diventava sempre più nervoso. Allora provò con un altro albero e con un altro ancora ma accadde sempre la stessa cosa finchè il cane non restò con una sola testa. La strega era fuori di sé, iniziò a insospettirsi e incominciò a girare gli occhi intorno presagendo che si trattasse del sortilegio di qualcuno. Iniziò a lanciare fiamme contro i cespugli per incenerirli pensando che dietro ci fosse nascosto il suo invisibile e misterioso avversario. Si sentiva spiata, i suoi sensi magici le facevano avvertire una presenza. "Ti troverò, chiunque tu sia e appena sarai tra le mie mani ti taglierò la testa così come tu hai fatto con il mio cane!" minacciava con voce sgradevole. Anche il cane iniziò ad annusare per trovare le tracce dell'intruso, era inferocito e, se l'avesse trovato, ne avrebbe fatto un boccone. La strega continuava a sferrare colpi nel vuoto, ora colpendo un sasso, ora una siepe. Nella frenesia le cadde un nuovo colpo su un tronco d'oro e l'ascia le volò dalle mani mozzando l'ultima testa del cane che cadde morto. L'ascia si era frantumata nell'impatto ed era per terra ridotta in tre pezzi. La strega si agitò. Urlava e inveiva con parole minacciose contro l'invisibile ospite. Stellina si nascondeva saltando ora dietro un tronco e ora dietro una siepe ma alla fine la strega la trovò. "Sei fuggita dalla casa dell'Orco, io credevo che ti avesse già digerita e invece sei qui. Per colpa tua ho perso il mio cane e la mia ascia ma ora mi vendicherò su di te!" e intanto avanzava verso la gattina allargando le lunghe dita delle mani ossute. "Uccidila zia!" gridarono le due Orchesse che intanto erano sopraggiunte: "È sfuggita a nostro padre che ne avrebbe fatto volentieri uno spuntino e invece per colpa sua ora non può più camminare e né fiutare l'aria. Da quando è venuta in casa nostra ha solo portato disgrazie, merita di morire. Uccidila! Voleva sfuggire all'Orco ma invece ha trovato te zia che sei ancora più cattiva di lui. Prendi la nostra ascia e tagliale la testa!" Possibile che le due Orchesse avessero finto così bene di essere amiche di Stellina? Potevano davvero essere così malvagie dopo che la gattina le aveva salvate dalla loro triste sorte? Stellina non aveva scampo, era in trappola, si coprì il musetto come per ripararsi dal colpo che di lì a poco avrebbe ricevuto. La strega afferrò l'ascia offerta dalle Orchesse, l'alzò in aria ridendo di gusto come se già assaporasse la vittoria, ma la sua diabolica risata si mutò in un urlo disperato. Il manico dell'ascia era fatto con lo stelo spinoso della rosa delle fate. La strega si punse e una stilla di sangue cadde sul vestito scarlatto. Con le braccia volte verso il cielo iniziò a contorcersi, a dimenarsi disperatamente, le sue gambe penetrarono nella terra e si trasformarono in radici, il corpo divenne uno stelo, le braccia foglie e la testa si mutò in un bocciolo di rosa rossa. Le Orchessine avevano inscenato tutto per salvare la loro cara amica.

Era finalmente finita. Stellina giaceva a terra anche lei, esausta. Le Orchessine le bagnarono il viso e le fecero un pò di aria. Rinvenne e non aveva più sembianze di animale ma era tornata ad essere la bellissima fanciulla di sempre. Dai tronchi degli alberi vennero fuori fate e principi in festa, felici di essere stati salvati dalla crudeltà della strega. Tutti esultavano, danzavano sui fiori e compivano acrobazie e capriole sulle onde di un dolce venticello. Sopraggiunse finalmente anche il buon papà liberato dal sortilegio. Abbracciò la figlia, la baciò con amore e piansero entrambi per l'immensa felicità. Accorsero tutti gli animali del bosco. Le rane aprirono i concerti seguite dai passerotti, grilli e cicale. Tutta la foresta gioiva. Seduto sopra un fungo, accanto alla Regina delle fate, stava il bel principino che Stellina aveva notato la notte precedente. Aveva tra le mani un bel paio di ali di libellula. "Vieni Stellina" l'invitò la fata, "ogni fata che si rispetti possiede un paio di ali. Guarda, il nostro principe ha un dono per te." Stellina fece una riverenza, porse la schiena e il principe adagiò le ali sulle sue spalle. "Con questo dono io ti sposo" disse lui. Stellina divenne piccola come tutte le fate che non erano più grandi di una farfalla e visse felice in quel mondo dei sogni.

Così si concluse la favola che lo studente aveva trovato. Era ancora nella polverosa mansarda con la testa poggiata contro il vetro della finestra. Per un attimo si era sentito Re, sovrano e padrone di un sogno cosa che, quando era bambino e si abbandonava ai piaceri di una fiaba, accadeva puntualmente. Aveva di nuovo, dopo molti anni, cavalcato il cavallo della fantasia e, con il crine impugnato per non perdere la presa, aveva galoppato con lui sull'arcobaleno, in un mondo che non c'è. Era sfuggito a quella quotidianità che tanto bene conosceva e che non sempre era così piacevole da sopportare. Era stato un bel viaggio in un regno incantato. Chiuse il quaderno in silenzio.. era davvero un raccoglitore di sogni quel vecchio baule della nonna.