Fiabe Amatoriali - I.Coretti: La fata Lucertola

fata Lucertola

Un grazie particolare all'Autore per l'illustrazione in accompagnamento al testo. © I.Coretti

libro animato

Il gallo del campanile era davvero molto saggio e conosceva tutto il mondo. - Lui non viene da un fattoria, ma è un gallo che ha vissuto nei cortili del Re - fece il barbagianni alla faina - si era stufato di stare a corte con gli altri animali perché tutti si davano un sacco di arie, ma lui è veramente un gallo speciale. - La faina sapeva che il barbagianni aveva ragione e che il gallo era davvero una personalità molto importante, per questo non aveva mai provato a mangiarlo. Il gallo stava sempre lì, sopra i merli della torre del campanile e guardava il reame che si stendeva dinanzi a lui. Al mattino, prima che il campanaro venisse a suonare, lui annunciava l'aurora con la sua potente voce facendola echeggiare per tutto il paese. Gli piaceva vivere su quella torre e poi non era solo, con lui c'erano, ormai da tempo, il barbagianni e la faina. "Gli uomini sono sciocchi" ripeteva, "sono convinti che tutto ciò che sia differente dal loro modo di vivere e di vedere le cose sia ingiusto. Credono che se un uomo e un animale si innamorino tra di loro sia sbagliato, condannano il loro amore solo perché lo ritengono diverso. Se un uomo e un animale si amano, l'amore è tra loro due, non riguarda tutta l'umanità. Amandosi non vanno a togliere niente a nessuno. Sono affari loro. Ma molti uomini hanno la vita così vuota che devono riempirla pensando agli altri e, quel che è peggio, dando fastidio e a volte facendo anche del male. Condannano un amore che loro considerano diverso ma la diversità è solo nei loro occhi, nei loro pensieri insudiciati di ipocrisia e pregiudizi. Mentre chi si ama vive il sentimento in modo limpido e pulito. Questi sono gli uomini a volte."

Detto ciò il gallo volò sul solito merlo e proseguì "Amici, guardate il castello che si innalza sulla collina, la storia d'amore osteggiato che vi racconterò ebbe inizio proprio lì." La faina e il barbagianni volsero lo sguardo verso le mura del castello, curiosi di ascoltare la storia del gallo che iniziò dicendo: "Il Re di quel castello aveva un giardino meraviglioso, abitato da una coppia di ogni specie animale. Qualcuno disse che avesse ereditato gli animali dal buon Noè e che, dopo il diluvio universale, fossero venuti tutti a vivere in quel giardino fantastico. C'erano leoni e tigri, scimmie e tartarughe, orsi e gazzelle, cervi e caprioli. Ogni razza di volatili e rettili. Insomma c'erano tutti gli animali del mondo e convivevano in perfetta pace e armonia tra di loro, senza che nessuno divenisse preda dell'altro come normalmente avviene in natura. Il Re ne era così fiero e tutti i sovrani degli altri paesi gli invidiavano un tale tesoro. Aveva anche un figlio, un Principe bello come il sole che però faceva disperare il povero padre. Il Re voleva che si sposasse al più presto affinché la loro stirpe regale avesse un seguito ma il principe sembrava proprio non averne intenzione. Anche il Principe amava gli animali del giardino e, a volte, scendeva lui stesso a dar loro da mangiare al posto dei servitori.

Un giorno accadde qualcosa che mai si era verificato tra gli animali del castello che erano sempre stati pacifici tra di loro. Una povera lucertolina era inseguita da un gattaccio selvatico, correva a più non posso e cercava di nascondersi tra l'erba e i fiori ma il gatto non le dava tregua. Il Principe si accorse che stava accadendo qualcosa e corse a vedere, quando arrivò vide la lucertola prigioniera sotto la zampaccia del gatto e, nel provare a liberarsi disperatamente, perse la piccola coda. Questa, anche se staccata dal resto del corpicino, iniziò a muoversi e il gatto impaurito scappò via. Il Principe raccolse sul palmo della sua mano la piccola lucertola che era ancora molto spaventata. Prese anche la coda e cercò di riattaccarla unendola con una piccola fasciatura. Dopo qualche giorno di cure e medicamenti la lucertola era tornata in perfetta salute e riprese a saltellare nei cortili del Re.

Qualche tempo dopo avvenne che il Principe, il quale amava compiere lunghe cavalcate nel bosco, si perse e venne colto da un temporale. Calò la sera e lui, con il suo stallone, si era messo a riparo sotto la chioma di una grande quercia. La pioggia piombava giù violenta e con una tale carica che a tratti strappò anche delle foglie e dei rami. Malgrado le accortezze il principe era zuppo e non sapeva cosa fare. Nemmeno poteva arrischiarsi e mettersi in cammino poiché con quel buio mai avrebbe ritrovato la strada per tornare alla reggia. Ad un tratto udì una specie di ululato e poco dopo ne susseguì un altro ancora. Il cavallo iniziò ad agitarsi e il cuore del giovane batteva come un tamburo, ma cercava di trattenere il respiro per non essere individuato dai lupi. Gli ululati però iniziarono a raddoppiare e a moltiplicarsi. Il suono diveniva sempre più intenso e vicino. Improvvisamente il fitto buio venne interrotto da numerose lanterne, erano come lame che brillavano nella notte e si muovevano lentamente nell'oscurità. Il Principe sapeva che erano gli occhi dei lupi. Non si mosse, consapevole che un solo respiro avrebbe invitato le belve ad assalirlo. Ma il cavallo cominciò a scalpitare e a nitrire dalla paura nonostante gli inutili tentativi di farlo stare tranquillo. I lupi ringhiavano ed erano pronti a balzare addosso al malcapitato principe quando, nel buio, si sentì afferrare da una mano dietro la spalla che lo trascinò e lo risucchiò dentro l'albero. Aprì gli occhi e iniziò a guardarsi intorno. Al suo fianco c'era il cavallo vivo e in salute. Ora erano al riparo dai lupi ma dove si trovavano? E la mano che lo aveva afferrato? Davanti a lui si stendeva un lungo corridoio illuminato da fiaccole. C'erano pregiati tappeti stesi sul pavimento di marmo e bellissimi quadri paesaggistici decoravano le ricche pareti dorate. In fondo al corridoio c'era una porta aperta, illuminata, da dove proveniva il suono di un'arpa. Si incamminò verso quel bagliore, incredulo di quanto stesse accadendo. Mentre si avvicinava, ai suoi occhi si disegnava, sempre in maniera più nitida, uno sfarzoso salone. Immensi candelabri illuminavano a giorno la stanza e un lunghissimo tavolo imbandito di ogni prelibatezza si presentava al suo cospetto. «Prego maestà, sarete di certo affamato» disse soavemente una voce. Il Principe si voltò e vide, seduta su uno splendido sofà circondata da damigelle, una grande lucertola. Per l'esattezza era la Fata Lucertola, riccamente vestita con stoffe preziose, ai piedi scarpette d'argento e in testa una bellissima parrucca bianca, accuratamente pettinata e intersecata con fiocchi come era d'usanza in quei tempi. Le damigelle al suo fianco erano tutte lucertolone anche esse vestite come esseri umani e sventolavano la loro signora con ampi ventagli fatti di piume di pavone. Il Principe si inchinò. Non ebbe paura bensì fosse molto sorpreso. La Fata Lucertola lo mise subito a suo agio. Le servette appesero i suoi abiti fradici accanto al fuoco e provvidero anche a prendersi cura del cavallo. Il giovane gustò la ricca cena e si scaldò davanti al camino. «Io sono la Fata Lucertola e vivo all'interno di questa quercia. Il bosco di notte diventa pericoloso, ci sono i lupi e, al calar del sole, escono dalle loro tane in cerca di prede. Stavolta è toccato a me salvarvi la vita maestà ma, se ben ricordate, già voi una volta mi avete salvata. Ero io la lucertola del giardino che venne inseguita dal gatto.» A queste parole della Fata il Principe restò ancora più sorpreso, credeva davvero di sognare. La Fata, malgrado avesse l'aspetto di una lucertola, era davvero molto bella secondo lui. Il suo modo di parlare e di compiere gesti lo incantò e iniziò a sentirsene conquistato. Ma come poteva essere vero? Lui, che aveva possibilità di sposare le più belle principesse del mondo, si stava innamorando di una creatura che non aveva aspetto umano? Era forse vittima di un incantesimo da parte della Fata? Ebbene no. Il cuore del giovane si era lasciato conquistare dalla sua dolcezza e affabilitą in modo naturale.

Col sorgere del sole tornò al castello. Il Re era stato in pensiero non vedendolo tornare e iniziò a chiedergli dove fosse stato ma il Principe non rispose. Ma aveva una strana luce negli occhi, emanava una tale serenità che il Re se ne accorse e in cuor suo pensò ' Fosse finalmente innamorato? ' ed esultò a questo pensiero. Il Principe iniziò a fare ogni giorno lunghe passeggiate a cavallo nel bosco. In realtà andava a trovare la buona Fata che lo rendeva così felice. Passavano ore sul lago, lui remava e la Fata cantava con la sua voce soave mentre una damigella suonava l'arpa. Erano ore felici e, prima che calasse la sera, il Principe tornava al castello. «Non potete più venire qui» disse un giorno la Fata, «io sono una lucertola e voi un uomo. Se il popolo venisse a saperlo condannerebbe il nostro amore. Non posso permettere che voi soffriate per me. Che il popolo e il Re possano considerarvi un pazzo perché amate una lucertola. Andatevene via, ditemi addio, per il vostro bene!» Ma il Principe era davvero innamorato e non avrebbe rinunciato a lei per nulla al mondo e, in tutta risposta, disse: «Vi sposerò oggi stesso, mettete il vostro abito più bello, io corro a portare la lieta novella al Re mio padre e comanderò le nozze. Nessuno potrà opporsi. Attendete un cocchio che vi verrà a prendere tra un'ora per condurvi al castello.» Detto ciò, salì in groppa al suo cavallo e volò alla reggia. Figurarsi il disappunto del Re quando si sentì dire che suo figlio voleva sposare una lucertola. «Vuoi proprio che il popolo rida di te figlio mio? Sei la mia disperazione, ma come puoi pensare che io possa approvare un matrimonio del genere? Guardie, rinchiudete il Principe nella torre senza porta in modo che non possa più avventurarsi nel bosco. Potrà uscire solo quando cambierà idea e accetterà di sposare una principessa vera!» Questi furono gli ordini del Re e le guardie eseguirono quanto fu loro comandato. Nessun cocchio andò a prendere la Fata Lucertola che inutilmente attese il ritorno del suo amato. Aspettò il giorno che seguì e il giorno dopo ancora e nessuno tornò più nel bosco. Il Principe era triste e sconsolato rinchiuso nella torre senza porta e non pensava ad altro che alla sua buona Fata.

Una notte si sentì bussare al portone del palazzo, un servo andò ad aprire ed era una Principessa tutta sola che chiedeva di essere ricevuta subito dal Re. Il Re l'accolse, domandandosi, in cuor suo, cosa mai ci fosse di così urgente da buttarlo giù dal letto. "Maestà" disse la Principessa, "voi cercate una principessa di sangue reale per vostro figlio. Che sia io la futura consorte, sono una Principessa che viene da una terra straniera e sconosciuta." Era bellissima, il Re ne rimase stregato, l'incarnato era di un pallore mai visto prima, labbra vermiglie come se fossero bagnate di sangue, occhi di ghiaccio, quasi trasparenti. Aveva i capelli raccolti e un abito bianco ornato di merletti. Il Re le sfiorò la mano e un brivido lo invase, aveva le carni gelide come quelle di un morto. Ma bastava guardarla negli occhi per restarne stregati, ipnotizzati e ogni suo desiderio diventava un ordine. "Tornerò domani al calar del sole e sposerò vostro figlio, fate che la cerimonia si possa svolgere nel cimitero del castello ma badate però, voglio che non ci siano né crocefissi e né rosari. Addio maestà." A queste parole si precipitò lungo la scalinata del castello e scomparve nella nebbia avvolta nel suo bianco mantello fluttuante. Si predispose tutto per le nozze che dovevano avvenire nella notte successiva. Il Principe non ne voleva sapere ma il Re lo obbligò. Venne vestito di forza dai servi che gli fecero indossare l'abito per la cerimonia. Come fu richiesto dalla misteriosa Principessa venne preparato il camposanto reale per la celebrazione delle nozze e vennero nascosti tutti i crocefissi e i rosari. Una richiesta macabra e che a tutti sembrò piuttosto insolita tranne che al Re, il quale era stato stregato dalla Principessa. Erano tutti nel cimitero, il Principe sarebbe volentieri fuggito se non fosse stato trattenuto dalle guardie mentre il Re smaniava in attesa della bella promessa sposa. Un vento gelido penetrò nelle ossa di tutti i presenti e, volgendo lo sguardo verso la luna, videro in piedi su una lapide, la misteriosa Principessa circondata da dame vestite di nero e dal volto coperto. Il suo abito da sposa sembrava appartenere a uno spettro, bianco, dall'ampia gonna e il velo sorretto dalle dame. Avanzò, ma era come se lei e le dame non avessero piedi, non emettevano il rumore dei passi e sembrava quasi che fossero sospese in aria. Appena gli invitati la guardarono negli occhi ne furono stregati e così anche il Principe. Ora non faceva più resistenza e, in quell'istante, dimenticò la Fata Lucertola. Appena le sue labbra incontrarono quelle della sposa sentì il sapore del sangue e ne divenne schiavo. Ora erano marito e moglie.

La misteriosa Principessa però non dormiva mai al castello e di giorno non c'era. Non la si poteva trovare in nessuna stanza. Solo al sorgere della luna la sua ombra spettrale compariva nei corridoi. Quando l'alba preannunciava il suo arrivo, la Principessa correva nel cimitero, apriva una tomba vuota e si posava lì dentro a dormire. In realtà era lo spettro di una strega che era vissuta molti secoli prima. Ma ora, che non era più in vita, era diventata un vampiro; cioè una creatura non morta che vive solo di notte, si nutre di sangue e il giorno dorme nella sua bara. Non passò molto tempo che il Re scoprì che tutti gli animali del castello e anche molti sudditi si erano gravemente ammalati. Non si capiva la ragione di questo male e i medici non trovarono nessuna cura efficace. Scoprirono solo che ciascun ammalato, animale o uomo che fosse, aveva, in prossimità del collo, una strana ferita, come fosse il segno di un morso.

Intanto, la buona Fata Lucertola, custodiva il ricordo del Principe nel cuore e credeva che lui si fosse tirato indietro e non volesse più sposarla per paura che il popolo e il Re deridessero e osteggiassero la loro unione. Ora, da sola, attraversava l'azzurro lago in barca ma non cantava più, non c'era più il Principe ad ascoltarla e a chiederle di cantare per lui. Guardava gli alberi turchini dal fogliame che si incurvava sullo specchio d'acqua quasi in gesto di baciarlo e pensava ' Si amano, l'albero e il lago non appartengono alla stessa famiglia, eppure si amano. ' In cuor suo sentiva il bisogno di rivedere il Principe, non avrebbe trovato pace finchè non gli avesse parlato per apprendere la ragione del suo improvviso distacco. Indossò un mantello, coprì il suo volto sotto un ampio cappuccio per non rivelare la sua identità e si recò in città. Quando giunse vide le strade deserte, si fermò in una locanda e apprese dall'Oste che la gente preferiva starsene rinchiusa in casa per paura di ammalarsi come era accaduto per tutti gli abitanti di corte e gli animali del giardino reale. «Sua maestà il Principe è gravemente ammalato, il Re ha convocato i più illustri medici del mondo ma nessuno trova la soluzione al male oscuro. Dicono che se continuerà a peggiorare entro un mese morirà.» A queste parole dell'Oste la buona Fata si sentì trafiggere il cuore. Così, l'indomani, decise di presentarsi a corte, voleva vedere il Principe e scoprire la causa del suo male per poterlo salvare. Il suo aspetto di lucertola continuava ad essere celato sotto il cappuccio del manto e il Re, nel riceverla, non riconobbe in lei l'innamorata di suo figlio. Pensò che fosse un bene farle vedere il Principe, tutti i medici del mondo non gli avevano lasciato speranze e non aveva nulla da perdere nel permettere alla sconosciuta il tentativo di guarirlo. «Siamo tutti afflitti dallo stesso male» disse il Re «tutti noi a corte e tutti i miei animali abbiamo sul collo il morso della morte. Prima o poi non ci sarà più salvezza per nessuno ma il Principe è quello che sta più male di tutti.» La Fata chiese di poter restare sola col Principe e il Re accordò la sua richiesta nella speranza di un miracolo. Il giovane giaceva nel letto e aveva gli occhi chiusi. La buona Fata si chinò su di lui e lo baciò sulla fronte. Il Principe schiuse gli occhi debolmente e, appena la vide, il suo cuore si riaccese, finalmente si ricordò di colei che amava e una grande gioia lo invase. Voleva alzarsi e abbracciarla ma era troppo debole per farlo. Allora raccontò alla Fata cosa fosse accaduto. «Mio padre, quando apprese che volevo sposarvi, mi rinchiuse in una torre senza porta e, qualche giorno dopo, mi obbligò a sposare una misteriosa Principessa. Io mi opposi con tutte le mie forze ma, appena la guardai negli occhi, non ebbi più forza di oppormi e dimenticai il mio amore per voi. Come se i suoi occhi mi avessero stregato. La mia sposa però viene a corte solo al calar del sole. Di giorno non si sa dove sia e cosa faccia. A notte fonda compare nella stanza e si corica al mio fianco. Poi al mattino non c'è più.» Questo fu il racconto del Principe e la Fata pensò di scoprire cosa realmente accadesse. Quindi, quella notte, si nascose dietro una tenda ed attese l'arrivo della Principessa.

Dalla finestra alle sue spalle poteva vedere il giardino reale con tutti gli animali. Non si riconoscevano più. Tutti erano indeboliti e ammalati, bloccati nel loro giaciglio non si muovevano di un passo, quasi fossero stati animali impagliati. Mentre li osservava attraverso i vetri, ad un tratto vide un'ombra bianca che fluttuava tra di loro. Volava su ciascuno come fa l'ape per attingere il polline da fiore in fiore. La bianca ombra invece si accostava a ciascun animale per morderlo sul collo e berne una stilla di sangue. ' Sarà di certo la Principessa ' pensò la Fata, ' è un vampiro e la notte va a succhiare il sangue. Ecco perché il Principe sta male. Lei, ogni notte che viene qui, gli porta via una stilla di sangue e questo non fa che indebolirlo e renderlo facile vittima della morte. ' Corse a chiudere la porta a chiave. Poi prese un sacco di granturco e lo rovesciò davanti la porta. Il Principe dormiva profondamente e non si accorse di nulla. Poco dopo si avvertì una presenza dietro la porta ma era chiusa a chiave e non riuscì ad entrare. Allora ecco che, dal buco della serratura, iniziò ad entrare un filo di nebbia e, man mano che riempiva la stanza, andava a materializzarsi nella Principessa vampiro. La Fata continuava a star nascosta dietro la tenda e vide che la Principessa non potette accostarsi al letto del Principe, prima doveva contare uno ad uno i chicchi di granturco sparsi davanti la porta e solo a compimento di questo conteggio avrebbe potuto accedere al letto del giovane. Iniziò a contarli ma non arrivò nemmeno a un quarto del lavoro che sentì il canto del gallo preannunciare il giorno e dovette scappare di corsa nel suo cimitero. Bisognava impedirle di ritirarsi al sorgere del sole per spezzare l'incantesimo e questo la Fata Lucertola lo sapeva. Si recò dal Re e gli raccontò quanto aveva scoperto. Il sovrano l'ascoltò pensieroso e non sapeva se crederle. La Principessa era talmente bella che non poteva pensare che fosse un vampiro crudele. «Perché dovrei credervi?» chiese il Re, «voi nemmeno mi mostrate il vostro volto, se quel che dite è vero perché vi nascondete sotto questo mantello? Toglietelo!» e con gesto brusco il Re le strappò il mantello di dosso. Impallidì nel trovarsi di fronte la Fata Lucertola. Indietreggiò dallo stupore e dallo spavento «Siete voi la strega di cui si era innamorato mio figlio. Ora capisco, il Principe e tutto il castello è vittima di un vostro sortilegio. Volete vendicarvi perché il Principe non vi ha sposata e volete gettar fango sulla bella sposa. Siete voi la causa di questa sciagura. Guardie arrestate questa strega!» Subito si precipitarono nella stanza dei soldati che ebbero il compito di trascinare la povera Fata in una buia prigione. Ma la Fata non era preoccupata per sé stessa, pensava al Principe e a come avrebbe potuto impedire alla Principessa vampiro di nutrirsi ancora del suo sangue. Allora si trasformò in una piccola lucertolina e attraversò le sbarre della prigione. Si infilò nei buchi del muro e salì le scale. Entrò nella stanza del Re addormentato e, accostandosi al suo orecchio, gli bisbigliò «Maestà toglietevi ogni dubbio, andate nella stanza del Principe, chiudete a chiave la porta e gettate del granturco per terra.» Il Re si svegliò di soprassalto, si avvolse nella sua vestaglia, prese una candela e andò spedito nella stanza del Principe. Chiuse la porta a chiave, cosparse il pavimento di granturco e si nascose dietro la tenda. «Voglio proprio vedere se quella strega abbia detto la verità» ripeteva tra sé. Nel cuor della notte udì degli strani lamenti nel cortile, si sporse dalla finestra e riconobbe la spettrale figura della Principessa aggirarsi tra i suoi animali. Fino ad ora il racconto della Fata corrispondeva. La Principessa, con spietatezza, si gettava sui poveri animali sofferenti e si nutriva del loro sangue. Era una scena raccapricciante. Il Re iniziò a tremare dalla paura. La bella Principessa che lui tanto adorava era in realtà un vampiro. Poco dopo guardò la maniglia della porta muoversi ma il vampiro non riuscì ad entrare perché l'uscio era chiuso a chiave. Allora la stanza venne improvvisamente invasa dalla nebbia e, avvolta dalla bianca foschia comparve, come uno spettro, la Principessa. Era però intenta a contare, come la sera prima, i chicchi di granturco. Giunse a metà quando il gallo cantò e scomparve improvvisamente nello stesso modo in cui era entrata.

La Fata Lucertola intanto era tornata nella sua cella in attesa che il Re decidesse di renderle la libertà. Infatti, presto, giunse l'ordine di scarcerarla e venne ricevuta dal sovrano. «Salvate il mio popolo e mio figlio e vi darò metà del mio regno. Prendete i miei tesori. Il giardino con tutti gli animali del mondo è vostro se lo vorrete. Non c'è Re sulla terra che non me lo invidi.» La pregò il sovrano ma la Fata rispose che non c'era tesoro più prezioso dell'amore. Chiedeva soltanto che non fosse più ostacolato l'amore del Principe se fosse stato sempre intenzionato a sposarla. L'uomo stette un attimo in silenzio prima di dare la sua parola d'onore, poi pensò al suo popolo, a suo figlio e fece la promessa alla Fata. Attesero che giungesse la notte. La Fata chiese al gallo del cortile, cioè a me che vi sto raccontando questa fiaba, di non annunciare l'arrivo del carro dell'aurora quella mattina. Poi badò di oscurare le finestre della stanza del principe con un telo nero. La luna salì al cielo e ad essa si unirono i canti dei lupi. Nel cimitero si aprì la tomba e, dalla terra, salì in superficie la Principessa vampiro. Il vento suonava gli spogli rami degli alberi originando una musica macabra. Il vampiro si incamminò lungo il viale del camposanto e salì le mura del castello. Come di consueto si recò prima nel giardino e, una volta che fu piena del sangue degli animali, con le labbra ancora gocciolanti di tracce rosse, entrò nei corridoi reali e scivolò davanti alla porta della stanza del Principe. Era chiusa a chiave anche quella notte e allora tramutò il suo corpo in nebbia e attraversò il buco della serratura. I chicchi di granturco erano di nuovo lì e non poteva avventarsi sul Principe se non finiva di contarli. Iniziò il conteggio e andò avanti per tutta la notte. Ne contò moltissimi, era quasi arrivata alla fine, il gallo non aveva ancora cantato e il cielo era nero. Forse quella notte era stata più abile e veloce delle sere precedenti, pensò. Ma il sole, in realtà, faceva capolino dietro i monti e il gallo taceva sul tetto di una torre. Era il telo nero attaccato davanti i vetri della finestra a non lasciare intravedere l'arrivo del giorno. Ora la sfera di fuoco dominava alta sui monti e tutto il regno era illuminato. La Principessa aveva finalmente concluso di contare il granturco e poteva adesso apprestarsi a succhiare il sangue del suo sposo. Ma la Fata Lucertola, nascosta dietro la tenda, fece cadere il telo nero che oscurava la stanza e un raggio di sole tagliò il buio improvvisamente. Era giorno e la Principessa vampiro iniziò ad urlare e si coprì il volto per impedire che il sole la ferisse. I suoi lamenti erano simili agli ululati dei lupi e facevano rabbrividire.Voltò le spalle per scappare ma il sole l’avvolse nel suo caldo raggio e, in un attimo, la tramutò in un pugno di cenere fumante.

In quell'istante il Principe si svegliò, il suo volto riacquistò un colorito roseo e tornò in possesso delle sue forze. Sul suo collo erano svaniti i segni del morso del vampiro. Nello stesso momento tutta la corte tornò in salute e gli animali del cortile ripresero a mangiare, a saltare, a giocare. L'incantesimo si era finalmente spezzato. Il Re corse nella stanza per abbracciare suo figlio, era fuori di sé dalla gioia. «Benedici le nostre nozze padre mio» disse il Principe inginocchiandosi ai piedi del sovrano con la sua amata Fata Lucertola. Ma il Re si rabbuiò, non poteva benedire la loro unione, doveva pensarci. Aveva dato la sua parola ma non era convinto di mantenerla purchè la parola di un Re è pur sempre la parola di un Re. A corte non si parlava di altro e ben presto la notizia si diffuse in tutto il regno. La gente rideva e si faceva beffa del bel Principe «Deve essere un Principe citrullo» dicevano, «può avere le più belle principesse del mondo e si è innamorato di una lucertola. È davvero ridicolo. Un Principe così citrullo credo che non esista in altre parti del mondo.» Queste voci presto giunsero all'orecchio del Re. Era una vergogna, suo figlio era diventato la barzelletta del Regno, che scandalo. Ma se il Principe e Fata Lucertola si amavano cosa doveva importare al resto del mondo? Perché il loro amore doveva essere condannato? A volte gli uomini sono davvero cattivi e questa vicenda ne era la prova. Il Re avanzò di nuovo alla Fata la proposta dei suoi tesori affinchè decidesse di andarsene e di lasciare suo figlio. «Nessun tesoro potrebbe mai consolarmi della perdita dell'amore del Principe. Tenetevi le vostre ricchezze. Se vado via è solo perchè non voglio essere causa di sofferenze e per mettere a tacere le malelingue.» Ma il Principe disse che sarebbe morto del suo abbandono. La sua vita sarebbe stata inconsolabile e triste. Il Re comprendendo quanto fosse forte il loro sentimento si intenerì e disse commosso «Meglio che gli stupidi che hanno voglia di chiacchierare si consumino nelle loro sciocche chiacchiere. Preferisco sapere mio figlio felice invece che triste solo per tappare la bocca agli stolti. Perdonatemi se vi ho fatto soffrire. Ora soltanto ho capito che il vostro sentimento è grande, è forte. Per questa ragione vi benedico e ordino che oggi stesso si celebrino le nozze.» Il popolo rimase sorpreso da questa decisione ma non osò contraddire il volere del Re. Chi desiderava chiacchiere e far pettegolezzi idioti sull'unione del principe e la Fata continuò a farli, ma di nascosto, per evitare che il Re potesse venirne a conoscenza. Mentre presto, a corte e nel popolo, molti iniziarono ad apprezzare la buona e virtuosa Fata Lucertola che amò il suo Principe per tutta la vita."

La faina e il barbagianni rimasero incantati dal racconto del gallo. "Allora anche io potrò un giorno sperare di diventare Regina" fece la faina. "Ed io di diventare un Re" proseguì il barbagianni. Il gallo scosse la testa e disse "nel mondo ci sono ancora tanti uomini piccoli che sono convinti che l'amore tra due creature che loro considerano «diverse» sia ingiusto e sbagliato. Il mondo è ancora troppo immaturo e l'Uomo ha bisogno di imparare a non condannare quegli amori che, per la maggior parte di loro, sono differenti dai costumi abituali. Ciascuna forma di amore è nobile e degna di rispetto. Spero solo che l'Uomo, visto che ritiene di essere l'animale più intelligente del mondo, non si dimostri così sciocco dal non capire questo elementare concetto che per noi, animali considerati meno intelligenti, è chiaro e naturale."

Spuntò il sole e il gallo cantò.